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Salario minimo europeo, solo un'idea?

Un provvedimento sul salario minimo rafforzerebbe l’integrazione dei Paesi membri e il riavvicinamento tra opinione pubblica e istituzioni

I manifestanti del sindacato affiliato al comunismo PAME marciano davanti al Parlamento, durante una manifestazione che segna uno sciopero di 24 ore, Atene, Grecia, 28 novembre 2018.REUTERS/Costas Baltas
I manifestanti del sindacato affiliato al comunismo PAME marciano davanti al Parlamento, durante una manifestazione che segna uno sciopero di 24 ore, Atene, Grecia, 28 novembre 2018.REUTERS/Costas Baltas

L’idea di un salario minimo europeo non è certo nuova. Se ne parla fin dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, come di uno dei possibili elementi del cosiddetto “pilastro sociale” europeo; un pilastro che doveva affiancare alla stabilità e alla crescita, garantite dalla governance macro-economica, equità e giustizia sociale. Nei fatti il pilastro sociale non è stato sviluppato, e l’enfasi delle politiche europee è stata quasi esclusivamente posta sulla stabilità macro-economica.

Ciononostante, il tema di un coordinamento, se non di un’armonizzazione delle politiche del lavoro europee è rimasto presente, sia pure nascosto, nel dibattito pubblico europeo. Jean-Claude Juncker, nel 2014, disse che “tutti i Paesi dell’Unione Europea dovrebbero mettere in cantiere un salario minimo sociale, un reddito minimo garantito”. Come spesso accade, a queste dichiarazioni di principio seguì molto poco. Oggi, alla vigilia delle elezioni, e sulla spinta del disagio e della richiesta di giustizia sociale di cui i gilet gialli sono l’espressione più visibile, il tema ritorna prepotentemente alla ribalta. Lo chiede il Partito Socialista Europeo, ne parlano sia Emmanuel Macron nella sua “lettera ai cittadini d’Europa”, che i partiti cosiddetti populisti.

Il tema è importante e si inscrive in un più generale discorso sul cosiddetto “dumping sociale e fiscale”, vale a dire la tendenza degli ultimi anni, da parte dei Governi europei, a competere tra di loro agendo sulla competitività detta “di costo”: la riduzione dei costi di produzione, da ottenersi tramite la deflazione salariale (favorita dai livelli che rimangono elevati della disoccupazione) e la riduzione delle tasse sulle imprese e sul capitale. Per i Paesi europei il solo obiettivo sembra oggi quello di crescere con le esportazioni e con la sottrazione di quote di mercato agli altri Paesi, dell’Ue, che sono visti come concorrenti e non come partner.

Proprio perché la “corsa al ribasso” sembra essere così radicata, è difficile immaginare che basti un salario minimo armonizzato per cambiare un modello di crescita che sembra radicato nelle menti dei nostri dirigenti (e di molti economisti). Dopotutto, non è un caso se il pilastro sociale è stato trascurato: esso era percepito come un inutile orpello di un sistema in cui la flessibilità di mercato era considerata la via maestra per la crescita. In quest’ottica, la sola guida per la fissazione dei salari doveva essere la produttività del lavoro, e la fissazione di salari minimi era combattuta in quanto causa di distorsioni e in ultima istanza di disoccupazione. Poco importa che l’evidenza empirica (anche quella prodotta dalla Commissione in tempi recenti) abbia sempre mostrato un impatto limitato se non nullo dei salari minimi sulla disoccupazione.

Se è illusorio immaginare che da solo il salario minimo fermi il dumping sociale (esso dovrebbe almeno essere associato ad un’armonizzazione delle imposte sulle società e ad una tassazione comune delle multinazionali), questo non significa che sarebbe inutile. Intanto renderebbe comunque il dumping più difficile. Poi, e soprattutto, esso contribuirebbe a combattere la povertà e a ridurre le disuguaglianze, arrivate anche in Europa a livelli incompatibili con una crescita stabile ed equilibrata. In particolare, la crisi lascia in eredità all’economia europea il fenomeno dei working poors, vale a dire di lavoratori che non riescono con le proprie remunerazioni a discostarsi significativamente dalla soglia di povertà. Con un’economia che fatica a lasciarsi alle spalle la crisi del decennio scorso, un salario minimo europeo potrebbe trasferire risorse a categorie la cui propensione al consumo è più alta, aumentando così potere d’acquisto, consumi e domanda domestica. Non solo i consumi sono una componente stabile del reddito, ma una domanda domestica più elevata consentirebbe di ridurre la dipendenza dell’economia europea (e in particolare di alcuni paesi in cui la domanda estera è particolarmente importante, come la Germania) dalle esportazioni, e quindi da un ambiente internazionale sempre più instabile dal punto di vista geopolitico ed economico.

Prima di vedere quali margini esistono per ragionare sul salario minimo europeo, sgombriamo il campo da un malinteso. Con pochissime eccezioni, quasi nessuno oggi immagina un salario minimo uguale per tutti. Le differenze (di prezzo e di reddito/produttività) sono troppo importanti. La discussione di oggi è sull’armonizzazione del salario minimo rapportato a qualche indicatore nazionale, come il salario mediano (il valore per il quale la metà dei salariati guadagna meno e la metà guadagna di più) o altro. I margini di azione sono elevati, visto che ad oggi c’è molta eterogeneità. Se è vero che ben 22 Paesi su 28 hanno un salario minimo (l’Italia è uno dei sei che ne sono sprovvisti, anche se il sistema di contrattazione collettiva in qualche modo ne ha a lungo fatto le veci), il suo livello, anche considerando le differenze negli standard di vita e nel potere di acquisto, varia enormemente. Eurostat fornisce statistiche che certificano la diversità (e i potenziali benefici dell’armonizzazione).  I Paesi più ricchi, tra cui in particolare il Regno Unito, la Francia e la Germania, sono quelli che hanno un salario minimo più elevato espresso in potere d’acquisto, mentre nel gruppo di coda figurano quasi tutti i paesi dell’allargamento (le eccezioni in questo caso sono la Romania, la Polonia e soprattutto la Slovenia, che hanno dei salari minimi piuttosto elevati). Il salario minimo va dal 39% al 64% del salario mediano.

Questa eterogeneità non è sorprendente, visto che la struttura salariale è il risultato di un complesso sistema istituzionale e del “contratto sociale” che gli elettori di ogni Paese scelgono liberamente. È per questo che il Trattato di Maastricht sottrae alle istituzioni europee le politiche salariali, che sono addirittura assenti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea adottata nel 2000 a Nizza.  Cosa si potrebbe fare allora?  Si potrebbe indicare, in forma di raccomandazione nel quadro del semestre europeo, un valore soglia, al quale i Paesi sarebbero invitati a tendere, senza prevedere un obbligo che comunque il Trattato non consentirebbe di fissare.

È allora cruciale la scelta di questa soglia. Negli anni Novanta del secolo scorso si parlava di un salario minimo che dovesse essere intorno al 60% del salario mediano (convenzionalmente, un salario è considerato “basso” se è inferiore ai due terzi del salario mediano, e la soglia di povertà si situa al 50%). La soglia del 60% era ed è insomma calcolata come il valore che garantisse da un lato condizioni di vita decenti (un living wage, salario di sussistenza, di cui si parla fin dalla Rerum Novarum di Leone XIII), e dall’altro un minimo di equità nella distribuzione del reddito da lavoro. Un salario minimo al 60% del salario mediano potrebbe ad esempio ridurre l’incidenza dei working poors.

Oggi solo tre Paesi sono al di là della soglia del 60% (Francia, Portogallo e Slovenia), per cui immaginare che gli altri convergano volontariamente verso tale livello è difficile. Si potrebbe allora abbassare la soglia (ad esempio alla soglia di povertà del 50%), favorendo un accordo tra gli Stati membri, e limitando almeno in parte il dumping. Ma dal punto di vista macro-economico non si avrebbero gli effetti sperati in termini di riduzione di povertà e disuguaglianza, oltre che di sostegno alla domanda aggregata. Un’alternativa più promettente potrebbe essere di rimanere alla soglia del 60% che sarebbe inserita all’interno di un pacchetto più vasto di indicatori (ad esempio tra gli indicatori di squilibri macro-economici introdotti in seguito alla crisi, e mai veramente sviluppati come strumento di coordinamento delle politiche degli Stati membri). Ogni Paese poi troverebbe il modo di introdurre tale soglia nel proprio ordinamento, tramite minimi legali, contrattazione collettiva, o altro.

@fsaraceno

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