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Brexit: "Liberal" fuori tempo massimo

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Storicamente europeisti, nel corso della storia i Liberal Democratici hanno affrontato varie crisi di identità. Ultimamente hanno insistito per un secondo referendum

Joanne Kate Swinson tra i suoi sostenitori. REUTERS/Rebecca Naden
Joanne Kate Swinson tra i suoi sostenitori. REUTERS/Rebecca Naden

Entra in scena al Bournemouth International Centre con un abito verde pastello e tacchi rossi. La scenografia gialla, colore simbolo dei Liberal Democratici, la platea che la saluta in piedi. Jo Swinson, 39 anni, è alla sua ventunesima conferenza di partito, ma la prima da leader.

Scozzese, associata ai “LibDems” dall’età di 17 anni, eletta alla Camera dei Comuni a 25 anni e diventata sottosegretario a 32, Joanne Kate Swinson è stata eletta a luglio leader dei Liberal Democratici, la prima donna in questo ruolo. Ha ereditato un partito che, anche grazie alla Brexit, sta ritrovando una sua identità dopo una serie di errori e sconfitte.

“Il primo compito è chiaro. Dobbiamo fermare la Brexit,” ha detto Jo Swinson alla conferenza. “Perché non c’è nessuna Brexit che vada bene per il nostro Paese. L'Europa rende il nostro Regno Unito più forte. Ma la Brexit danneggia la nostra famiglia di nazioni”. E se non potranno fermare l’uscita dalla Ue (la Camera dei Comuni vota mentre andiamo in stampa), l’obiettivo sarà rientrarci al più presto.

A differenza di Conservatori e Laburisti, in cui convivono anime pro e anti-europeiste, il partito Liberal Democratico ha sempre sostenuto il progetto europeo. Nel 1950, l’allora Partito Liberale si espresse a favore della nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, precorritrice della Comunità Economica Europea (Cee). Nel 1973, diede pieno sostegno all’ingresso del Regno Unito nella Cee e due anni dopo, nel primo referendum su una possibile uscita, fece campagna perché vi restasse. I Liberal Democratici sostennero anche la creazione del mercato comune, spinto negli anni Ottanta da Margaret Thatcher, e l’approvazione del Trattato di Maastricht del 1992, ancora oggi considerato nel Regno Unito un passo troppo in là nell’integrazione europea.

La posizione europeista ha radici storiche. Nato nel 1859 per rappresentare la nuova classe industriale, il Partito Liberale promosse fin dagli inizi la democrazia parlamentare, il libero scambio e i diritti civili. La controparte erano i Conservatori che rappresentavano i proprietari terrieri e difendevano la Corona (il Partito Laburista, espressione della classe operaia, nacque più tardi).

I Liberali governarono per gran parte della seconda metà del XIX secolo. La prima figura carismatica fu Ewart Gladstone, il quattro volte Primo Ministro che passò la prima legge sull’istruzione, garantì il voto segreto e abolì dazi doganali e tasse sulle merci sostituendole con l’imposta sui redditi. Il partito tornò al Governo nel 1906 con Henry Campbell-Bannerman, che introdusse il sistema di previdenza nazionale.

La Prima guerra mondiale, gli anni Venti e la crisi che seguì la Grande Depressione furono momenti critici, e anche se il partito partecipò al “gabinetto di guerra” di Winston Churchill durante il secondo conflitto mondiale, fu decimato nel dopoguerra.

Si dovettero attendere gli anni Settanta per la rimonta, con il sostegno all’ingresso nell’Unione Europea, la campagna referendaria e l’avvicinamento ai laburisti moderati (il Partito Laburista era per l’uscita). All’inizio degli anni Ottanta iniziò la cosiddetta “Alleanza” con il Partito Social-Democratico, una frangia staccatasi dai laburisti per le loro posizioni di estrema sinistra. Alle elezioni del 1987, l’Alleanza ottenne il 23% dei seggi, ma nulla poté contro la conservatrice Margaret Thatcher, che stravinse assicurandosi un altro mandato. Di qui, la decisione di fondersi in un nuovo partito.

Creato nel 1988, il partito dei Liberal Democratici non ebbe un inizio facile. Divisioni interne, indecisione sul nome (inizialmente Social & Liberal Democrats) e 18 mesi per definire un logo pesarono sul risultato delle elezioni europee del 1989, quando ottennero solo il 6%.

Fu il leader Paddy Ashdown a risollevarne le sorti. Il suo programma si concentrava su temi popolari come l’istruzione e l’ambiente. Fu lui a spingere per l’approvazione del Trattato di Maastricht, per cui il Governo conservatore di John Major aveva perso la maggioranza. “Ho provato il più grande orgoglio quando ho portato il partito, non senza una buona dose di bracci di ferro, a sostenere John Major su Maastricht," dirà più tardi.

Dietro le quinte, Ashdown iniziò anche a negoziare per un Governo con i Laburisti di Tony Blair. Ma alle elezioni del 1997 i LibDems ottennero 46 seggi e la vittoria del Labour fu così schiacciante che il piano saltò.

Il clima cambiò di nuovo dopo gli attentati alle Torri Gemelle del 2001. Con gli Stati Uniti sul piede di guerra e Blair pronto a sostenere gli alleati americani in Iraq, i Liberal Democratici, sotto la nuova guida di Charles Kennedy, rimasero l’unico fra i maggiori partiti contrario al conflitto. Anche grazie a questa posizione, la loro popolarità continuò a crescere (62 seggi alle elezioni del 2005, il numero più alto dal 1923).

Nel 2007 fu eletto nuovo leader Nick Clegg, internazionalista e già deputato europeo. Il mantra della sua campagna elettorale del 2010 divenne “I agree with Nick” (sono d’accordo con Nick), frase lanciata dal Primo Ministro uscente, il laburista Gordon Brown, durante un dibattito televisivo, dal quale Clegg uscì vincitore. Il risultato elettorale fu però inferiore alle aspettative. Ma nessun partito ottenne la maggioranza alla Camera dei Comuni e i 57 seggi dei LibDems divennero l’ago della bilancia.

Il partito decise di entrare nel Governo di coalizione guidato dal conservatore David Cameron, con Nick Clegg come vice. Per la prima volta dopo 65 anni, i LibDems tornavano in una squadra di Governo, una decisione poi pagata cara.

Nonostante la promozione delle energie rinnovabili, gli aumenti delle pensioni e la legge per il matrimonio di persone dello stesso sesso, iniziative a loro attribuite nel Governo Cameron, i Liberal Democratici non sono stati perdonati per aver partecipato alle politiche di austerità e aver accettato l’aumento delle tasse universitarie volute dai Conservatori. Queste ultime, in particolare, vennero considerate dagli elettori il tradimento finale.

Con il passare del tempo, il partito era anche sempre più a disagio su altri temi, specie sull’immigrazione. Tutto ciò mentre, a destra dei Conservatori, continuava l’avanzata dello UKIP, il UK Independence Party che aveva come obiettivo l’uscita dall’Unione Europea.

Si dice che, nel 2013, quando David Cameron promise il referendum sulla Brexit se fosse stato rieletto, contasse sulla continuazione della coalizione con i Liberal Democratici, che probabilmente l’avrebbero fermato. In realtà, il manifesto dei LibDems per le elezioni del 2010 parlava già di un referendum, secondo il sito di fact-checking Full Fact.

Le elezioni del 2015 furono un disastro: solo 8 deputati per i Liberal Democratici e nomi illustri, inclusi la stessa Jo Swinson, fuori dal Parlamento. Nick Clegg si dimise il giorno dopo il voto e i Conservatori presero pieno controllo del Governo annunciando per il 2016 il referendum sulla Brexit.

Il seguito è storia nota. Dal referendum, tuttavia, il partito ha ritrovato una propria identità. Sono 12 i seggi riguadagnati alle elezioni anticipate del 2017 (Nick Clegg ha perso il suo), molti i successi su scala locale, mentre le adesioni continuano ad aumentare anche grazie alle defezioni di conservatori e laburisti contrari alla linea dei loro partiti. Dopo aver sostenuto la necessità di un secondo referendum, in un clima politico sempre più polarizzato, alla conferenza annuale di settembre a Bournemouth, i Liberal Democratici hanno deciso che la Brexit va cancellata e basta. Una lettera di revoca all’Unione Europea e l’incubo è finito, hanno detto.

Ma la svolta non è piaciuta a tutti. Caroline Lucas, l’ex leader dei Verdi e figura carismatica nel movimento che si batte perché il Regno Unito resti nella Ue, ha definito la posizione della Swinson “arrogante” e “pericolosa” perché anti-democratica. Solo un altro referendum può cancellare il risultato del primo, secondo lei e molti altri commentatori. Come andrà a finire? Come ogni cosa che riguarda i rapporti tra Regno Unito e Unione Europea, fare previsioni è ormai diventato impossibile.

@Claudiacomms

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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