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La strada verso Damasco

Finora solo l'Ue ha mobilitato i circa 17 miliardi di euro a sostegno della popolazione siriana. Ma la situazione, dopo otto anni di guerra civile, resta ancora grave

Bambini ad Aleppo spingono un carretto con dei generi di conforto forniti dall’ Unhcr. Bassam Diab/Unhcr/Handout via Reuters/Contrasto
Bambini ad Aleppo spingono un carretto con dei generi di conforto forniti dall’ Unhcr. Bassam Diab/Unhcr/Handout via Reuters/Contrasto

Dopo otto anni la situazione della Siria resta critica. Il rischio di violenze è ancora alto, milioni di cittadini siriani sono ancora sfollati.

Non ci sono le condizioni perché i rifugiati siriani possano far ritorno nel proprio Paese. È la valutazione dell’Unhcr a cui fa affidamento anche l’Unione Europea.

“L’Unione Europea sostiene il diritto dei rifugiati siriani e degli sfollati interni a tornare alle proprie case” − spiega un portavoce della Commissione Europea – “ma affinché ciò accada, le persone devono sapere che saranno al sicuro, che loro e i loro familiari non dovranno affrontare la detenzione arbitraria e la coscrizione obbligatoria forzata (il servizio militare), che i loro diritti di alloggio, di terra e di proprietà saranno rispettati.”

L'Ue condivide la valutazione dell'Unhcr secondo cui tali condizioni non sono ancora in atto. Pertanto, secondo il portavoce, spetta alle parti sul campo e agli alleati del regime siriano dimostrare che le condizioni saranno soddisfatte e garantire che la Siria diventi un luogo in cui tutti i cittadini possano sentirsi al sicuro: “Spetta alla comunità internazionale garantire collettivamente che i ritorni avvengano in modo volontario, sicuro e dignitoso. I rimpatri non sono condizionati da una soluzione politica, ma sono principalmente legati alla garanzia di sicurezza di tutti i siriani.”

I tempi non saranno brevi neanche per l’avvio di un piano di ricostruzione del territorio siriano: i fondi dell'Unione europea e degli Stati membri per la ricostruzione verranno mobilitati solo quando sarà avviata una vera transizione politica, sotto l'egida delle Nazioni Unite. “L'Ue, in ogni caso, non collega la questione della ricostruzione ai rimpatri” ribadisce il portavoce della Commissione.

“Una pace sostenibile sarà possibile solo attraverso un processo politico siriano guidato dalle Nazioni Unite a Ginevra, in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu” spiegano dall’esecutivo europeo. Al momento il Governo del Presidente Bashar al-Assad e i suoi sostenitori internazionali, Russia e Iran, hanno ripreso i due terzi del Paese. Ma gli alleati del Governo siriano sono entrambi colpiti dalle sanzioni degli Stati Uniti e non è chiaro se prenderanno parte ai finanziamenti per la ricostruzione del Paese. 6,2 milioni di persone, pari a un terzo della popolazione registrata prima della guerra, sono fuggite dalle loro case in altre parti della Siria, aumentando la pressione sulla scarsità di abitazioni, praticamente esaurite, si legge in un articolo pubblicato dal Financial Times recentemente. Già da tempo, prima che scoppiasse la guerra nel 2011, riporta sempre il quotidiano economico britannico, le migrazioni rurali verso le città, guidate dal cambiamento dell'economia e dalla siccità della Siria, avevano provocato una proliferazione di alloggi informali all'interno e intorno alle città, baraccopoli di cemento non regolamentate che ospitavano milioni di persone. Questi sviluppi illegali erano nel mirino del Governo anche prima del conflitto. Un decreto del Governo siriano dell'anno scorso, noto come Legge 10, ha spianato la strada alla riqualificazione su larga scala di queste aree, espropriando in effetti proprietà di cui i residenti non possono dimostrare il possesso legale.

Alcuni architetti siriani ritengono che ricostruire il territorio come era prima debba essere opera delle comunità che si ricostituiranno, riporta il Financial Times. Secondo gli architetti una ricostruzione di successo dovrebbe avvenire su scala ridotta, essere guidata a livello locale ed essere sensibile ai bisogni sociali ed economici dei cittadini siriani.

Lo scorso marzo si è tenuta la terza conferenza di Bruxelles "Supporting the future of Syria and the region". Tra gli obiettivi dell’incontro: mantenere la Siria e il popolo siriano in cima all'agenda internazionale, sostenere il processo politico guidato dalle Nazioni Unite e mobilitare il sostegno finanziario internazionale per mantenere la consegna di aiuti umanitari sia all'interno della Siria che nei Paesi vicini. Tra i partecipanti alla Conferenza: oltre cinquecento organizzazioni siriane della società civile e ottanta delegazioni internazionali in rappresentanza di oltre cinquanta Paesi. Ma finora solo dall’Unione Europea sono stati mobilitati i circa 17 miliardi di euro a sostegno della popolazione siriana sia all’interno che all’esterno del Paese.

In generale, la terza Conferenza di Bruxelles è riuscita a raccogliere l’impegno per mobilitare un totale di 8,3 miliardi di euro da impiegare in Siria e nella regione, 6,2 miliardi di euro solo per il 2019. Due terzi delle promesse di impegno provengono dall'Unione Europea e dai suoi Stati membri.

I fondi mobilitati non guardano solo agli aiuti umanitari ma anche ai bisogni essenziali dei cittadini siriani, la riabilitazione e la ricostruzione delle aree liberate da Daesh, per stabilizzare e rendere nuovamente disponibili i servizi. I finanziamenti dell’Unione sono destinati anche alle azioni dell'Unhcr in Siria volte ad aiutare gli sfollati interni e coloro che ritornano volontariamente nel Paese. La Banca Mondiale stima che oltre un terzo del patrimonio abitativo del Paese sia stato danneggiato o distrutto, mentre le città sono state colpite da bombe e proiettili durante la guerra civile durata otto anni.

L’Europa sostiene anche le comunità locali dei Paesi vicini che hanno accolto per diversi anni i rifugiati siriani, oltre 5.6 milioni sono registrati nei territori di Giordania, Libano, Turchia, Iraq e Egitto, con aiuti umanitari, supporto allo sviluppo, all’economia e alla stabilizzazione. Il Libano, con quasi un milione di rifugiati siriani, e la Giordania, con 650mila, ospitano il numero più elevato al mondo di rifugiati pro capite. In Libano una persona su cinque è un rifugiato e in Giordania una su quindici. In particolare, il supporto Ue è indirizzato alla creazione di opportunità di lavoro, infrastrutture, comprese le scuole, nonché migliori servizi sanitari e idrici in questi Paesi.

Il maggior numero di rifugiati alle porte dell’Europa è ospitato dalla Turchia, 3.5 milioni. I rifugiati in questi Paesi sono sempre più vulnerabili e affrontano situazioni di povertà estrema.

Dalla sua istituzione nel dicembre 2014, una quota crescente dell'aiuto non umanitario dell'Ue a favore dei rifugiati siriani e dei loro Paesi ospitanti è fornita attraverso il Fondo fiduciario regionale dell'Ue in risposta alla crisi siriana, il "Madad”, che ha raggiunto un volume totale di oltre € 1,7 miliardi fino ad oggi.

I fondi si concentrano su programmi per l’istruzione, mezzi di sussistenza, salute, sostegno socioeconomico, acqua, le infrastrutture, sia per i rifugiati che per le comunità ospitanti: sono già state approvati dal Consiglio di amministrazione del Fondo programmi per un totale di oltre 1,5 miliardi di euro, raggiungendo 1.9 milioni di persone sul territorio.

In questo quadro viene finanziato, ad esempio, un progetto per i servizi sanitari in Libano attraverso il fondo fiduciario, International Medical Corps, con numerosi partner internazionali e locali e il Ministero della Salute Pubblica, che ha reso possibile un'assistenza sanitaria accessibile e di qualità in tutto il Paese per 501.930 persone tra libanesi vulnerabili e rifugiati siriani.

Mantenere la ricostruzione della Siria tra i temi chiave dell’agenda dell’Unione Europea sarà fondamentale per riportare stabilità nel Paese e a livello internazionale. La ricostruzione, come insiste l’Ue, non deve essere solo a livello di infrastrutture ma deve condurre a un’autentica riconciliazione all’interno del Paese.

L’Europa è pronta a dare il suo sostegno qualora ci siano le condizioni perché non si ricrei la situazione precedente alla guerra, in cui erano forti le disparità e il ricorso incondizionato alla violenza, problemi che hanno innescato il conflitto. Non si potrà dunque prescindere da una vera transizione politica che porti a un contesto di pace nel Paese.

@IreneGiuntella

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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