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Donne al potere

Due donne ai vertici dell'Europa, scelte per la loro energia ed esperienza, dovranno infondere nuova fiducia in una democrazia indebolita

La Presidente eletta della Commissione Europea Ursula von der Leyen e la Presidente designata della Banca Centrale Europea Christine Lagarde partecipano a un evento di addio per il Presidente uscente della Bce Mario Draghi a Francoforte, Germania, 28 ottobre 2019. Boris Roessler/Pool via REUTERS
La Presidente eletta della Commissione Europea Ursula von der Leyen e la Presidente designata della Banca Centrale Europea Christine Lagarde partecipano a un evento di addio per il Presidente uscente della Bce Mario Draghi a Francoforte, Germania, 28 ottobre 2019. Boris Roessler/Pool via REUTERS

Le fotografie saranno bellissime, con queste due donne intelligenti e volitive alla guida di un’Europa post-crisi in cui, finita l’emergenza, è rimasto lo scontento. E sarà comunque rivoluzionaria questa riedizione contemporanea dell’asse franco-tedesco, con Ursula von der Leyen a Bruxelles e Christine Lagarde a Francoforte, entrambe guardiane di una parte dell’anima dell’Unione Europea, riverite dalle bambine di tutto il continente con la speranza che al soffitto di cristallo siano stati assestati colpi fatali.

Ma proprio in nome della parità, saranno i fatti a dover parlare e non solo l’approvazione per la svolta di genere. La famosa frase della francese Lagarde secondo cui se ci fossero state le Lehman Sisters “il mondo probabilmente sarebbe un bel po’ diverso”, sta per essere messa alla prova da sfide enormi. Perché queste due straordinarie politiche non sono state chiamate a raccogliere i cocci lasciati da qualcun altro, come avvenne con Theresa May nel Regno Unito dopo la Brexit, bensì a infondere nuova fiducia e slancio in un continente dalla ragion d’essere decisamente affievolita agli occhi dei suoi abitanti. I quali, insoddisfatti dall’andamento anemico dell’economia, hanno iniziato da un bel po’ a seguire il suadente canto delle sirene populiste che vengono da est e non solo. Von der Leyen lo ha detto: vuole dare “una nuova spinta per la democrazia europea”. E Lagarde dovrà lottare per continuare sulla via intrapresa dal governatore uscente Mario Draghi e dare all’economia della zona euro l’ossigeno necessario per tornare a correre. 

Lagarde e von der Leyen hanno in comune credenziali ed esperienza, ma anche il fatto di essere chiamate a un compito non perfettamente calzante per le loro competenze. La prima non è stata banchiere centrale come i suoi predecessori Duisenberg, Trichet e Mario Draghi, anche se il suo successo al Fondo Monetario Internazionale la vede uscire con una reputazione impeccabile. La von der Leyen ha lavorato accanto a Angela Merkel dal 2005 ma non è un ex capo di Stato o di Governo come Juncker, Barroso e Prodi, e al contrario della francese è arrivata tra mille polemiche legate alla sua gestione del Ministero della Difesa tedesco, così discutibile da averne, secondo i detrattori, infranto le aspirazioni di diventare Kanzlerin sulla scia della sua madrina politica Angela Merkel. Anche se il vero tallone d’Achille, quello che faticherà di più a gestire, è la maniera stessa in cui è stata nominata, con una maggioranza risicatissima, la sensazione di essere stata paracadutata a Bruxelles in barba alle procedure e con l’imbarazzante sostegno dei Governi di Polonia e Ungheria. Senza la benedizione dei Verdi, che considerano le sue promesse in materia di ambiente del tutto insufficienti sebbene siano le più ambiziose mai avanzate. E con un’ostilità assai manifesta da parte del Parlamento, pronto a metterle i bastoni tra le ruote fin dalle audizioni ai membri designati della sua commissione.  

Con il piglio risoluto di una che ha cresciuto sette figli, che ha fatto pure la ginecologa in California e che ha migliorato in maniera drastica le condizioni delle famiglie tedesche grazie a una solida e radicale riforma dei congedi di paternità e del sistema di asili nido, la von der Leyen, oltre a incarnare l’idea platonica di eurocrate secondo i giornali britannici, ha una figura pubblica a cui basta poco per trasformarsi in una fertile e operosa iconetta sovranista. “Con una testa ungherese e un occhio ungherese rivolti a una signora tedesca, posso dire al pubblico ungherese che una donna seria è diventata Presidente della Commissione Europea”, ha detto il premier ungherese Viktor Orbán dopo un incontro bilaterale. Un abbraccio un po’ troppo stretto da un Paese che per i prossimi anni sarà uno dei banchi di prova su cui si giocherà la credibilità della von der Leyen, che nella sua commissione avrà un portafoglio molto discusso: quello per la difesa dello stile di vita europeo, affidato a Margaritis Schinas e capace già solo dal nome di far brillare gli occhi a politici come Marine Le Pen. 

Con la sua famiglia impegnativa, von der Leyen ha deciso di non trasferirsi a Bruxelles ma di mantenere la casa di Hannover come quartier generale da raggiungere nei fine settimana, accontentandosi di una piccola foresteria di 25mq nel palazzo del Berlaymont per ridurre al minimo gli sprechi durante le lunghe giornate di lavoro. Austero, troppo austero, troppo tedesco, spartano, frugale e soprattutto poco promettente da un punto di vista sociale, di comprensione della realtà brussellese. Un piccolo bunker che sa di rifiuto e non di accoglienza o un’opportunità di razionalizzare i tempi? Per non parlare di quanto inquinerà prendere tutti quegli aerei una volta alla settimana, obiettano i critici, che nei suoi confronti sono feroci. In maniera stupefacente per una donna che ha comunque dimostrato grandi capacità. Martin Schulz ha osservato che “essere il nostro Ministro più debole è evidentemente abbastanza per diventare Presidente della Commissione”. La critica è condivisa anche tra i suoi compagni di partito cristiano-democratici ed è legata al fatto che, da Ministro della Difesa, la von der Leyen non ha saputo ottenere la fiducia delle truppe, non ha saputo gestire gli scandali sugli estremisti di destra tra i militari, pur aumentando i finanziamenti si è esposta all’accusa di non fornire i mezzi necessari all’esercito e ha avuto un rapporto troppo disinvolto con le consulenze esterne. È venuta fuori come una figura autoreferenziale, narcisista e senza visione: che sia stato solo dovuto al ruolo ingrato – il Ministero è considerato un cimitero di carriere politiche in Germania – lo dimostreranno i prossimi anni in Commissione.  

Lo svantaggio di partenza della Lagarde è in teoria più grande, ma la trova in migliore forma politica: la sessantatreenne è avvocato e non economista, sebbene sia stata già Ministro delle Finanze in Francia ai tempi della crisi e abbia guidato il Fondo Monetario Internazionale in anni difficili, ricostruendone l’immagine pubblica e procedendo al più grande salvataggio della storia, quello dell’Argentina da 57 miliardi di dollari. “Non ho abbastanza vanità da pensare di poter fare qualunque cosa”, ha dichiarato in un’intervista in cui, con candore e fermezza ha ammesso di aver esitato prima di accettare il lavoro. Ma “qualità diplomatiche, senso politico, comprensione della prospettiva dei Ministri e dei leader” sono qualità ancor più importanti quando si hanno tecnici e consiglieri di cui ci si fida, perché la crisi dell’Eurozona è sempre stata anche una crisi di comunicazione tra il nord e il sud del continente. E con la Germania pronta a dare nuovamente battaglia contro ogni tendenza ‘lassista’ nella politica monetaria, ci vorrà tutta l’abilità di una politica navigata come Lagarde per cercare di sciogliere i vecchi dogmatismi a favore di un benessere complessivo.    

Lei lo ha detto chiaramente: “La politica monetaria ha bisogno di restare molto accomodante nel futuro prossimo”. Il problema è che non ha tantissime frecce al suo arco, dopo anni di tassi ai minimi e di quantitative easing portati avanti dal Presidente uscente Mario Draghi, soprannominato ‘Conte Draghila’ dai tabloids tedeschi per la costante accusa di mettere le mani nelle tasche dei contribuenti. Che in un momento di brusca frenata dell’economia potrebbero essere ancora più sensibili. Davanti a sé, Lagarde, ha anche l’avanzata delle criptomonete come il Bitcoin, e anche la Libra di cui parla Facebook, ma fino a ora si è distinta per la maniera innovativa in cui riesce a pensare. Però vista la debolezza tecnica con cui parte, sicuramente i suoi detrattori cercheranno di capire quanto sia anche indipendente dalle cancellerie che l’hanno voluta lì. Ossia il suo sponsor principale, Emmanuel Macron, con l’occhio benevolo della Merkel. 

Lagarde e von der Leyen seguiranno destini diversi, così come diverso è stato il loro percorso e il loro contributo alla causa femminista. Però tra le molte cose di cui l'Unione Europea ha bisogno al momento, ci sono sicuramente delle nuove, energiche, madri fondatrici. Ora ci sono. 

@CristiMarconi

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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