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Pristina, linea dura con Belgrado

La vittoria elettorale dell’opposizione inciderà nelle relazioni con la Serbia per sottolineare che il Kosovo è a tutti gli effetti uno Stato indipendente

I sostenitori del movimento Vetëvendosje (Autodeterminazione) sventolano bandiere dopo i risultati preliminari delle elezioni parlamentari a Pristina, Kosovo, 7 ottobre 2019. REUTERS/Florion Goga
I sostenitori del movimento Vetëvendosje (Autodeterminazione) sventolano bandiere dopo i risultati preliminari delle elezioni parlamentari a Pristina, Kosovo, 7 ottobre 2019. REUTERS/Florion Goga

Le elezioni di inizio ottobre hanno partorito un quadro politico inedito per il Kosovo. E questo non solo per i risultati, ma anche per le modalità procedurali con cui si è tenuto l’esercizio democratico.  

Nel 1999, intervenendo nel conflitto con la Serbia, la Nato agiva da levatrice per lo Stato kosovaro, che recideva così il proprio cordone ombelicale con Belgrado. Vent’anni dopo l’obiettivo primario dell’ex provincia serba non è cambiato: diventare uno Stato vero e proprio. A tal fine non basta solo procedere sul (tormentato) processo di riconoscimento a livello internazionale, ma anche costruire istituzioni solide, riconosciute come legittime dai propri cittadini e dai propri interlocutori esterni. Le relative soddisfazioni ottenute nel primo ambito sono state finora offuscate dai limitati miglioramenti registrati nel secondo.

Questo voto è stato allora un’inversione di tendenza. Lo scenario politico kosovaro è per molti versi affine a quello italiano: non esiste un bipolarismo consolidato, l’elettorato è molto volubile, sigle partitiche e coalizioni nascono e crollano con estrema facilità. Per questo la maturità dimostrata da candidati ed elettori è la prima grande novità restituita dalle urne. Nonostante la bassa affluenza (44%), la consultazione ha visto le istituzioni kosovare uscire legittimate. Non sono stati registrati brogli o violazioni sostanziali, a parte in alcuni seggi delle aree a maggioranza serba, dove ha spopolato la Lista Serba (90% nelle municipalità serbe, 6% a livello nazionale), sostenuta da Belgrado. In aggiunta, il verdetto delle urne è stato subito riconosciuto dalle forze sconfitte, che si sono limitate a chiedere il riconteggio dei voti in distretti dove si sono verificati errori tecnici. Un elemento che suggerisce quanto l’alternanza democratica sia ormai un dato accettato nello Stato più giovane del continente – per formazione (2008) e per età media (29 anni).

La seconda sorpresa riguarda i risultati. In un Paese in cui tutti parlano di lotta alla corruzione, ha trionfato (25.5%) l’outsider, l’unica forza politica mai ascesa al Governo prima d’ora e quindi ancora vergine agli occhi dell’opinione pubblica: Vetëvendosjeil movimento fondato e guidato dall’ex attivista Albin Kurti (classe ‘75). Governerà in coalizione con la Ldk (24.8%), la nobile decaduta della politica kosovara, formazione di centro-destra fondata negli anni ’90 dal rimpianto Presidente Ibrahim Rugova, oggi capeggiata da Vjosa Osmani − classe ’82, unico vero volto nuovo, nonché unica donna, tra i candidati.

L’alleanza tra i due partiti è stata una scelta naturale: prima delle elezioni avevano già ponderato l’idea di correre assieme. Il collante tra Vetëvendosje e Ldk è innanzitutto l’opposizione al cosiddetto “blocco Uçk”, quell’arcipelago di fazioni politiche create e dominate da figure dal passato torbido, legate alla guerra d’indipendenza 1998-1999. Appartengono alla categoria: il Partito Democratico del Kosovo, del Presidente Hashim Thaçi, arrivato terzo (21.2%); l’Alleanza per il Futuro del Kosovo, schieramento del premier uscente, Ramush Haradinaj (11.6%); la coalizione tra Iniziativa per il Kosovo e Alleanza per un Nuovo Kosovo, formazioni guidate dai due vice-premier uscenti Fatmir Litmaj e Behgjet Pacolli, che non è nemmeno riuscita superare il 5%, la soglia di sbarramento.  

Agli osservatori internazionali Vetëvendosje è nota soprattutto per essere l’ultima forza dichiaratamente pan-albanista della regione e una delle voci più critiche dell’ingerenza straniera – ovvero: Nato e Ue − nelle vicende kosovare. Ma questo movimento, affine sul piano ideologico a Syriza e Podemos, deve il proprio trionfo più alle posizioni in politica interna che a quelle di politica estera. La sua critica radicale alle disuguaglianze socio-economiche ha attirato molti elettori delle fasce che sentono di non aver beneficiato dalla disomogenea crescita economica (stabilmente attorno al 4% annuo) vissuta dal paese negli ultimi anni. Spinto dall’immagine di partito pulito e competente, il successo di Vetëvendosje era nell’aria. Già il 2017 lo aveva visto affermarsi come formazione più votata in Parlamento − pur senza i numeri per governare − e imporsi alle comunali delle uniche due città con più di 150 mila abitanti, Priština e Prizren. Dopo questa investitura popolare, il movimento è chiamato ora a confrontarsi con le emergenze del Paese, in primis l’alto tasso di emigrazione

Sul piano internazionale invece, la questione più spinosa non può che essere il rapporto con la Serbia. Subito dopo le elezioni, svestendo i panni dell’attivista barricadero e indossando già quelli da premier in pectore, il leader Albin Kurti ha aperto alla possibilità di rimuovere i dazi del 100% sulle importazioni da Serbia e Bosnia introdotti da Priština lo scorso anno, principale ostacolo alla ripresa del dialogo Kosovo-Serbia patrocinato dall’Ue, posizione sposata dall’alleato di Governo. La rimozione dei dazi non sembra tuttavia preludere all’apertura di un nuovo capitolo della relazione serbo-kosovara. Sia Vetëvendosje che la Ldk hanno parlato dell’importanza della “reciprocità” nel relazionarsi con Belgrado. Secondo gli addetti ai lavori, ciò significa che il nuovo esecutivo imporrà come conditio sine qua non per riprendere i negoziati sotto egida Ue il riconoscimento della propria statualità da parte di Belgrado. A questo è parso ammiccare Kurti parlando di “debito storico che la Serbia ha con il Kosovo”.

Dopo la Serbia, il dossier più intricato per il nuovo Governo è il rapporto con l’Ue. Il quadro attuale non invita all’ottimismo: il Kosovo è l’unico Stato balcanico, assieme alla Bosnia, a non essere nemmeno ufficialmente “candidato” all’entrata nell’Ue (lo status ufficiale è “potenziale candidato”) e il solo che ancora non beneficia della liberalizzazione dei visti per l’Unione. A ciò si aggiunga che Vetëvendosje arriva da una storia di spontaneismo segnata dall’opposizione agli attori esterni, nella convinzione che l’autodeterminazione (“vetëvendosje” in albanese) degli albanofoni della regione fosse l’unica soluzione veramente democratica. Non a caso la EULEX, la missione che Bruxelles ha lanciato nel 2008 per aiutare il rafforzamento dello Stato di diritto e del potere giudiziario, è finita più volte nel mirino di Kurti e sodali, indefessi nel presentarla come una spregevole forma di protettorato internazionale ai danni della cittadinanza kosovara. Un’animosità solo esacerbata dalla recente nomina dello spagnolo Josep Borrell ad Alto Rappresentante della Politica Estera Ue: assieme a Slovacchia, Cipro, Romania e Grecia, la Spagna è uno dei cinque Stati Ue che non riconoscono il Kosovo. Su questo fronte sarà allora la Ldk a dover operare da cerniera tra la coalizione di Governo e Bruxelles, garantendo a questo esecutivo di rottura quelle credenziali di autorevolezza internazionale di cui difettano in toto i colleghi. Si spiega così l’appoggio esplicito a Vjosa Osmani che la Cdu di Angela Merkel ha espresso alla vigilia del voto.

A prescindere dalle esigenze elettorali, l’intera classe politica kosovara è ben consapevole di quanto il sostegno di Bruxelles sia fondamentale sul piano finanziario e sul piano politico. Per il periodo 2014-2020 l’Ue ha già destinato al Kosovo 602 milioni di euro di fondi per l’assistenza pre-adesione (gli IPA) e sono ora in corso le trattative per la nuova tranche da allocare a partire dal 2021. Un frangente delicato, che potrebbe spingere l’esecutivo a preferire una diplomazia efficace, abbandonando l’attitudine tonitruante tipica di Vetëvendosje. E, già in passato, ai tavoli europei il Kosovo si è dimostrato maestro nell’agitare la sempreverde minaccia che l’instabilità torni a imperversare nell’ex Jugoslavia. Pare ormai evidente che oggi, messa in soffitta la retorica del “ritorno all’Europa” e della “comune casa europea”, sia questa la principale motivazione che spinge i leader dei 28 a non intonare il de profundis per l’allargamento ai Balcani Occidentali, mentre concretamente si prodigano per cercare di rallentarlo e ostracizzarlo in ogni modo.

@simo_benazzo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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