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Germania: chi sarà di scena?

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Il Paese, pur frammentato, muove i passi verso la presidenza al Consiglio Ue. E questa volta senza la Cancelliera (forse)

Angela Merkel con Mario Draghi e Emmanuel Macron a Francoforte. Da anni i partner europei chiedono alla Germania più coraggio su percorsi come l’unione bancaria e la risposta tedesca è da sempre ambigua. Boris Roessler/Pool via REUTERS
Angela Merkel con Mario Draghi e Emmanuel Macron a Francoforte. Da anni i partner europei chiedono alla Germania più coraggio su percorsi come l’unione bancaria e la risposta tedesca è da sempre ambigua. Boris Roessler/Pool via REUTERS

Nel luglio 2020 la Germania assumerà la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea. L’ultima volta che Berlino ricoprì il ruolo fu nel 2007. La differenza tra la Germania di 13 anni fa e quella di adesso è enorme. La Germania, tra tutti i Paesi europei, è oggi quello che più dovrà misurarsi con le nuove e accelerate mutazioni geopolitiche in atto. Una dinamica che avrà automaticamente anche delle ripercussioni decisive sul ruolo tedesco nell’Ue.

Non tutti i tedeschi scommetterebbero che a luglio la Presidenza del Consiglio europeo sarà di nuovo assunta dalla Kanzlerin Angela Merkel. Tutti considerano l’era Merkel completamente terminata, anche se nessuno sa ancora come organizzare il Paese senza la Cancelliera. Nonostante i rispettivi risultati negativi nelle ultime elezioni statali, i partiti della GroKo CDU e SPD continuano a governare in base al loro contratto di Governo. Sostanzialmente, però, l’esecutivo sembra navigare a vista ed è spaccato da crescenti discordanze. La scelta, il 30 novembre scorso, di una leadership SPD ostile alla GroKo potrebbe rivelarsi svolta fondamentale. Le forze politiche si preparano a un rimpasto o alle prossime elezioni, in uno scenario di interrogativi incrociati: i Verdi saranno in grado di capitalizzare l'attuale consenso? La CDU riuscirà davvero ad accordarsi con i Verdi? La SPD sarà ancora capace di svolgere un ruolo o è destinata alla pasokification? Fino a che punto Alternative für Deutschland saprà disturbare gli altri partiti? AfD continuerà a non trovare alcun alleato? Queste e altre questioni rendono oggi la politica tedesca ineditamente agitata e frenano la capacità di Berlino di scegliere strade chiare anche a livello internazionale, ad esempio su dossier, ormai improrogabili, capaci di determinare il destino dell’Unione europea.

L’Ue rischia sempre più di rimanere incastrata nello scontro tra Stati Uniti e Cina e di annaspare nello smantellamento della geometria classicamente liberale della globalizzazione. Dinamiche a cui l’Unione dovrebbe rispondere con maggiore compattezza e resilienza. Da anni i partner europei chiedono alla Germania più coraggio su percorsi come l’unione bancaria. La risposta tedesca è da sempre strutturalmente ambigua. Berlino (e Francoforte) restano imprigionate tra la consapevolezza di dover salvaguardare il progetto europeo e l’interessata prudenza di una classe politica che si allinea alla forte diffidenza dell’opinione pubblica verso altri stati Ue. Lo scorso novembre il Ministro delle Finanze tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, ha pubblicato sul Financial Times una lettera-intervento in cui si è posizionato in favore di una garanzia unica europea dei depositi bancari. La proposta di Scholz, però, è stata formulata con modalità che l’hanno resa irricevibile per diversi stati.

Il Ministro italiano dell’Economia Roberto Gualtieri ha velocemente respinto le ipotesi di Scholz. Elemento più critico della proposta del Ministro tedesco è certamente l’idea di eliminare il rischio-zero per l’acquisto da parte delle banche dei titoli di stato e agganciare il valore degli stessi titoli al rating del debito dei vari paesi dell'eurozona. L’iniziativa di Scholz è sembrata in ultima analisi determinata da dinamiche politiche interne e sembra comunque riaffermare la fisiologica tendenza tedesca a non uscire dalla propria zona di (percepita) sicurezza, rinunciando così a una progettualità sul lungo periodo per l’Unione europea. A un certo punto, tuttavia, la Germania sarà costretta a prendere decisioni più chiare. Il rischio è che si trovi a farlo di fronte a un’altra emergenza dei debiti sovrani nell’eurozona.

La solidità economica e finanziaria dell’Ue è oggi divenuta necessità strategica irrinunciabile nei nuovi squilibri/equilibri geopolitici. Le più grandi armi diplomatiche e strategiche dell’Ue restano le sanzioni economiche e altre politiche restrittive nel campo finanziario e degli scambi commerciali. Quando si parla di armi, tuttavia, l’Ue non può più permettersi di rimandare il dossier della propria difesa comune. Dossier anche in questo caso profondamente legato alle mosse di Berlino. Quando l’erede designata di Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), è caduta in una severa crisi di consensi, la Kanzlerin ha cercato di rilanciarne il profilo affidandole proprio il Ministero della Difesa. In occasione dell’operazione unilaterale turca nel nord-est della Siria, AKK ha proposto la creazione di una zona di sicurezza controllata a livello internazionale. La proposta è stata accolta con freddezza sia dagli alleati in patria sia dagli altri partner Nato. Quella di Kramp-Karrenbauer è stata però una scelta politica: portare sul tavolo della discussione qualcosa di più pratico rispetto alle solite e vaghe dichiarazioni d’intenti della Germania in tema di difesa.

L'uscita di AKK è stata tuttavia velocemente messa in ombra dall’intervista rilasciata lo scorso novembre dal Presidente francese Emmanuel Macron all’Economist. Con alle spalle tutt’altra tradizione militare e capacità strategica, Macron si è reso protagonista di una fuga in avanti tendenzialmente neo-gollista, giungendo a decretare la “morte cerebrale” della Nato e a immaginare una nuova “potenza europea” (a guida sostanzialmente francese). Angela Merkel e la stessa Kramp-Karrenbauer hanno respinto le dichiarazioni di Macron con particolare decisione, sottolineando che qualsiasi progetto di difesa europea sarà solo possibile all’interno del quadro Nato e non in sua opposizione. Il dibattito che è emerso dall’intervista di Macron ha dimostrato come la questione della difesa europea rimanga incagliata in diverse prospettive nazionali spesso difficili da coniugare (che, tra l’altro, non coinvolgono abbastanza altri attori decisivi, a partire dalla stessa Italia).

C’è un altro elemento emerso dalle dichiarazioni di Macron che merita di essere visto attraverso il prisma di Berlino: il richiamo a una “sovranità europea”. Un concetto propulsivo con cui Macron spera oggi di superare i sovranismi nazionalisti tramite un europeismo che degli stessi nazionalismi sappia però utilizzare passioni, sentimenti d’identità e promesse di controllo sui propri destini in un mondo multipolare. Si tratta di un’operazione tutt'altro che facile, visto che simili sentimenti possono funzionare solo se elaborati con autenticità e visione futura. L’operazione è anche difficile proprio per lo scarso sostegno che potrebbe avere un simile percorso da parte tedesca. Rinata come democrazia liberale in nome del rifiuto assoluto della degenerazione nazionalsocialista del proprio sentire romantico-nazionale, la Germania resta oggi scettica di fronte a qualunque politica vincolata a modelli di sovranità non mitigata dal multilateralismo. E anche se lo sviluppo di un europeismo incentrato sulla “sovranità europea” sarebbe un superamento dei nazionalismi che portarono alle grandi tragedie del ‘900, il concetto contiene una cifra identitaria che buona parte delle élites politiche e culturali tedesche non sa in verità come maneggiare (preferendo invece l'idea che l'Ue debba reggersi quasi unicamente sulla convenienza razionale della sua esistenza e, di fatto, sulla sua gestione tecnocratica).

In occasione della Presidenza di turno del Consiglio dell’Ue del prossimo luglio, quindi, al di là delle specificità dei vari dossier, l’interrogativo cruciale che emerge in un mondo in completo stravolgimento è se la Germania sarà pronta a domandarsi davvero quale debba essere l’identità geopolitica, sociale e culturale dell'Unione Europea.

@Lorenzomonfreg

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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