L’Italia rischia di essere investita da un profondo cambiamento nell’organizzazione dei suoi servizi pubblici: entro metà febbraio, il Governo dovrà rispondere alle richieste di autonomia (di competenze e risorse finanziarie) avanzate dalle Regioni italiane che la richiederanno, sulla base dell’articolo 116 della Costituzione. Il Titolo V, infatti, prevede che possano essere attribuite alle regioni “ulteriori forme particolari di autonomia”, sulla base di un’intesa fra lo Stato e la Regione che lo richiede. Fino a oggi, questa disposizione non aveva mai trovato applicazione. La questione, cara al Ministro dell’Interno, è nel contratto di Governo ed è tornata al centro del dibattito, dopo i referendum in Veneto e Lombardia del 2017. La lista delle materie sulle quali le Regioni possono chiedere autonomia è lunga: 23 sono state le richieste per Veneto e Lombardia (tutte quelle previste dalla Costituzione) e 15  per l’Emilia Romagna. Gli argomenti vanno dai beni culturali alla ricerca scientifica, dalla disciplina delle professioni all’ambiente, dalla scuola (gli insegnanti diventerebbero dipendenti della Regione) alla sanità.

Il meccanismo favorisce ovviamente chi è storicamente più efficiente, e quindi in grado di rendersi efficacemente autonomo. Non a caso non vi è una sola Regione che ha fatto istanza a sud di Firenze. Però la norma lascia 5 anni alle Regioni meno competitive per mettersi in pari: cioè, per 5 anni il Governo continuerà a distribuire le risorse come se non fosse stata concessa alcuna autonomia, quindi senza premiare le più efficienti, che è l’obiettivo finale.

5 anni sono tanti o sono pochi? Io, che sono un incallito amante del centralismo efficiente di uno Stato colbertiano e governato da enarchi supercompetenti, ritengo però che sia venuto il momento di accettare la sfida: Sud, abbiamo 5 anni per dimostrare che ce la possiamo fare!

@GiuScognamiglio