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Moldavia: Occidente o Russia?

In bilico tra il blocco filoeuropeo di Maia Sandu e quello filorusso di Igor Dodon: le due anime del Paese sono per la prima volta allo stesso tavolo

Ragazzi moldavi durante la tradizionale danza in costume. REUTERS/Gleb Garanich
Ragazzi moldavi durante la tradizionale danza in costume. REUTERS/Gleb Garanich

A inizio giugno la Moldavia ha vissuto la crisi politica più grave della sua storia, conclusasi con la nascita di un Governo improbabile, supportato da forze filorusse e blocco pro Ue. La nuova premier Maia Sandu promette ora di avvicinare Chișinău a Bruxelles ma le insidie sono numerose, a cominciare dalla coesione della sua coalizione di Governo.

La genesi dell’esecutivo è stata davvero travagliata. Le elezioni del 24 febbraio avevano infatti partorito un quadro complicato. Tre le forze principali premiate dalle urne: i socialisti (31%), apertamente filorussi, partito del Presidente Igor Dodon; la coalizione liberale filo-occidentale ACUM (27%), capeggiata dall’economista Maia Sandu, arrivata di poco seconda alle presidenziali vinte da Dodon nel 2016; il Partito Democratico (24%), una formazione in origine socialdemocratica recentemente reinventatasi nazionalista, creatura del padre padrone del Paese, il tycoon Vlad Plahotniuc e partner di maggioranza del Governo uscente.

Una simile frammentazione dell’emiciclo rendeva obbligatoria la cooperazione di due di questi tre soggetti politici, divisi però da divergenti affiliazioni in politica estera, programmi in gran parte inconciliabili e rancori personali. Protrattesi per tre mesi dopo le elezioni, le ferventi consultazioni nella stanza dei bottoni hanno prodotto un esito inaspettato: i socialisti e ACUM si sono detti pronti a formare un Governo a vocazione anti-oligarchica, che avrebbe potuto contare sul controllo di due terzi del Parlamento. A Sandu sarebbe spettata la premiership, alla socialista Greceanîi la presidenza del Parlamento − carica molto potente nel sistema semi-presidenziale moldavo.

L’annuncio ha fatto tremare le vene e i polsi all’illustre escluso, Vlad Plahotniuc, corso prontamente ai ripari. Ricorrendo a un sofisma giuridico, la Corte Costituzionale, occupata da uomini vicini all’oligarca, ha invalidato la formazione del Governo Sandu e sospeso il Presidente Dodon, accusato di aver ricevuto fondi illeciti dai russi. Nominato Presidente del Consiglio ad interim, il premier uscente Pavel Filip ha subito annunciato nuove elezioni per settembre. Per una settimana il Paese ha vissuto uno scenario pirandelliano: due Governi, uno smanioso di inaugurare i lavori della camera, l’altro dedito a denunciare l’illegittimità del primo, si contendevano lo scettro. Sullo sfondo di questo remake di Una poltrona per due, un potere giudiziario completamente delegittimato agli occhi della cittadinanza, prostratosi – ancora − ai dettami del deus ex machina della politica moldava. Come d’uso a queste latitudini, la soluzione dell’impasse è stata trovata fuori dai confini moldavi. 

Nel descrivere le vicende moldave, infatti, viene istintivo ricorrere al prisma geopolitico. Come l’Ucraina, la Moldavia siede su una delle linee di faglia più calde del continente. Le dinamiche politiche della piccola repubblica post-sovietica sono quindi sintonizzate sulla frequenza dei rapporti tra RussiaUe e Usa, ognuno presente in loco in diversa guisa. Mosca può contare su un radicato ascendente socio-culturale, specie tra le fasce di popolazione che hanno vissuto durante l’Urss, e, soprattutto, sulla presenza militare – circa 2000 unità − che mantiene in Transnistria, la regione a est del Dnestr, separatasi da Chișinău nel 1992. Bruxelles è invece popolare tra il segmento più giovane della popolazione e, come dovunque nel resto della regione, non ha concorrenti in campo economico-finanziario: sospinto dall’accordo di libero scambio (DCFTA) entrato in vigore nel 2014, l’export verso gli Stati Ue ammonta a oltre il 68% del totale delle esportazioni moldave. Washington si accontenta di vigilare sulla repubblica post-sovietica per interposta persona, ovvero grazie al bastione Nato nella regione, la fedelissima Romania.   

In questo quadro, non poteva che essere l’inusuale accordo tra Mosca e le controparti occidentali a permettere la nascita del Governo Sandu. Subito seguita dall’ennesimo coup de théâtre della saga: il 17 giugno Plahotniuc ha lasciato la Moldavia e meno di dieci giorni più tardi si sono dimessi in blocco tutti i giudici della Corte Costituzionale. Eventi che hanno scatenato l’euforia dei segmenti progressisti della popolazione, che nella fuga dell’uomo forte moldavo hanno letto l’avvento di una nuova fase politica, colorata di giallo e blu.    

Su questo esecutivo grava tuttavia una spada di Damocle, legata a un filo rosso che conduce direttamente al sancta sanctorum del Cremlino. Pur non esprimendo il premier, i socialisti filorussi restano il pilastro più ampio della coalizione di Governo. Del loro interesse a rinnovare le istituzioni pare lecito dubitare, specie a fronte del sodalizio che hanno de facto allestito per molti anni con i democratici di Plahotniuc, in una sostanziale convergenza a difesa dello status quo.

In un’intervista, il parlamentare di ACUM Marian Radu ha però rivendicato la scelta: “Abbiamo firmato un accordo coi socialisti, limitato esclusivamente al ripristino dello stato di diritto e allo sviluppo economico del Paese. Se lo rispettano, la nostra alleanza può durare. Anche solo quattro anni fa una coalizione simile sarebbe stata inimmaginabile, ma gli standard democratici si erano talmente deteriorati che non avevamo altra scelta.”  

Da parte socialista, la scelta di varare un Governo con i propri rivali ideologici si spiega forse con un mix di realismo e calcolo strategico. Sotto il profilo economico, è oggettivamente rischioso – e impopolare – opporsi all’intensificazione dei rapporti economici con l’Ue, vitale per sviluppare l’economia asfittica del Paese più povero d’Europa, in gran parte dipendente dalle rimesse dei Gastarbeiter. Per quanto concerne il piano (geo)politico, l’azzardo potrebbe esser stato machiavellico. Sandu e il suo entourage puntano moltissimo sull’integrazione anche politica con l’Unione, e non fanno mistero di voler tentare addirittura di aprire i negoziati di adesione all’Ue. Obiettivo pressoché irraggiungibile, rebus sic stantibus: di allargamento dell’Ue si parla sempre meno già per Balcani Occidentali e Turchia (ufficialmente candidati), ipotizzarlo per Stati così vicini al confine russo come la Moldavia – o l’Ucraina – è fantascienza.

Più che le appassionanti discussioni sull’identità europea, conta la Realpolitik: anche recentemente, rimandando l’apertura dei colloqui di adesione con Macedonia del Nord e Albania, il Consiglio Europeo ha chiarito che l’entrata di nuovi membri non figura tra le priorità. Dodon e i suoi potrebbero aver scommesso sul contraccolpo del probabile fallimento delle promesse atlantiste dei propri colleghi di coalizione, naufragio che annichilirebbe definitivamente il sentimento – e l’elettorato – pro-Ue del Paese, galvanizzando i filorussi. Si creerebbero così le condizioni ideali per realizzare il sogno dei socialisti (e della Russia): la federazione della Moldavia, dove la ribelle Transnistria godrebbe di ampia autonomia, assicurando così al suo protettore moscovita voce in capitolo sul futuro dell’intero Paese. Significativo in questo senso che le due uniche cariche richieste dai socialisti siano state il Ministro per la Reintegrazione (della Transnistria) e il Ministro della Difesa.

Occidente o Russia? Con le due anime della Moldavia che per la prima volta si trovano ora a convivere allo stesso tavolo, già i prossimi mesi diranno se Chișinău sia destinata o meno a rimanere l’asino di Buridano del Vecchio Continente. 

@simo_benazzo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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