La presa di Parigi

Il movimento dei gilet gialli nasce lontano dai grandi centri urbani ma riflette fratture di tutta la società francese

Il Presidente francese Emmanuel Macron durante uno dei meeting per il Grande dibattito nazionale, un’iniziativa che prevede due mesi di incontri tra il Governo ed esponenti della società civile. REUTERS/Emmanuel Foudrot/Contrasto
Il Presidente francese Emmanuel Macron durante uno dei meeting per il Grande dibattito nazionale, un’iniziativa che prevede due mesi di incontri tra il Governo ed esponenti della società civile. REUTERS/Emmanuel Foudrot/Contrasto

Il movimento dei gilet gialli nato in questi ultimi mesi in Francia ha preso tutti in contropiede, scuotendo come un improvviso elettroshock un Paese che si è ritrovato di colpo confrontato da una crisi senza precedenti. La protesta è nata sul web con un tam tam risuonato attraverso decine di pagine Facebook, diventate per l’occasione delle agorà virtuali, e trasferitosi in seguito su tutto il territorio.

La goccia di troppo è stata l’aumento della tassa sul carburante, misura simbolo della transizione energetica, che ha rotto gli argini di un malessere latente nelle classi popolari inondando tutto il Paese con una protesta spesso sfociata in violenze tra alcuni manifestanti e le forze dell’ordine.

Con il sostegno dell’opinione pubblica che ha raggiunto il suo picco massimo a fine novembre arrivando all’84%, migliaia di francesi si sono riversati nelle strade indossando quella che è diventata fin da subito la divisa ufficiale della mobilitazione: un giacchetto solitamente utilizzato nei casi di emergenza, quasi come per lanciare una richiesta di soccorso. Alla prima mobilitazione del 17 novembre, alla quale hanno partecipato 287.710 persone in tutto il Paese, ne sono seguite altre, ogni sabato, a Parigi e nel resto della Francia. I gilet gialli hanno preso d’assalto le rotatorie, diventate le loro roccaforti territoriali; hanno bloccato strade, ponti e raffinerie, impedendo la circolazione di auto e mezzi pesanti. La lista delle rivendicazioni si è presto allungata includendo una serie di nuove richieste, come l’aumento del salario minimo o la creazione di un referendum di iniziativa cittadina per sopprimere una legge o revocare il mandato di un politico.

A nulla sembrano essere servite le concessioni da 11 miliardi di euro fatte a metà dicembre dal presidente Emmanuel Macron, tra le quali figurava anche quella sull’annullamento dei rincari del carburante. Il movimento ha continuato a scendere in strada nonostante il progressivo calo della partecipazione.

La protesta ha assunto i contorni di un fenomeno eterogeneo difficilmente classificabile a causa della sua portata e delle tante diversità che lo compongono. Stabilire il profilo del manifestante medio è un‘operazione delicata, che richiede l’analisi di una serie di fattori geografici, sociali e culturali.

«È necessario prendere molte precauzioni prima di definire sociologicamente un movimento nato pochi mesi fa, che si è evoluto rapidamente e che cambia da una regione all’altra», afferma il sociologo Alexis Spire (uscito a settembre nelle librerie francesi con il libro Resistance à l’impot, attachement à l’État; éd. Seuil, settembre 2018). «Tuttavia» - continua Spire – «dai primi studi che sono stati condotti, ancora parziali, è possibile affermare che i gilet gialli appartengono alla fascia alta dei ceti popolari, che include operai e impiegati, e a quella bassa dei ceti medi, dove si trovano pensionati, liberi professionisti o infermieri».

«La Francia che si sveglia presto», come disse nel 2007 l’allora Presidente Nicolas Sarkozy, che fatica ad arrivare alla fine del mese e che non ha nulla a che vedere con quei bobo parigini dei quartieri gentrificati della capitale. I gilet gialli guardano con preoccupazione la perdita progressiva del loro potere d’acquisto, il deteriorarsi dei servizi pubblici e il processo di deindustrializzazione che affligge alcune regioni della Francia portando a un conseguente aumento della disoccupazione.

Il Presidente Emmanuel Macron, salito al potere nel 2017 con la promessa di trasformare il Paese in una “start up nation”, è stato il detonatore di questo fenomeno, innescato da una serie di misure prese dal governo che hanno finito per far esplodere una situazione arrivata ormai al limite.

La soppressione dell’imposta sul patrimonio, la patrimoniale sostituita nel gennaio del 2018  da una tassa sugli immobili; il taglio di 5 euro agli Apl (Aide personalisé au logement) che aiutano 2,6 milioni di beneficiari (principalmente studenti e famiglie modeste) a pagare l’affitto ogni primo del mese; il calo del potere di acquisto dei pensionati: la lista dei provvedimenti adottati nella prima fase del mandato presidenziale ha esacerbato gli animi delle classi popolari, che nel giro di pochi mesi  si sono viste ridurre quegli aiuti statali necessari per andare avanti.

A questo si aggiunge poi l’atteggiamento poco prudente ostentato da Macron, che in diverse occasioni è scivolato in una serie di gaffe dimostrando di avere ancora molto da imparare in termini di comunicazione. Definire i francesi come dei “galli refrattari al cambiamento” o dire ad una giovane disoccupata che è sufficiente attraversare la strada per trovare un lavoro sono state mosse imprudenti, che hanno contribuito ad alimentare l’immagine del “Presidente dei ricchi” arrogante e superficiale.

L’aumento dei costi del carburante è stato l’ennesimo colpo inflitto a quella categorie sociali che vivono nelle piccole città o nelle zone rurali e che tutti i giorni usano la macchina per recarsi al lavoro visto che non dispongono di una rete di servizi pubblici efficiente come quelle delle metropoli. I francesi lontani dai grandi centri urbani si sono sentiti ancora una volta trascurati, nel nome di un progresso economico ed energetico imposto dall’alto, che non prende in considerazione chi non è riuscito ad integrarsi in un sistema troppo rapido ed esclusivo. I gilet gialli temono che la spaccatura che li separa dalla Francia ricca e agiata diventi sempre più grande fino ad isolare definitivamente le aree in difficoltà. 

Ma per comprendere a pieno il fenomeno, è necessario superare la dicotomia tra la Francia metropolitana e quella rurale.  «La crisi dei gilet gialli è il riflesso di molte fratture presenti all’interno della società francese, è quindi riduttivo analizzare il movimento portandolo ad una semplice opposizione tra zone rurali ed urbane», spiega Spire, ricordando alcune delle tante “opposizioni” che caratterizzano il Paese, come quella generazionale tra giovani e anziani, quelle lavorative tra liberi professionisti e dipendenti o quelle tra le differenti classi sociali.

In un simile contesto, lo studio del territorio diventa una chiave di lettura per cercare di comprendere il fenomeno. «Non c’è nessun determinismo geografico», afferma il geografo Christophe Guilluy, che con la sua nozione di “Francia periferica” sviluppata in questi ultimi anni ha, in un certo senso, anticipato l’arrivo dei gilet gialli (il suo ultimo libro è No Society. La fin de la classe moyenne occidentale, éd. Flammarion, October 2018). «Si tratta di un concetto prima di tutto sociale e culturale. Le categorie popolari vivono in piccole e medie città o in zone rurali, territori che creano poco lavoro, in cui la dinamica economica è debole. Queste aree si oppongono alle grandi metropoli mondializzate come Parigi, Tolosa o Lione. La geografia diventa così la conseguenza di un modello economico profondamente diseguale che polarizza il problema in termini territoriali, nonostante le cause siano economiche», dice Guilluy, ricordando che la “frattura democratica” deriva dal fatto che i grandi centri urbani concentrano attorno a loro l’economia e, di conseguenza, il lavoro.

Agli occhi dei gilet gialli Parigi diventa quindi il centro economico e politico da espugnare, la radice da dove partono tutti i mali. «Le grandi metropoli sono diventate le cittadelle medievali del 21imo secolo, basta guardare i prezzi delle case. Parigi si presenta come una città aperta, ma non esistono città aperte a 10mila euro al metro quadro!», spiega Guilluy.

Il gilet giallo che ogni settimana scende in strada a manifestare si sente abbandonato a se stesso da una classe dirigente che sembra rimanere indifferente dinnanzi ai veri problemi del quotidiano.  «C’è un problema di rappresentazione politica», dice a tal proposito Spire. «Le classi popolari stabili» – continua il sociologo - «sono gruppi sociali che non vengono rappresentati all’interno dello spazio pubblico né in quello mediatico o in quello parlamentare e il movimento dei gilet gialli è sintomo di questa non-rappresentazione».

Il sentimento di distacco si traduce anche a livello istituzionale tra il potere centrale e i rappresentanti locali. Secondo un sondaggio diffuso a fine gennaio dall’Istituto francese di opinione pubblica (Ifop), il 49% dei sindaci non ha intenzione di ripresentarsi alle prossime elezioni municipali del 2020. Un dato preoccupante, che riflette le tensioni tra Macron e i primi cittadini di Francia nate a causa dei tagli imposti ai fondi destinati ai comuni.  

Per cercare di spegnere la protesta e riallacciare un dialogo con la Francia dei gilet gialli, Macron il 15 gennaio scorso ha lanciato il Grande dibattito nazionale, un’iniziativa che prevede due mesi di incontri e concertazioni su tutto il territorio nazionale tra rappresentanti del governo ed esponenti della società civile per dibattere su quattro grandi temi: transizione ecologica, vita democratica, fiscalità e riforma delle istituzioni.

In questo modo Macron si è giocato la carta del dialogo, puntando su una scommessa che almeno inizialmente si è dimostrata essere vincente. Dopo essere crollato nei sondaggi alla fine dell’anno scorso, all’inizio del 2019 il Presidente ha cominciato a risalire nell’opinione pubblica, fino a portare il suo tasso di popolarità al 34% a inizio febbraio.

Da una analisi condotta dal quotidiano Le Figaro sulla prima fase dell’iniziativa e pubblicata il 6 febbraio, il Grande dibattito nazionale sembra essere partito con il piede giusto, visto che nelle zone rurali è stato registrato il più importante tasso di partecipazione in rapporto al numero di abitanti. Il dipartimento delle Alpes-de-Haute-Provence, a sud est del Paese, si è aggiudicato il primo posto, con 18,45 incontri ogni 100mila abitanti, seguito dalla Haute-Saône in Borgogna (16,44) e il Lot a sud-ovest (16,9).

Adesso l’inquilino dell’Eliseo dovrà continuare in questa direzione per dimostrare che la ripresa di consensi non è data da un fattore congiunturale ma è invece frutto di un vero cambio di rotta della linea politica.

@DaniloCeccarell

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

Puoi acquistare la rivista in edicola o abbonarti

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

Lettere
al Direttore

Giuseppe Scognamiglio risponderà ogni settimana a una lettera inviata dai lettori. Potete far pervenire la vostra lettera via email usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua lettera
al direttore

GUALA
GUALA