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Con Draghi, la competenza sfida il populismo


La debolezza della maggioranza può essere un elemento di forza per chi se ne sappia servire, ma le ambiguità che la attraversano sono pericolose

La debolezza della maggioranza può essere un elemento di forza per chi se ne sappia servire, ma le ambiguità che la attraversano sono pericolose

Si è installato a Palazzo Chigi portando il silenzio dell’uomo che ama fare, e non parlare. Ha costruito attorno a sé, alla presidenza del Consiglio, e nei ministeri economici, una squadra di tecnici affidabili e competenti, Antonio Funiciello, Roberto Garofoli, Vittorio Colao e Daniele Franco. Ha poi consegnato il ruolo di portavoce alla vaghezza istituzionale di Paola Ansuini, che viene dalla Banca d’Italia, e a Ferdinando Giugliano, giornalista economico che aveva lavorato al Financial Times e a Bloomberg. Lei parla poco, lui parla inglese. E dunque il 17 febbraio, alle 10 del mattino, presentandosi per la prima volta al Parlamento che di lì a poco gli avrebbe votato la fiducia, Mario Draghi ha confermato di appartenere alla categoria degli italiani secchi, all’antropologia dei Dossi e dei Pontiggia. Prosa didattica punteggiata di senso del dovere, perché non serve nessun aggettivo che definisca quello che nasce: “Mi giudicherete per quello che farò”. E poi, citando Cavour: “Le riforme compiute rafforzano l’autorità”. Fisco, scuola, vaccini, lavoro, Recovery Plan… Vasto programma, ambizioso a dir poco, per certi versi esaltante.

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