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Romania non adatta alla Ue?

Resoconto sulla situazione del Paese alla guida del Consiglio Europeo: lo stato di diritto fatica ad affermare i propri capisaldi

Il Primo Ministro romeno Viorica Dancila insieme a Jean-Claude Juncker. Inquam Photos/Octav Ganea via REUTERS/Contrasto
Il Primo Ministro romeno Viorica Dancila insieme a Jean-Claude Juncker. Inquam Photos/Octav Ganea via REUTERS/Contrasto

“La Romania non è adatta a guidare l’Ue”, con questa dichiarazione − rilasciata da Jean-Claude Juncker al quotidiano tedesco Welt am Sontagg – cominciava nel gennaio scorso il semestre di presidenza romeno, il primo dopo dodici anni di appartenenza all’Unione Europea. Un inizio quanto mai difficile per Bucarest, circondata dallo scetticismo generale. E a poco sono valse le parole concilianti di Donald Tusk che, in un tweet, si è dichiarato fiducioso verso il Governo romeno, se persino il Presidente della Romania, Klaus Iohannis, ha candidamente ammesso che il Paese non è in grado di gestire gli scottanti dossier europei che si è trovato sul tavolo, tra cui Brexit.

Ma a cosa si deve tanta sfiducia? La risposta si trova nel progress report con cui l’Unione traccia il quadro generale della situazione nel Paese. Il documento, pubblicato a novembre 2018, suona come una condanna per Bucarest: progressi non se ne vedono. A preoccupare è soprattutto lo stato di diritto, fortemente minacciato da leggi che limitano l’indipendenza della magistratura e consentono ai parlamentari indagati per corruzione di evitare il processo. Per questo Bucarest è da tempo sorvegliata speciale. Da quando è entrata a far parte dell'Ue, il 1° gennaio 2007, la Romania non ha ancora realizzato i progressi auspicati in materia di riforma giudiziaria e lotta alla corruzione. La Commissione Europea ha perciò istituito il Meccanismo di cooperazione e verifica (MCV) come misura transitoria per aiutare il Paese a porre rimedio a tali carenze. Tuttavia i Governi romeni hanno evitato accuratamente di seguire le indicazioni della Commissione, tanto che ad oggi il Paese è riuscito persino a fare dei passi indietro in materia di lotta alla corruzione. Così la Commissione ha inviato a Bucarest il proprio technical report annuale con altre dodici raccomandazioni che, sommate a quelle dell’anno precedente, fanno una ventina di buoni motivi per cui la Romania non è adatta a guidare l’Ue.

Sotto la lente di Bruxelles ci sono gli emendamenti che il Governo ha recentemente approvato per modificare le tre leggi fondamentali (303, 304 e 317) che regolano il sistema giudiziario romeno. Introdotte nel 2004, queste leggi sanciscono l’indipendenza dei magistrati e del Consiglio superiore di magistratura, consentendo l’avvio di indagini anche nei confronti di parlamentari. In particolare, forniscono gli strumenti per la lotta alla corruzione, problema che riguarda in larga misura proprio il mondo della politica. Un mondo che cerca di proteggersi. Gli emendamenti consentono infatti al Governo di influenzare le nomine dei magistrati e istituiscono uno speciale organo di vigilanza sull’operato dei giudici. Tale organo ha come obiettivo non dichiarato quello di disincentivare le indagini dei magistrati nei confronti di esponenti politici. La Commissione di Venezia ha criticato aspramente le modifiche introdotte dal Governo: una più netta separazione tra il potere esecutivo del governo e quello giudiziario dei magistrati è indicata come condizione essenziale affinché il Paese possa essere un partner credibile per le democrazie europee.

Il problema delle raccomandazioni è che non sono vincolanti anche se, attraverso il MCV, la Commissione può far leva sui fondi europei destinati al Paese collegandoli all’implementazione delle misure richieste. Al momento, però, Bucarest si è sempre vista recapitare puntualmente il proprio assegno. Anzi, secondo il progetto di budget per l’esercizio finanziario del periodo 2021-2027, la Romania riceverà 27,2 miliardi di euro di fondi strutturali e di coesione, in aumento dell’8% (circa 2 miliardi di euro) rispetto all’esercizio finanziario 2014-2020.

Lo stato di diritto non è un inciampo alla corretta gestione dello stato o un ostacolo alla volontà popolare. Eppure sono in molti, ultimamente, a fingere di non capirlo, specialmente nella parte orientale dell’Unione Europea, in Polonia, Ungheria e – appunto – Romania. Non a caso i tre Governi sono dominati da forze euroscettiche, dove lo scetticismo non è altro che il risultato della volontà di strapotere di Governi ben decisi a piegare le leggi alle proprie esigenze, con buona pace della democrazia. Nel caso specifico della Romania, la questione non è solo la sua inadeguatezza a guidare l’Ue ma i suoi limiti nell’essere un partner affidabile a tutto tondo. E poco valgono le parole della premier Viorica Dancila quando afferma che il semestre romeno sarà finalizzato a “consolidare il progetto europeo” poiché il progetto europeo si fonda proprio “sul rispetto dello stato di diritto”, come recita l’art.2 del TUE. Il Governo ha però sempre rimandato al mittente ogni critica, accusando Bruxelles di ingerenza e rivendicando la propria sovranità in materia giudiziaria, accusando i partner europei di trattare la Romania come un Paese di seconda categoria. Il vittimismo è un ingrediente fondamentale della ricetta sovranista.

L’incubo dei politici romeni è Laura Codruta Kovesi, prima donna e il più giovane magistrato a capo della procura generale dell'Alta corte di Cassazione e Giustizia, incarico che ha ricoperto dal 2006 al 2012, per poi diventare procuratore capo della Direzione nazionale anticorruzione (DNA) su indicazione dell’allora Presidente Traian Basescu. Ruolo che ha svolto con onore, diventando, in virtù della propria integrità, una delle figure più apprezzate in Romania e all’estero. Fu lei ad avviare le indagini nei confronti di Victor Ponta, Primo Ministro tra il 2012 e il 2015, dimostrando di non avere soggezione della classe politica al potere.

Il suo impegno nel contrasto alla corruzione politica le ha causato però non poche antipatie così, nel 2018, su iniziativa del Ministro della Giustizia, la Kovesi è stata rimossa dalla sua carica, lasciando la DNA priva di una guida. Dietro la decisione, l’ombra di Liviu Dragnea, Presidente del partito social-democratico, protagonista di numerosi casi di corruzione. I più rilevanti sono quello del 2004, quando fu indagato per essersi intascato fondi europei, e quello del 2016 quando fu condannato per frode elettorale. Quest’ultima accusa è stata mossa proprio dalla DNA guidata dalla Kovesi e gli è costata l’estromissione dalla politica per due anni.

Il Governo romeno sembra però aver fatto i conti senza l’oste. Laura Codruta Kovesi è stata infatti proposta come Procuratore capo europeo. La Procura europea (Eppo), istituita per perseguire soprattutto la frode contro i fondi Ue, dovrebbe diventare operativa alla fine del 2020. Da quella posizione, la Kovesi potrebbe ancora nuocere agli interessi della politica romena che infatti ha in prima istanza respinto la proposta di nomina. È la prima volta nella storia dell’Unione che un Paese membro boccia la candidatura di un proprio connazionale al vertice di un’istituzione europea. Il Parlamento Europeo si è però mostrato compatto nell’appoggiare la candidatura della Kovesi e la partita con Bucarest è tutt’altro che chiusa.

L’élite politica romena resta però sugli scudi. Nomenklatura intoccabile e temibile come ai tempi della dittatura, essa è sorda alle raccomandazioni della Commissione che, a ben vedere, non sembra del tutto in errore nel ritenere il Paese non ancora pronto alle sfide poste dall’integrazione europea.

@zola_matteo

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