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Operazioni anti-droga

Intervista al procuratore Giovanni Russo: con metodi investigativi aggiornati e cooperazione tra Paesi, l’Europa contrasta “l’epidemia degli oppioidi”

Giovanni Russo, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia.
Giovanni Russo, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia.

Negli Stati Uniti si inizia a vedere la luce in fondo al tunnel. Forse. Gli ultimi dati – ancora provvisori – dicono che nel 2018 le morti per overdose sono diminuite per la prima volta dal 1990. E il “merito” è quasi tutto del calo dei decessi legati all’abuso di farmaci a base di oppioidi. L’America sta attraversando una crisi gravissima dovuta al consumo illegale di queste sostanze sintetiche, utilizzate nelle terapie di riduzione del dolore: nel 2017 gli oppioidi, e in particolare il fentanyl (cinquanta volte più potente dell’eroina), hanno ucciso 47.600 persone su un totale di circa 70.000 morti per droga. I dati relativi al 2018 dicono che la stretta sulle prescrizioni mediche sta dando risultati positivi, ma anche che i decessi causati dal fentanyl continuano a crescere. 

L’epidemia degli oppioidi riguarda soprattutto il Nordamerica, ma preoccupa anche l’Europa. A giugno l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze ha scritto infatti che gli oppioidi sintetici, anche se la loro diffusione nel Vecchio continente è modesta, rappresentano una “preoccupazione crescente”. Alcuni Paesi – come Belgio e Regno Unito – stanno raccomandando ai propri medici di non prescrivere certi farmaci con troppa leggerezza. Qual è invece la situazione in Italia? Eastwest lo ha chiesto a Giovanni Russo, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia.

Procuratore Russo, può spiegarci innanzitutto il quadro generale italiano?

In linea di massima, l’Italia è un territorio di destinazione di sostanze stupefacenti che vengono coltivate o prodotte altrove. Ma in alcuni casi il nostro Paese ha svolto anche il ruolo di hub di trasferimento: ad esempio, nel 2017 è stato sequestrato a Genova un carico di 37,5 milioni di pasticche di tramadolo destinato alla Libia. Il tramadolo è un oppioide sintetico utilizzato per trattare il dolore, ma è stato soprannominato “droga del combattente” perché le organizzazioni terroristiche come ISIS e Boko Haram lo somministrano ai propri miliziani. Ci sono stati poi casi di navi che entravano nel mar Mediterraneo, si avvicinavano ai porti e qui rilasciavano, ad un segnale convenuto oppure all’avvicinarsi di lance appositamente attrezzate, delle borse impermeabili contenenti droga: trattandosi soprattutto di navi provenienti dall’America del sud, trasportavano perlopiù carichi di cocaina. Il movimento di queste imbarcazioni le faceva assomigliare a degli autobus circolari, che si fermavano a ogni porto del Mediterraneo e ogni volta liberavano parte del carico in mare.

Nonostante questi episodi, è raro che le sostanze giungano in Italia per essere mandate poi altrove. C’è una ragione: in Italia le attività di prevenzione e di controllo sono particolarmente elevate. Abbiamo infatti non solo un sistema repressivo e sanzionatorio che prevede pene molto alte per reati di questo tipo, ma anche tutta una serie di strutture, con la Direzione nazionale antimafia (DNA) che funge da coordinamento nel contrasto al narcotraffico. Abbiamo poi un organo specializzato, ovvero la Direzione centrale per i servizi antidroga (DCSA), di cui fanno parte Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di finanza, ritenuta molto autorevole e molto affermata anche nel contesto internazionale. Questo fa sì che ci sia uno scambio di informazioni molto ricco e tempestivo da e verso la DCSA. E tutto ciò è ovviamente fondamentale per il nostro apparato giudiziario, perché ci permette di accedere a dati rilevanti e aggiornati, non soltanto sulle investigazioni in corso ma addirittura sulle pre-investigazioni.

Come si agisce in Italia per prevenire l’incontro tra domanda e offerta di droga?

Le nostre autorità antidroga sono sempre alla ricerca di metodi innovativi con i quali contrastare il narcotraffico. Ad esempio la DNA, insieme alla DCSA e al Laboratorio Energia Nucleare Applicata (L.E.N.A.) dell’Università degli Studi di Pavia hanno lavorato insieme per lo sviluppo di un sistema per l’individuazione dell’impronta atomica delle sostanze stupefacenti. Detto in parole più semplici, queste sostanze vengono “bombardate” con gli isotopi radioattivi per evidenziare la presenza di “impronte” atomiche e univoche. Ad esempio, se prendessimo un campione di una qualche sostanza stupefacente sequestrato ad Aosta e un campione sequestrato a Palermo, e procedessimo con la verifica dell’impronta atomica, sapremmo dire con certezza scientifica se i due campioni provengono dalla stessa partita. Di più: per i prodotti non sintetizzati ma coltivati riusciremmo ad individuare anche l’ettaro di provenienza. Significa che se avessimo la mappatura dell’Afghanistan, per esempio, potremmo risalire al luogo esatto in cui sono stati coltivati gli oppiacei.

Abbiamo fatto una prima sperimentazione con il vino: essendo in possesso della mappatura dei terreni viticoli italiani, siamo riusciti a individuare il vitigno specifico di provenienza. E siamo riusciti a fare lo stesso con il formaggio e con l’olio. Questa sperimentazione testimonia il grande sforzo con il quale cerchiamo di costruire un insieme di dati che, se ben elaborati, ci consentono un’attività predittiva e dunque di contenimento del narcotraffico. Allo stesso tempo, questi nostri sforzi fungono da stimolo anche per gli altri Paesi. Il Procuratore nazionale antimafia ha condiviso i risultati di questa iniziativa con i colleghi di Francia e Spagna – il Fiscal general spagnolo e il Procuratore generale di Aix-en-Provence, che ha la giurisdizione su Marsiglia e su tutti i distretti del Mediterraneo francese – in modo da riunire i Paesi toccati dal narcotraffico nei porti del Mediterraneo. Quando questo programma entrerà a regime ci sarà una grande condivisione di dati e riusciremo così a capire magari non l’ettaro specifico di provenienza, ma sicuramente i filoni di movimento di queste sostanze, con collegamenti in ambito europeo e – speriamo – anche extra-europeo.

C’è grande attenzione e monitoraggio verso le Nuove sostanze psicoattive (NPS), e negli ultimi due anni abbiamo appunto registrato un fenomeno particolare. Ogni sette giorni viene immessa una nuova sostanza sul mercato, quindi circa una cinquantina di nuove sostanze all’anno. La particolarità è che da due anni le sostanze “vecchie” non vengono buttate fuori dal mercato da quelle “nuove”: non c’è una sostituzione quindi, ma un’aggiunta. Ci sono due osservazioni da fare. La prima è che i trafficanti cercano di ampliare e di mantenere ampio il numero dei consumatori. La seconda è che molte di queste sostanze entrano nella distribuzione illegale perché nascono per scopi terapeutici: e dunque l’immissione di nuove sostanze nel mercato illecito è la conseguenza della ricerca scientifica per scopi leciti. Mentre nel mercato legale, sanitario, la nuova sostanza che viene sintetizzata finisce per soppiantare le precedenti – perché più efficace, ad esempio –, nel mercato illegale l’espulsione delle vecchie sostanze non avviene: diventano più economiche rispetto alle ultime arrivate e quindi si rivelano utili per colpire le fasce di utenti meno abbienti.

Quanto sono coinvolte le mafie – e quali, in particolare – nel business del narcotraffico?

Una parte della criminalità organizzata, soprattutto quella facente capo alla ‘ndrangheta, si rende direttamente protagonista dell’importazione delle sostanze stupefacenti. Lo diciamo da anni: la ‘ndrangheta ha acquisito un’autorevolezza rispetto alle altre mafie, un po’ perché complessivamente è diventata più potente, anche economicamente; un po’ perché Cosa Nostra siciliana è arrivata tardi sul mercato del narcotraffico, poiché aveva delle remore di tipo etico-ideologico. L’altra grande mafia, la Camorra, è frazionata, è “pulviscolare”, e questo non le permette di esprimere una forza univoca e quindi di essere in grado di dialogare alla pari con le organizzazioni criminali straniere per diventare partner peer-to-peer in questo settore. Esistono poi dei traffici, soprattutto di marijuana, che seguono la rotta Grecia-Albania-Puglia, ai quali partecipano i clan della mafia pugliese, di quello che resta della Sacra Corona Unita.

Il fenomeno criminale ed economico più interessante è quello delle cosiddette “puntate”. Una puntata è un investimento. L’elevata specializzazione dei traffici delle nuove droghe – è un discorso applicabile anche agli oppioidi – comporta che i clan mafiosi più importanti decidano di non impegnarsi direttamente in questo mercato, ma di affidarsi a soggetti esperti e di finanziare singole partite, singoli affari oppure un certo numero di operazioni per periodi di tempo ristretti. “Puntano”, quindi; rischiano una quota di capitale proveniente dal narcotraffico tradizionale oppure dalle estorsioni e dall’usura. 

La cronaca ci conferma – penso ai sequestri di Desenzano, Roma o Alba – che il fentanyl è presente in Italia. A leggere le notizie, però, sembrerebbe che questi “trafficanti” siano in realtà dei comuni cittadini che acquistano la sostanza su Internet e se la fanno recapitare dall’estero per posta. Si può parlare di un “allarme fentanyl” nel nostro Paese, o si rischia di esagerare?

Mentre sappiamo con certezza che le rotte principali della cocaina partono dal Sudamerica e quelle dell’eroina dall’Afghanistan, con altrettanta certezza possiamo affermare che i produttori di fentanyl sono cinesi. Nel caso degli Stati Uniti, la sostanza elaborata in Cina può anche essere trasferita in Messico e da qui immessa in territorio americano dalle organizzazioni criminali messicane, come ad esempio il Cartello di Sinaloa.

In Italia il contrabbando di fentanyl è praticato a livelli che potremmo definire amatoriali. Nel gennaio 2017 la polizia svizzera ha arrestato un cittadino italiano per aver ritirato un plico contenente trenta grammi di fentanyl proveniente dalla Cina. Nel 2019 i sequestri in tutto sono stati quattro; in tre casi sono state intercettate delle spedizioni postali. È importante rilevare che due di queste spedizioni provenivano dal Canada: si tratta di un paese centrale per il narcotraffico degli oppioidi, come confermato anche dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Abbiamo comunque gli occhi aperti, e manteniamo – la DNA in collaborazione con la DCSA – il focus sul fentanyl, sul carfentanil e sulle altre sostanze di questo tipo. In Italia non c’è comunque una diffusione paragonabile a quella negli Stati Uniti: in America infatti hanno stimato quasi 70.000 morti negli ultimi anni, mentre da noi soltanto un paio nell’ultimo biennio. Da noi il fentanyl è un prodotto di nicchia e spesso il soggetto che lo consuma fa uso anche di altre sostanze stupefacenti: questo comporta che, in caso di overdose o di morte, il fentanyl potrebbe venire occultato da altre sostanze e quindi risultare non visibile oppure non determinante.

Le organizzazioni criminali non rispettano le leggi degli Stati, ma rispettano le leggi di mercato. Negli Stati Uniti c’è una domanda molto fertile di oppioidi e il return of investment è inoltre estremamente elevato: statistiche basate sulle indagini messicane dicono che un chilo di fentanyl costa dai 3000 ai 5000 dollari, ma produce ricavi di 1,8 milioni di dollari circa. L’incredibile vantaggio competitivo del fentanyl potrebbe allora far sorgere una domanda: perché in Italia le organizzazioni criminali non si dedicano a questo traffico? Innanzitutto perché in Italia c’è un apparato di prevenzione molto attento, con controlli molto approfonditi già a partire dal mercato legale. Nel nostro Paese la lavorazione del fentanyl è consentita – per scopi esclusivamente farmaceutici – a sole quattro aziende, mentre i distributori sono appena otto. La platea quindi è molto ristretta e molto controllata, così come sono molto controllate anche le prescrizioni mediche. Le evidenze dicono che, al momento, è da escludere un interessamento della criminalità organizzata al fentanyl.

In Nordamerica uno dei problemi legati alla crisi degli oppioidi è la “deviazione” di queste sostanze dal mercato legale (cioè dall’uso clinico) al mercato illegale. Quanto sono diffusi in Italia il fentanyl e gli oppioidi sintetici nella pratica medica? Esiste un rischio di “deviazione” verso il mercato illegale?

Il fentanyl ha grande spazio nel mercato americano perché il sistema sanitario prescrive grandi quantità di oppioidi per uso medico: per combattere i dolori del cancro, ad esempio. Negli Stati Uniti la concezione etica è diversa, c’è un approccio diverso rispetto al dolore: utilizzare gli oppioidi fin dalle prime fasi della malattia, quindi annullando totalmente la fase del dolore, è una terapia standard in America. Questo ha comportato però una diffusione con effetto moltiplicatore nella società: una grandissima platea viene a contatto – legalmente – con queste sostanze, e si forma una domanda fortissima. Ecco spiegato perché gli oppioidi siano “precipitati” dal mercato legale a quello illegale.

Nel maggio 2016 i carabinieri di Cosenza hanno denunciato alcuni medici calabresi che avevano prescritto abusivamente dei farmaci contenenti fentanyl. L’episodio richiama in un certo senso l’esperienza statunitense, con medici abilitati a prescrivere la sostanza per uso legale che la “dirottano” verso il mercato illegale. In Italia c’è poca domanda di fentanyl, e il nostro è dunque un mercato estremamente incerto per la criminalità organizzata: le mafie si dedicano sì alle “puntate”, ma viste le condizioni è difficile che accettino di correre il rischio e di investire in questi traffici.

Rispetto agli Stati Uniti, in Italia e in Europa siamo avvantaggiati grazie ad alcuni strumenti relativamente nuovi che permettono una sinergia effettiva dal punto di vista della cooperazione internazionale. A livello europeo esiste intanto l’ordine europeo di indagine, che permette di evitare la rogatoria e quindi consente di ordinare immediatamente l’esecuzione di un’attività di indagine dall’Italia verso un altro paese europeo e viceversa, saltando quindi qualunque impedimento burocratico. Un altro strumento veramente importante è quello delle squadre investigative comuni, consacrato nelle nuove normative europee convenzionali – ratificate dall’Italia – e ampiamente impiegato anche nel nostro paese. In questo caso, la direttiva europea ha risposto ad un’iniziativa di cui proprio la DNA si era fatta promotrice, ossia la creazione di un organismo di tipo investigativo formato da investigatori e coordinato da un magistrato comune a più Paesi. Il che non è così scontato, intanto perché lo statuto del magistrato italiano è diverso: è indipendente e dirige le indagini, mentre in altri Paesi è il capo della polizia a svolgere questo ruolo. Creare un gruppo di lavoro condiviso permette non soltanto un confronto istantaneo di idee, ma soprattutto fa sì che un elemento di prova acquisito dalla squadra investigativa comune diventi immediatamente utilizzabile in tutti i Paesi che la compongono. L’esito di una perquisizione in Slovenia o l’esito di un sequestro in Grecia, ad esempio, diventano immediatamente disponibili anche qui in Italia, senza neanche un ordine di indagine e senza una rogatoria. In questo modo si crea uno spazio giuridico e giudiziario veramente comune in Europa, che consente di far fronte a questi traffici in maniera coesa e soprattutto tempestiva. Anche questa collaborazione può spiegare per quale motivo in Italia non si sia affermato il fentanyl.

Ricapitolando, in Italia il fentanyl non si diffonde dall’esterno perché ci sono delle barriere oggettive. Non si diffonde neanche come avvenuto negli Stati Uniti, per “espansione” dall’interno, perché da noi l’utilizzo degli oppioidi è estremamente contenuto e quindi non c’è un mercato legale significativo di questa sostanza, o di altre analoghe. Nei pochi casi di sequestri esistenti, la sostanza viene acquistata sul dark web. Anzi, il sistema della darknet è stato anche un po’ superato: oggi si può acquistare del fentanyl direttamente via WhatsApp oppure attraverso le chat che garantiscono la cancellazione istantanea della messaggistica, come Telegram e Snapchat, ma anche su Instagram. Si tratta di piccolissime transazioni finanziarie. Però in Italia siamo già in possesso di strumenti che permettono di individuare piccole transazioni: li abbiamo sviluppati per contrastare il terrorismo. Mentre infatti la transazione legata al “classico” riciclaggio di mafia riguarda somme significative, le transazioni collegate invece al finanziamento del terrorismo o di una singola operazione terroristica sono caratterizzate proprio dall’esiguità. Quindi siamo già in possesso di una serie di sistemi, di algoritmi percettivi, che ci permettono di essere attenti anche a questo aspetto.

@marcodellaguzzo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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