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La battaglia per Bankitalia

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Il ricambio può anche essere salutare per un Paese così poco dinamico come il nostro, ma non a scapito della competenza

Il tema delle nomine pubbliche impegna il governo con una certa ansia di occupazione del potere. Dopo aver chiuso la partita Consob con l’uscita di Mario Nava in favore dell’ex Ministro per gli Affari europei Paolo Savona, è il turno di Banca d’Italia.

A finire nelle mire dei pentastellati, questa volta c’è il vicedirettore Luigi Federico Signorini, il cui il mandato è appena scaduto.  Tra le sue colpe, contenute in un dossier, ci sarebbe quella di aver mosso delle critiche pesanti al reddito di cittadinanza e al provvedimento sulle pensioni definito “quota 100”, misure inadatte a sostenere il Pil.

La questione è delicata, perché potrebbe coinvolgere anche il Colle, dato che la riconferma di Signorini passa per un decreto del Quirinale, dopo le proposte del presidente del Consiglio, insieme al Ministro dell’Economia.

«Su Bankitalia mi fido di Tria e di Conte» – ha detto Salvini – «ma, se dipendesse da me, un cambiamento lo porterei sino in fondo». La partita è ancora aperta, ma il disegno del governo giallo-verde è chiaro e coerente con il teorema populista: conta solo chi è stato unto dall’investitura popolare. Le derivazioni da presunte competenze, invece, sono fittizie e figlie di sclerosi e privilegi eterni, da eliminare. Il ricambio che questa maggioranza sta provocando può anche essere salutare per un Paese così poco dinamico come il nostro, ma le Autorità indipendenti non sono forse l’obiettivo più intelligente da scegliere, se vogliamo salvare quel sistema di check and balance che sta al centro degli equilibri delle nostre democrazie. Se poi i dirigenti da cambiare a tutti i costi si chiamano Nava o Signorini, allora dobbiamo preoccuparci, perché non tutte le persone sono uguali…

@GiuScognamiglio

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