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Skopje chiama Bruxelles

La prospettiva europea della Macedonia del Nord non si avvista: problemi di politica interna si sommano a una Ue distratta.

Il primo Gay Pride in Macedonia del Nord, giugno 2019. Reuters. Foto di Ognen Teofilovski
Il primo Gay Pride in Macedonia del Nord, giugno 2019. Reuters. Foto di Ognen Teofilovski

Dopo la recente entrata in vigore degli storici accordi di Prespa con la Grecia sul nuovo nome, l’attenzione della comunità internazionale sulla neonata Macedonia del Nord sembra essere scemata. La soddisfazione generata dalla risoluzione di una delle dispute più longeve della storia post-bellica europea ha indotto molti a pensare che per Skopje i problemi siano ora finiti. Invece, ne sono solo iniziati di nuovi.

Per la piccola repubblica post-jugoslava l’unico obiettivo a breve termine ormai virtualmente raggiunto è l’entrata nella Nato, prevista entro fine anno. Oltre a disinnescare definitivamente le (infondate) paure greche del revanscismo di Skopje, la partecipazione all’Alleanza Atlantica è la migliore garanzia di stabilità per i cittadini macedoni, tra cui le latenti tensioni inter-etniche sono sempre riacutizzabili per fini politici. Tolta l’integrazione nella Nato, per Skopje la navigazione si preannuncia tuttavia molto più incerta.    

Per far passare i tormentati accordi di Prespa il governo di Zoran Zaev non si è risparmiato mosse spregiudicate. Anche da settori tendenzialmente filo-governativi sono piovute critiche veementi all’esecutivo socialdemocratico per la scarsa trasparenza dei negoziati con Atene e soprattutto per le modalità della votazione parlamentare che ha ratificato il compromesso. Modalità che hanno incluso l’indizione di un’amnistia per i colpevoli – non solo materiali – dell’assalto al parlamento del 2017, tra cui spiccavano anche alcuni parlamentari dell’opposizione. Che hanno poi sospettosamente cambiato casacca fornendo al governo i voti necessari per raggiungere la maggioranza richiesta e far passare l’accordo. Quest’amnistia, assieme ad accuse di pressioni sui parlamentari contrari, ha adombrato l’immagine di un governo asceso al potere sull’onda di manifestazioni popolari che chiedevano la restaurazione dello stato di diritto smantellato durante il governo di Nikola Gruevski. Dopo essersi così politicamente dissanguati, dall’Ue i rappresentanti del governo si aspettano quindi ricompense sostanziali, centrali per corroborare il messaggio che il doloroso compromesso con Atene sia valso la pena. Pacta sunt servanda: Skopje ha fatto il suo, ora tocca a Bruxelles. 

Ma l’Ue odierna sembra invece essere pronta a frustrare le aspettative della Macedonia del Nord e degli altri paesi balcanici, in teoria destinati al matrimonio comunitario. Gli Stati post-jugoslavi e l’Albania assomigliano sempre più al Giovanni Drogo de Il deserto dei tartari: stanno invecchiando aspettando un futuro glorioso che pare essere continuamente di là da venire. Brexit, tensione con Washington, crisi economica, mala gestione dei rifugiati: basta elencare alcune delle principali sfide che l’intellighentsia comunitaria si trova oggi ad affrontare per supporre come il processo di allargamento nei Balcani non sia più una priorità di politica estera per Bruxelles. Nella stessa mediazione che ha portato all’accordo le autorità comunitarie hanno svolto un ruolo marginale e non propulsivo. Ha fatto molto di più l’immagine dell’Ue che non i suoi rappresentanti.      

E le recenti elezioni europee hanno ridisegnato gli equilibri interni all’Europarlamento, attore importante del processo di allargamento dell’Ue. L’exploit dell’estrema destra, che complessivamente controlla ora un quarto dell’emiciclo, promette di varare una nuova fase della convivenza continentale consacrata al nazionalismo e anti-multilateralista. La conseguente introversione della futura Commissione europea, che del processo di allargamento dovrebbe essere motrice e matrice, rischierebbe quindi di tradursi in un concreto disimpegno dai Balcani. Un calo di attenzione che, più che dai sempre paventati “attori esterni” (Russia e Cina), verrebbe probabilmente capitalizzato dagli attori interni, quei governi a vocazione autocratica riverniciati di europeismo che dominano la regione, con l’unica eccezione della Macedonia del Nord. Questa l’entità della partita in atto oggi nel cortile di casa dell’Ue: tutti i conservatori dello status quo nei Balcani, le cosiddette “stabilocrazie” hanno tifato contro gli accordi di Prespa e ora auspicano che Bruxelles non riesca a garantire i vantaggi – materiali e ideali – per cui i cittadini macedoni hanno comunque accordato il loro supporto a un compromesso così tragico per la propria identità nazionale.

Un supporto ribadito anche con la recente elezione di Stevo Pendarovski. Le presidenziali dello scorso aprile hanno sconfessato su tutta la linea la posizione anti-Prespa nutrita dall’opposizione nazionalista della VMRO, tuttora la formazione più folta nell’emiciclo macedone. La cui narrazione aveva prosperato sul non raggiungimento del quorum al referendum consultivo dello scorso settembre. Chiamata a esprimersi sull’intesa con Atene, la popolazione macedone si era schierata in stragrande maggioranza per il sì (94%), senza però riuscire a raggiungere il quorum previsto (50%) per validare la consultazione. Questo risultato sotto le aspettative era stato strumentalmente dipinto dai nazionalisti, che avevano fatto attivamente campagna per il boicottaggio, come la conferma indiretta che la maggioranza dei macedoni avversava il cambio di nome. Eleggendo – pur con un’affluenza ancora inferiore al 50% - un candidato filo-governativo e favorevole all’accordo come Pendarovski alle prime elezioni rilevanti dopo la ratifica ufficiale, la cittadinanza ha nuovamente contraddetto la narrazione dell’opposizione, che non ha potuto che rifugiarsi nella denuncia di fantomatici brogli – non verificati dagli osservatori internazionali.

Con o senza l’aiuto concreto di Bruxelles, per il premier Zaev è ora il momento di agire davvero. Finora, anche a causa delle energie drenate dalla politica estera, la coalizione tra socialdemocratici e partiti albanesi si è dimostrata latitante per quanto concerne le riforme. E per accattivarsi il favore della popolazione non bastano accordi diplomatici, per quanto celebrati dai media e dalla comunità internazionale. Come non basterà il rimpasto di governo effettuato in seguito al magro risultato al primo turno delle presidenziali.

Reattivo nelle questioni identitarie, come la nomina dell’albanese al rango di seconda lingua ufficiale, su altre questioni più pregnanti per la vita quotidiana delle persone l’esecutivo si è finora palesato inadeguato. Le rivendicazioni che avevano portato alla rivolta popolare contro Gruevski non sono scomparse con il vecchio nome: il quadro economico della Macedonia del Nord resta deprimente e la tanto agognata riforma della giustizia, ambito gradualmente occupato dal clan del precedente premier, resta lettera morta. Anche in campo ecologico, piaga negletta quanto incombente nei Balcani (ben lontani da anche solo discutere di Energiewende), Zaev e sodali non sono stati capaci di attuare politiche convincenti. Completa questo quadro deludente l’inazione relativa al promesso smantellamento delle statue ellenicoidi di Skopje 2014, il progetto urbanistico simbolo dell’era Gruevski. Dopo due anni il bilancio per la coalizione di governo è dunque ambivalente: al successo in politica estera si accompagna la magra performance in politica interna. Peccato che, spente le luci, la “prospettiva europea” della Macedonia del Nord passi più per la seconda che per la prima.

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