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Ascesa e declino dell'Akp

Boom economico e vittorie politiche hanno segnato l’era Erdogan, che volge al termine...

I sostenitori dell'Akp durante una manifestazione elettorale a Istanbul, Turchia, 21 giugno 2019. REUTERS/Murad Sezer
I sostenitori dell'Akp durante una manifestazione elettorale a Istanbul, Turchia, 21 giugno 2019. REUTERS/Murad Sezer

La battuta “It’s the economy, stupid!” che segnò la campagna elettorale di Bill Clinton nel 1992 sembra essere stata il motivo ispiratore dell’era Akp, di cui si distinguono almeno due fasi: dalle vittoriose elezioni del 2002 al 2011, con il 2007 a rappresentare un momento di svolta per la chiusura del debito con il Fmi; dal 2011 ad oggi, con momenti di contestazione come la rivolta di Gezi del 2013, il fallito golpe del 2016, e la sconfitta a Istanbul e Ankara nelle amministrative del 2019. Si tratta di due fasi in cui la continuità, sotto il profilo sia politico sia economico, è solo apparente.

Nella prima fase, sulla scia delle riforme già avviate in reazione alla crisi economica del 2001 sotto la guida di Kemal Derviş, infatti, l’Akp propone agli elettori e quindi realizza un programma neo-liberale che, anche attraverso l’utilizzo di politiche redistributive, segna una chiara differenza con le politiche economiche, improntate alla ciclicità crescita/crisi, che avevano caratterizzato i Governi precedenti. Almeno sino al 2011, inoltre, l’AKP sfrutta le dinamiche internazionali per consolidare la stabilità economica, ad esempio utilizzando l’avvicinamento all’Ue per ridurre il rapporto deficit/Pil al 2% e per portare il debito pubblico al 61% nel 2006. Nell’anno dell’accettazione come Paese candidato alla membership europea (2005), il Governo Akp tiene peraltro a battesimo la nuova lira turca, con una mossa che conferma il generale ottimismo dell’economia nazionale e globale e favorisce l’ingresso di capitali stranieri, la cui presenza cresce da 1,7 nel 2003 a 20 miliardi nel 2007, incoraggiati anche da tassi di interesse elevati. I bassi tassi di inflazione di questo periodo, infine, assicurano non solo la crescita del benessere per la classe imprenditoriale, ma sostengono la crescita – se non addirittura la nascita – della classe media turca.

La riduzione della forbice dell’ineguaglianza ha un notevole impatto soprattutto nelle zone periferiche del Paese, che, di elezione in elezione, si confermano come il vero bacino elettorale dell’Akp, cui il partito garantisce un importante aumento della spesa pubblica nei settori della salute, dell’istruzione e dei servizi pubblici accanto a meccanismi redistributivi informali che, seppur fortemente criticati dai partiti di opposizione, rappresentano un’ulteriore freccia all’arco del Sultano. Grazie a un innegabile carisma politico, l’allora Primo Ministro Erdogan mantiene inalterato il sostegno popolare anche durante la crisi del 2008-2009. In vero, nonostante il Paese abbia per la prima volta una crescita negativa nel 2009, si è trattato di una crisi molto diversa da quelle vissute sino ad allora. Se ancora nel 2001 la crisi derivava da una cattiva gestione economica con conseguente crescita esponenziale del deficit e dell’inflazione che avevano reso necessario l’intervento di attori internazionali come il Fmi per ripristinare un disequilibrio in primo luogo dovuto all’imperizia dei decisori politici nazionali, nella crisi del 2008-2009 la situazione fiscale del Paese rimane sempre sotto controllo, l’inflazione non raggiunge mai la doppia cifra e il sistema bancario, a differenza di molti altri Paesi europei, dimostra la propria solidità. La classe politica dell’Akp ha dunque gioco facile nel sottolineare come la crisi sia dovuta a fattori esterni e come la situazione di crescita sia ripristinata già nel 2010, quando la Turchia si posiziona seconda nel ranking di crescita dei Paesi dell’area Oecd.

Dal 2011 in poi, si assiste a un mutamento di scenario, dovuto anche ai cambiamenti a livello internazionale, in cui le economie emergenti BRICS e il modello sviluppista del capitalismo strategico di stato congiunto a un crescente autoritarismo mostrano la potenzialità per soppiantare il tradizionale dominio dell’Occidente. In questo nuovo contesto, la Turchia si avvicina all’asse russo-cinese simbolizzato dalla Shanghai Cooperation, rafforza i richiami identitari islamici e le politiche neo-liberiste redistributive sono progressivamente soppiantate da una rinnovata partecipazione dello Stato, anche attraverso la costituzione di un nuovo fondo sovrano (il Turkiye Varlik Fonu), nelle attività economiche dei privati attraverso la costituzione di partnership per la realizzazione di importanti investimenti nelle grandi opere infrastrutturali e nella ristrutturazione edilizia, particolarmente evidente nelle grandi città. Il dinamismo economico è così mantenuto, insieme alla centralità della crescita, sebbene con una minore attenzione alla sostenibilità delle misure adottate per finanziarla e alla redistribuzione.

La congiunzione con il cosiddetto autoritarismo competitivo, inoltre, comporta una de-europeizzazione del Paese che ne modifica tanto la politica estera, sempre più interventista nei conflitti regionali, quanto le dinamiche istituzionali interne, con uno spostamento del centro decisionale economico dalla Banca Centrale al Ministero dell’Economia. La riduzione dei margini di autonomia decisionale della Banca centrale, tuttavia, compromette la credibilità sui mercati internazionali, sempre più scettici dinanzi alle politiche dei bassi tassi di interesse promosse dall’esecutivo. Se queste ultime sono funzionali ad assicurare il settore delle costruzioni e a favorire l’acquisto di immobili, mantenendo così inalterato il supporto della classe imprenditoriale, in un contesto di economia finanziaria globalizzata esse finiscono per indebolire la lira nei confronti del dollaro e delle altre monete forti, la espongono agli attacchi speculativi e conducono a quella crisi della moneta che il Paese attualmente vive. Una crisi cui si cerca di porre rimedio attraverso una crescita della spesa pubblica da cui tuttavia consegue un aumento esponenziale dell’inflazione, tornata in doppia cifra nel 2015.

All’indomani dell’approvazione della riforma per il presidenzialismo (2017), i paventati rischi che una alternanza al potere avrebbe potuto comportare per la stabilità sia politica che economica consentono all’Akp di ottenere una nuova vittoria nelle elezioni anticipate del 2018. In molti hanno visto nella scelta di anticipare il momento elettorale proprio un tentativo di evitare una eccessiva fluttuazione del consenso e di guadagnare più tempo per ottenere una nuova solidità economica, il cui raggiungimento è la dichiarata priorità del Ministro dell’Economia, nonchè genero di Erdogan, Berat Albayrak.

A livello internazionale, tuttavia, i mercati finanziari accolgono negativamente sia la nomina di Albayrak sia i falliti tentativi del Governo di ridurre l’inflazione, e un impatto ancora maggiore hanno le sanzioni introdotte dall’amministrazione Trump in reazione delle misure detentive post-golpe che hanno interessato alcuni cittadini americani. A livello interno, una prima reazione alle difficoltà di risolvere la crisi economica si avverte nei risultati elettorali delle amministrative 2019, in cui, nonostante la ripetizione delle elezioni a Istanbul, l’Akp perde, malamente, sia Ankara che il principale centro economico del Paese, Istanbul appunto.

Mentre nuove sanzioni, anche europee, si affacciano all’orizzonte in risposta sia alle forniture militari arrivate dalla Russia sia alle trivellazioni a largo di Cipro e l’autonomia della Banca Centrale è sempre più minacciata dai desideri di controllo della leadership politica, come dimostrato dalla sostituzione di Murat Cetinkaya con Murat Uysal come Governatore, la situazione economica sembra quanto mai controversa. La Banca Mondiale ipotizza una crescita del Pil per il 2021 a 4,2 (dal 2,5 rilevato nel 2018) ma, congiuntamente al Fmi, mette in guardia le autorità turche rispetto alla necessità di introdurre meccanismi correttivi affinché la crescita continui a essere sostenibile e non accresca, invece, le fragilità finanziarie del Paese.

In attesa delle prossime elezioni previste per il 2023, l’Akp potrebbe dunque puntare a un nuovo percorso di riforme per ottenere una stabilità economica volano per ulteriori successi elettorali. Questi anni, tuttavia, potrebbero anche essere sufficienti affinché l’opposizione capitalizzi le recenti vittorie e metta in campo un programma alternativo credibile, ponendo così fine al dominio dell’Akp sfruttando proprio quella variabile economica che ne ha garantito il successo.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di settembre/ottobre di eastwest.

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