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ITALIA CHIAMA EUROPA

Con Draghi, la competenza sfida il populismo

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La debolezza della maggioranza può essere un elemento di forza per chi se ne sappia servire, ma le ambiguità che la attraversano sono pericolose

Il Ministro per lo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti parla con il Primo Ministro Mario Draghi mentre partecipano a un dibattito al Senato in vista del voto di fiducia per il governo, Roma, Italia, 17 febbraio 2021. Andrew Medichini/Pool via REUTERS

Si è installato a Palazzo Chigi portando il silenzio dell’uomo che ama fare, e non parlare. Ha costruito attorno a sé, alla presidenza del Consiglio, e nei ministeri economici, una squadra di tecnici affidabili e competenti, Antonio Funiciello, Roberto Garofoli, Vittorio Colao e Daniele Franco. Ha poi consegnato il ruolo di portavoce alla vaghezza istituzionale di Paola Ansuini, che viene dalla Banca d’Italia, e a Ferdinando Giugliano, giornalista economico che aveva lavorato al Financial Times e a Bloomberg. Lei parla poco, lui parla inglese. E dunque il 17 febbraio, alle 10 del mattino, presentandosi per la prima volta al Parlamento che di lì a poco gli avrebbe votato la fiducia, Mario Draghi ha confermato di appartenere alla categoria degli italiani secchi, all’antropologia dei Dossi e dei Pontiggia. Prosa didattica punteggiata di senso del dovere, perché non serve nessun aggettivo che definisca quello che nasce: “Mi giudicherete per quello che farò”. E poi, citando Cavour: “Le riforme compiute rafforzano l’autorità”. Fisco, scuola, vaccini, lavoro, Recovery Plan… Vasto programma, ambizioso a dir poco, per certi versi esaltante.

Da allora nessuna conferenza stampa, nessuna intervista, nessun ricorso a quel fluviale susseguirsi di annunci e contro annunci, suggestioni e ritirate, fantasie e invenzioni, ribalderie e veline di cui da anni si alimenta il circo mediatico, quel gioco di specchi da perdere l’orientamento che gli anglosferici – ma ormai anche gli italiani – chiamano “spin”. Tutto molto singolare, inconsueto, nell’Italia delle dirette Facebook, dei comizi Instagram, dei selfie, del Papeete e dei salti nei cerchi di fuoco. Quanto durerà lo stile Draghi al potere? E cosa gli sarà concesso di fare da una classe politica che è sempre quella di prima, cioè quella delle elezioni del 2018? Come potrà navigare Mario Draghi nel Parlamento che gli italiani appena tre anni fa inzepparono di no euro, vaffanculisti e retorica anti establishment, e che secondo le categorie della politologia corrisponde forse alla forma più evoluta e instabile di populismo che i sistemi democratici occidentali abbiano fin qui conosciuto?

Nei due lunghi mesi, da dicembre a fine gennaio, in cui andava spelacchiandosi la vicenda politica di Giuseppe Conte e dell’alleanza tra Pd e Movimento 5 stelle, nella Lega prendeva coraggio la strategia di Giancarlo Giorgetti. Il vicesegretario, e architetto di retrovia della politica leghista, si trovava sostenuto da quella parte del partito, nordista e nativista settentrionale, che intorno agli amministratori delle grandi regioni del nord premeva per una maggiore partecipazione della Lega alle manovre politiche. Insomma alla gestione di quel Recovery Plan che con i suoi miliardi di euro avrebbe potuto ­potrebbe – tirare fuori la Lombardia e il Veneto dalle spire della crisi. Conciliaboli, insistenze, riservatissimi e cauti contatti con il Quirinale. Fino al botto definitivo di Conte e all’emergere di Draghi. A quel punto Giorgetti si è trovato a spiegare al suo leader, a Matteo Salvini, che doveva dire di sì a Draghi e a quello che rappresentava. Ovvero una mentalità italiana evoluta, europea e internazionale, un’occasione per la Lega di tornare in gioco, dunque in definitiva un’opportunità da cogliere al volo, pena il rischio di schiantarsi contro il suolo dell’irrilevanza rumorosa.

L’equilibrio tra Salvini e Giorgetti

Ma ecco il primo, e non certo di poco conto, problema che Draghi si trova già ad affrontare: Salvini non ha capito Giorgetti. Anzi, Salvini non la pensa affatto come Giorgetti. E per averne la certezza, in questi giorni, è appena sufficiente fare un giro in Parlamento, nei capannelli, tra i senatori e i deputati della Lega, dove già adesso si fanno discorsi dall’aria drammatica e vagabonda. Quel che infatti sin da subito Salvini ha capito della vicenda Draghi è che forse sarebbe potuto tornare ministro, che avrebbe potuto darsi da fare nei comizi social, che gli veniva offerta la possibilità di mettere in campo tutto quel genere di attività nelle quali eccelle e che già, ai tempi del governo con Luigi Di Maio, s’erano dimostrate efficaci al punto di consentirgli d’ingrassare nei consensi inscenando una continua baruffa, una perenne politica parallela a quella del governo. Tutto questo Draghi deve averlo capito. E naturalmente, alla fine, come tutti sanno, ha nominato Ministro Giorgetti, e si è guardato bene dall’imbarcare Salvini nella compagine di governo. Cosa che già in queste prime settimane ha spinto il leader leghista ad affidarsi a una tattica di ripiego: i ministri della Lega facciano un po’ quel che vogliono e possono, io faccio il controcanto sulle aperture, sul piano vaccini e sul fisco. Ma quanto potrà durare l’equilibrio tra Salvini e Giorgetti? E che effetti potrebbe avere sul governo Draghi, sulla sua capacità di azione e sulla sua durata, questo acrobatico malinteso che ancora non esplode eppure in tutta evidenza serpeggia e scoppietta?

Oggi la Lega, con Forza Italia, non è soltanto ultra rappresentata nel governo. Ma in Senato ha ribaltato gli equilibri di maggioranza e rappresenta il gruppo più numeroso a sostegno di Draghi.  Il cartello composto da Pd, M5s e sinistra arriva a quota 110. Lega e Forza Italia a 115. E questo per effetto dell’esplosione del Movimento cinque stelle, il partito che di fatto aveva vinto le elezioni del 2018, ma che nel corso dei tre anni successivi, tra abbandoni ed espulsioni, ha perso 28 parlamentari. Ed ecco il secondo problema di Draghi: i grillini. Benché crollato, secondo i sondaggi, dalle vette del 35% al sottoscala del 10%, il M5s è ancora un cardine fondamentale per qualsiasi maggioranza si voglia comporre in Parlamento. Ma il Movimento fondato da Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio è oggi un universo in decomposizione attraversato da una profonda frattura politica, strategica e di potere che vede contrapposti da una parte il figlio di Gianroberto, Davide, e dall’altra il comico genovese. Davide vorrebbe riprendersi la creatura del papà, riportandola al linguaggio e alle pulsioni delle origini. E per questo da tempo coltiva rapporti interni con Nicola Morra e Barbara Lezzi (oltre che con Alessandro Di Battista). Grillo, al contrario, è il contrafforte dei governisti, benedicente nei confronti di Luigi Di Maio e anche di Conte.

La fiducia a Mario Draghi

Nel giorno in cui il Senato votava la fiducia a Draghi questo conflitto è esploso in tutta la sua evidenza. Morra e Lezzi, insieme a parecchi altri, hanno votato No alla fiducia, a quanto pare confortati dal sostegno di Casaleggio che aveva garantito loro che nessuna iniziativa disciplinare li avrebbe investiti poiché – sono parole sue pubblicate sulle pagine internet dell’Associazione Rousseau – in vista delle prossime elezioni per la segreteria del M5s “il capo politico Vito Crimi è decaduto”, e dunque impossibilitato per regola statutaria ad espellere chicchessia. Solo che, nell’eterno possibilismo delle nebulose regole del M5s, Grillo ha al contrario offerto una diversa e opposta interpretazione: il capo politico c’è ancora ed è nel pieno delle sue funzioni. Fatto sta che lo scorso 18 febbraio Vito Crimi ha espulso Lezzi e Morra dal gruppo parlamentare del M5s, avviando la procedura di espulsione anche dal partito. I due, che hanno intenzione di candidarsi alla guida del M5s proprio imbracciando la bandiera della purezza, hanno annunciato ricorso, persino in tribunale. E questa storia, che può apparire episodica e di secondaria importanza, è in realtà centrale perché rivela il conflitto insanabile interno a quello che un tempo era il primo partito d’Italia. Così, anche in questo caso, come per la Lega, la domanda è la stessa: quanto potrà reggere il fragilissimo equilibrio? E potrà non avere conseguenze sulla serena navigazione del governo?

Mario Draghi è uscito dal cilindro del Presidente della Repubblica come la vivente fatalità dell’italico destino ai tempi della pandemia. Con un programma ambizioso, ed estremamente complicato, potrà contare sul suo proprio carisma, sul sostegno di Sergio Mattarella e sui bravi tecnici che lo circondano. Ma con i partiti dovrà fare di necessità virtù: la loro debolezza è una forza per chi se ne sappia servire, ma il tramestio e le ambiguità che li attraversano sono un’insidia, un veleno, una miscela instabile e pericolosa. La storia e la cronaca lo confermano. Basterebbe forse appena accennare alla parabola di Mario Monti. Le sue grandi riforme, le uniche, riuscì a farle nel momento più cupo e drammatico, a un passo dal default, con lo spread sul baratro dei seicento punti, quando ogni briglia era ormai travolta dalla tragedia incombente: non nascevano dall’ottimismo e dalle virtù italiane, ma dalla paura e dall’ansia di una casta inebetita. Finita la paura, lo divorarono, al punto da trasformare oggi Monti in una specie di monito per Draghi. Un doloroso monumento ai fallimenti della classe dirigente italiana. Non serve a nulla possedere la fede nella tecnica, la competenza e il prestigio, se tutto ciò è messo al servizio d’una borghesia indifferente, di un popolo chiassoso e di una politica che ne è il riflesso allo specchio.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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L'AUTORE

Salvatore Merlo

Vicedirettore de Il Foglio. Autore del libro "Fummo giovani soltanto allora", edito da Mondadori.
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