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Lega strabica in Europa

A volte scudo, a volte spalla, sono intricate le influenze incrociate tra Unione Europea e Lega. Analizziamo la narrativa antieuropea di Matteo Salvini

Matteo Salvini durante la conferenza stampa dopo le elezioni europee di maggio. REUTERS/Alessandro Garofalo/Contrasto
Matteo Salvini durante la conferenza stampa dopo le elezioni europee di maggio. REUTERS/Alessandro Garofalo/Contrasto

È un tipico, tiepido pomeriggio francese di metà luglio, così lontano dall’usuale afa di Roma. A Strasburgo, il Parlamento Europeo sta per votare la fiducia al Presidente designato della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen. Manca meno di un’ora al voto a scrutinio segreto e la Lega, vincitrice delle elezioni europee di maggio, si trova a un bivio decisivo. Il partito di Matteo Salvini non ha ancora deciso, infatti, se appoggiare o affossare il Ministro tedesco della Difesa, sconosciuta ai più fino a due settimane prima e la cui maggioranza balla su una manciata di voti.

Bocche cucite per ordine dall’alto, i 28 eurodeputati del Carroccio si dirigono con passo veloce, schivando i giornalisti, verso una stanza al secondo piano del labirintico edificio Louise Weiss, per determinare la linea che il partito dovrà adottare. Si vocifera che i neoeletti vorrebbero voltare le spalle a von der Leyen, appoggiata dal Governo italiano in Consiglio Europeo. Chi ha già un mandato alle spalle, invece, sembrerebbe più accondiscendente, avendo ormai appreso che c’è bisogno di pelo sullo stomaco e tendenza al compromesso, se si vuole lasciare un segno nella bolla europea.

Perché era questo che gli elettori della Lega avevano chiesto ai loro rappresentanti: lasciare il segno per sovvertire il vincolo europeo. Torniamo indietro, ai mesi precedenti alle elezioni, quando Salvini aveva dichiarato guerra allo status quo nell’Unione. “Dopo il 26 maggio, in Europa cambierà tutto”, ripeteva come un mantra nei suoi comizi. Un cambiamento che doveva essere all’insegna del buonsenso, contro quell’Europa cupa e irrazionale che con i suoi no stava bloccando la realizzazione del contratto di Governo tra Lega e Movimento 5 Stelle.

Ma è stato davvero così? Il sistema di check and balances che Commissione e Consiglio hanno contrapposto al Governo gialloverde si è reso visibile attorno all’annosa questione del controllo dei conti pubblici. La pressione Ue ha, ad esempio, permesso di ricalibrare la gittata dei due principali “colpi” elettorali contenuti nella manovra, quota 100 e reddito di cittadinanza, senza tuttavia impedire ai due partiti di Governo di mettere a segno le proprie misure di bandiera.

Soprattutto, lo scudo europeo sui bilanci è riuscito ad ammorbidire l’effetto Salvini, smussandone in particolare i contorni più eversivi. Temi come lo sforamento delle regole europee del 3% nel rapporto deficit/Pil e del 130-140% tra debito e Pil sono costantemente presenti nella narrativa anti-Ue della campagna elettorale perenne della Lega. A scoprire il bluff di Salvini sul vincolo da Bruxelles era stato, però, l’allora neoministro Giovanni Tria che, nella conferenza stampa al suo primo Eurogruppo nel giugno 2018 aveva parlato di percorsi di riduzione del deficit strutturale e contenimento del debito da seguire nell’interesse dell’Italia.

Tria poneva, in sostanza, l’accento su come le regole europee aiutassero a rispondere efficacemente a vincoli esterni posti dagli investitori internazionali, in quanto l’Italia è costretta a muoversi sui mercati finanziari globali. “Il vero limite, o vincolo, al nostro operare è dettato da questo, non dalle regole della Commissione Europea,” diceva Tria, individuando nei mercati il vero freno e alludendo a una funzione quasi benefica delle regole Ue, capaci cioè di conformare l’azione di Governo alle necessità esterne per mantenere la competitività del sistema Paese nell’arena internazionale.

Ma il concetto di vincolo oppressivo europeo si presta talmente bene a tweet e dichiarazioni al vetriolo a mezzo stampa, che è lo stesso Salvini a crearsi uno scontro continuo con Bruxelles. Un esempio in tal senso giunge dalla reazione del ministro degli Interni a una sentenza della Corte di giustizia Ue di metà maggio, che aveva statuito come rifugianti e richiedenti asilo non potessero essere rimpatriati nel Paese di origine se vi era un fondato rischio di persecuzione, anche qualora avessero commesso un crimine nel Paese ospitante. Il disposto dei giudici del Lussemburgo non aveva, nella sostanza, praticamente alcun effetto sulla posizione inflessibile di Salvini, anzi, asseriva che i migranti erano suscettibili di perdita della protezione internazionale qualora incriminati dalle autorità del Paese in cui avevano ottenuto o richiesto asilo.

Eppure, Salvini aveva colto la palla al balzo per ribadire che sul suo decreto sicurezza non cambiava idea e che “migranti che stuprano, rubano e spacciano devono ritornare a casa”. Appunto quel buon senso da riportare al centro dell’Europa, pur non ponendo, la sentenza, alcun limite materiale al decreto. Far percepire il vincolo europeo serve soprattutto a rinforzare l’immagine di Salvini “che va avanti” nonostante ci sia chi, in Europa, gli rema contro. Anche palesi illogicità come quella di attrezzarsi per ridiscutere il regolamento di Dublino da soli, cosa evidentemente non possibile, contribuisce a creare nell’immaginario dell’elettore due schieramenti contrapposti: chi serve gli interessi dell’Italia e chi ne vuole solamente il male.

Se si fa un passo indietro per avere una visuale più ampia, si nota come, più che l’antagonista della narrativa di Salvini, il breve Governo Conte abbia spesso trovato nella Commissione uscente un alleato disposto al dialogo, per quanto severo nelle proprie richieste di mantenere la giusta traiettoria sulle misure più contestate dell’esecutivo e sui problemi atavici italiani come bassa crescita e alto debito.

Senza negare, quando richiesta, una mano allo stesso Carroccio. In febbraio il ministro Gian Marco Centinaio, leghista di ferro, era volato a Bruxelles per ottenere dal Commissario all’Agricoltura Phil Hogan l’ok alle misure di sostegno ai prezzi del latto sardo, normalmente considerate aiuto di stato. Semaforo verde arrivato in un solo pomeriggio e senza alcuna resistenza, in una mossa che si rivelò poi decisiva per la vittoria della Lega alle regionali in Sardegna la settimana successiva.

Il vincolo europeo ha anche permesso alla Lega di prevaricare l’alleato di Governo, il Movimento 5 Stelle, in alcune occasioni. È bastato infatti insistere sul “ce lo chiede l’Europa” per averla vinta su due questioni spinose come il gasdotto TAP e la TAV Torino-Lione, due battaglie storiche sulle quali i grillini hanno dovuto fare una sanguinosissima marcia indietro, fino a sancire l’insolita crisi agostana di Governo.

Lo straordinario successo della Lega alle elezioni dovrebbe costringere Salvini a far evolvere la linea del partito verso una contestazione attiva del vincolo europeo, avendo dichiarato l’obiettivo di incidere maggiormente nella prossima legislatura europea. Ciò doveva accadere tramite lo spostamento a destra del Parlamento Europeo, almeno nei piani originari andati però in fumo con il fallimento dell’intesa tra sovranisti, Partito popolare europeo (PPE) e gruppo dei conservatori (ECR), intrecciata nei mesi precedenti da Salvini con l’ungherese Viktor Orbán e il polacco Jarosław Kaczynski.

E questo ci riporta a martedì 16 luglio, al secondo piano del Louise Weiss building e alla stanza dove gli eurodeputati della Lega hanno confermato la linea: si voterà contro von der Leyen nonostante, alla Lega, Ursula fosse piaciuta. Nel suo discorso, aveva parlato di flessibilità dei conti pubblici e di gestione europea degli affari migratori. Aveva menzionato, certo, l’obbligo di salvare vite in mare, ma aveva citato anche il superamento di Dublino, quella riforma che Salvini voleva concludere da solo.

La Lega avrebbe voluto essere della partita, anche solo per una questione di buon senso, quello di votare appunto in conformità con il Governo di cui faceva parte. In questo senso, la spaccatura decisiva nel governo gialloverde si è consumata proprio quel pomeriggio a Strasburgo, con il Movimento 5 Stelle schieratosi a favore della neopresidente. Lo scontro tra i partiti di Governo, rimasto soltanto sottotraccia durante la campagna elettorale, è esploso nelle settimane successive all’elezione di von der Leyen, con uno strascico fatto di veleni e accuse di tradimento conclusosi nella rottura di inizio agosto. Se Bruxelles sembra aver fatto a volte da scudo, altre addirittura da spalla alle politiche di Salvini, ha certamente offerto la scintilla per la deflagrazione della crisi in quello strano matrimonio di convenienza tra Lega e Movimento 5 Stelle.

@gerardofortuna

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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