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Ucraina: il Paese delle contraddizioni

Maidan cinque anni dopo: da una parte la 'rivoluzione della dignità', e dall'altra la guerra nel Donbass, che continua nelle regioni orientali del Paese.

Mercato Bessarabsky a Kiev. Commercianti giocano a scacchi, tra un cliente e l'altro. Reuters/Gleb Garanich
Mercato Bessarabsky a Kiev. Commercianti giocano a scacchi, tra un cliente e l'altro. Reuters/Gleb Garanich

Cinque anni dopo Maidan e con l’elezione di Volodymir Zelensky, un comico, come presidente, l'Ucraina rimane il paese delle contraddizioni. Da una parte gli eventi che hanno dato il via a quella che in Ucraina chiamano la ‘rivoluzione della dignità’ hanno solidificato l’orientamento europeo in politica estera, rafforzato la società civile e avviato un doloroso, seppur estremamente lento, processo di riforme. Dall’altra, la guerra nel Donbass continua a soffocare le regioni orientali del paese, a dividere la società e a rappresentare un ostacolo e una scusa per la classe dirigente che si è dimostrata incapace, nonostante la promettente fase iniziale, di mantenere le promesse fatte all’indomani della rivoluzione.

Quando il 22 febbraio 2014 − all’indomani dei tragici eventi lungo le vie centrali di Kiev in cui più di cento manifestanti avevano perso la vita sotto i colpi dei cecchini − il parlamento aveva nominato il nuovo presidente ad interim, un capitolo della storia del paese sembrava definitivamente chiuso. Il giorno prima, infatti, il corrotto e autoritario presidente Viktor Yanukovich era fuggito in Russia. Gli scontri tra manifestanti e polizia erano finiti. La piazza aveva vinto.

Una vittoria destinata a durare poco però. Rispondendo a quella che fu percepita come una minaccia geopolitica, la Russia non si è fatta scrupoli ad agire come una potenza del secolo scorso, annettendosi la Crimea e sostenendo la rivolta nel Donbass. Nel giro di pochi mesi, infatti, quello che all’inizio sembrava solo un piccolo focolaio si è trasformato in una vera e propria guerra con l’intervento, diretto e indiretto, di Mosca. Una guerra che nei cinque anni successivi avrebbe fatto più di 13 mila vittime nel cuore dell’Europa.

Ma Maidan non ha perso solo a causa di Mosca. Quel rinnovamento politico promesso sulle barricate, quel ‘vivere in maniera nuova’, come decantava lo slogan di quello che a maggio 2014 sarebbe diventato il nuovo presidente del paese, non si è realizzato nei fatti. L’oligarca Poroshenko, non era di certo un uomo nuovo. In politica dal 1998, fu uno dei fondatori del Partito delle regioni che ha portato al potere l’autoritario Yanukovich. Più volte ministro tra il 2009 e il 2012, negli ultimi cinque anni ha incarnato tutte le contraddizioni dell’Ucraina post-sovietica. A confermare il trend sono state poi le elezioni parlamentari che non hanno alterato di fatto la legge non scritta che in Ucraina vige dai tempi dell’indipendenza. Per raggiungere un posto in parlamento non servono molte idee, ma solo tanti soldi.

È vero che sull’onda di Maidan e su forte pressione della società civile, rinvigorita dall’esito e dall’importante ruolo giocato nelle proteste del 2013-2014, sono stati fatti numerosi passi avanti. Nell’estate 2014 la controparte ucraina aveva firmato i famosi Accordi di Associazione con l’Unione Europea, entrati definitivamente in vigore nel luglio 2017. Proprio l’Europa è diventata il principale partner e punto di riferimento per Kiev, sia da un punto di vista commerciale, sia politico. Un rapporto sempre più stretto evidenziato dall’introduzione − sempre nell’estate 2017 − del regime di liberalizzazione dei visti per i cittadini ucraini nell’area Schengen.   

Anche sul piano interno, nei primi due anni di governo, il nuovo presidente e il parlamento hanno avuto la forza di iniziare importanti riforme, come il processo di decentralizzazione nonostante il conflitto e le pressioni di Mosca. Anche se solo una goccia nell’oceano, quindi insufficiente per fare progressi reali nella lotta alla corruzione e al malaffare, è stato introdotto per la prima volta l’obbligo di rendere pubblica la rendicontazione del reddito personale dei parlamentari. Grazie all’impegno della società civile, inoltre, il settore degli appalti pubblici è diventato più trasparente grazie ad una serie di innovazioni come il sistema ProZorro che permette un maggiore controllo degli appalti.

A subire una serie di importanti riforme è stato poi il settore energetico. Sotto la guida del ministero dell’energia, la statale Naftogaz − divenuta nei decenni precedenti il vero tallone d’Achille del settore energetico ucraino e contenitore dei più svariati schemi corruttivi − ha subito una radicale ristrutturazione.     

Tutte queste riforme, nonostante la loro potenziale portata, non sono però bastate a rinnovare davvero il sistema politico del paese. A fare da contraltare ai passi in avanti rimangono numerosi problemi e il netto rallentamento del processo di riforme nella seconda parte del mandato presidenziale di Poroshenko. Il sistema economico e, di conseguenza, quello politico rimangono ancora dominati dagli oligarchi. Altro tasto dolente è stata la mancata riforma del sistema giudiziario e dei servizi di sicurezza (SBU) che rimangono estremamente politicizzati e, in pratica, sotto il controllo del presidente di turno. Questo non ha avuto solo un impatto negativo sulle libertà civili e sui numerosi casi giudiziari che rimangono irrisolti, ma anche sull’efficacia della lotta alla corruzione, la vera piaga del paese.

Ad esempio, su forte pressione dei partner occidentali e del Fondo Monetario Internazionale, Kiev ha fatto passi avanti nella creazione formale delle istituzioni volte a combattere la corruzione nelle alte sfere del potere. Tra il 2014 e il 2015, infatti, sono stati creati il Bureau Nazionale Anti-Corruzione (NABU) e l’Ufficio Speciale della Procura Anti-Corruzione (SAPO). In pratica però il loro funzionamento è stato fortemente limitato da pressioni politiche e dall’ostruzionismo della Procura generale. Di oltre 180 casi aperti negli ultimi anni, ad esempio, circa 50 hanno raggiunto la loro fase finale finendo però nel dimenticatoio burocratico e senza portare a nessuna condanna. Passando dalla padella nella brace, infine, proprio il NABU è finito nei mesi precedenti alle elezioni presidenziali nell’occhio del ciclone per aver insabbiato − secondo quanto sostengono alcuni giornalisti locali − l’indagine inerente agli schemi corruttivi nel settore della difesa che vedeva coinvolti uomini vicini a Poroshenko. Non dovrebbe sorprendere quindi che nonostante siano passati più di cinque anni dalla rivolta che ha spodestato Yanukovich, l’Ucraina rimane in linea con gli altri paesi dello spazio post-sovietico nell’indice di percezione della corruzione stilato da Transparency International, piazzandosi intorno al centoventesimo posto su centottanta paesi.

A complicare ulteriormente la situazione è stato infine il forte contraccolpo a livello economico. Con lo scoppio della guerra, la perdita della capacità produttiva del Donbass, il ri-orientamento forzato del sistema economico via dal mercato russo e la svalutazione della moneta, i prestiti del FMI sono divenuti i principali strumenti di stabilizzazione macroeconomica in tempi di forte recessione. Con i prestiti però il governo ha dovuto adottare alcune difficili riforme come quella del settore energetico, della sanità e del sistema pensionistico che, seppur necessarie per la stabilizzazione del sistema, hanno scaricato il peso maggiore sulla popolazione. Sebbene il Pil (in dollari) sia tornato in linea con il 2014, anno in cui aveva già subito una forte contrazione rispetto al 2013, la situazione rimane precaria e un numero sempre maggiore di ucraini si trova costretto ad emigrare per cercare fortuna.      

Nonostante le promesse elettorali e l’aria di cambiamento portata dal nuovo presidente quindi, la strada da percorrere appare tortuosa. I principali punti su cui Volodymir Zelensky dovrà costruire il proprio mandato rimangono gli stessi di cinque anni fa. Il conflitto con Mosca, il ruolo degli oligarchi in politica e nell’economia, la riforma delle principali istituzioni dello stato come il sistema giudiziario e, soprattutto, progressi reali nella lotta alla corruzione. Per fare passi avanti sarà necessario non solo il supporto del nuovo parlamento, ma anche della società civile che, nonostante le numerose difficoltà, ha rappresentato negli ultimi cinque anni la vera spina nel fianco per il potere. Ed è forse proprio questo che oggi differenzia davvero l’Ucraina da molti altri paesi dello spazio post-sovietico.

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