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Kenya, la lunga scia di sangue di al Shabaab

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Il massacro di studenti provocato dall’attacco sferrato ieri da un manipolo di jihadisti appartenenti al gruppo di al Shabaab è una delle pagine più drammatiche della storia recente del Kenya. Un bilancio pesantissimo in termini di vite umane: 147 morti e 79 feriti, quasi tutti studenti che frequentavano la North-Eastern Garissa University.

Una carneficina di gran lunga superiore alla clamorosa azione che gli islamisti somali portarono a compimento sempre in Kenya, nel settembre 2013, quando assaltarono il centro commerciale Nakumatt Westgate a Nairobi, catturando molti ostaggi e uccidendo 67 persone, tra le quali anche numerosi turisti di tredici diverse nazionalità.

Senza dubbio, l’elemento più inquietante dell’attacco è insito nel criterio con cui sono stati scelti gli studenti da giustiziare: la fede di appartenenza. Dopo aver operato la “selezione”, i miliziani hanno liberato tutti i musulmani e hanno giustiziato i cristiani a sangue freddo.

Una modalità operativa che non è nuova agli Shabaab, esattamente la stessa con cui, lo scorso 22 novembre, avevano scelto i passeggeri da uccidere che viaggiavano all’interno   dell’autobus della Makka Travels, attaccato nei pressi della città kenyana di Mandera.

Tutto questo, mentre diversi quotidiani nazionali, primo fra tutti il Daily Nation, ipotizzano che il bilancio effettivo della strage potrebbe essere ben più grave e il numero vittime potrebbero essere anche il doppio di quello dichiarato dalle istituzioni.

La stessa discrepanza tra cifre ufficiali e quelle fornite dalla stampa si verificò anche durante la vicenda dell’attacco al Westgate. Mentre versioni differenti circolano anche riguardo al numero di assalitori che avrebbe composto il commando: alcuni riferiscono di tre uomini pesantemente armati, altri di quattro.

Le autorità, dal canto loro, hanno reso noto solo che uno degli aggressori sarebbe stato arrestato mentre tentava di fuggire. In pratica, versioni discordanti che sui social network hanno sollevato numerosi interrogativi da parte dei keniani, che hanno criticato aspramente anche il governo per non aver saputo garantire un minimo di sicurezza a un bersaglio definito “prevedibile”.

Le autorità keniane erano state avvisate sull’imminenza di un attacco

Senza contare, che sia i servizi segreti australiani che quelli britannici avevano allertato Nairobi sull’imminenza di un attacco terroristico nel Paese africano e l’intelligence keniana si è giustificata spiegando che le segnalazioni non erano abbastanza specifiche per individuare l’obiettivo del campus universitario di Garissa.

Inoltre, il mese scorso, il funzionario responsabile della sicurezza dell’Università di Garissa aveva informato le autorità locali che il campus era un potenziale bersaglio e che al Shabaab stava progettando un attacco.

Come risposta immediata all’attentato, il governo keniano ha imposto un coprifuoco notturno sulle quattro contee al confine con la Somalia e ha messo una taglia di venti milioni di scellini (poco meno di 220mila dollari) sulla testa di Muhammad Kuno, conosciuto anche come “Dulyadeyn” (che in somalo significa ambidestro), considerato la mente dell’attacco. Il terrorista, prima di entrare a far parte degli Shabaab, era il direttore di una scuola coranica proprio a Garissa, un incarico che ha poi lasciato nel 2007.

E’ importante rilevare, che l’attacco di ieri è l’ultimo di una lunga serie che il movimento radicale islamico ha portato a compimento in Kenya, ormai diventato un territorio strategico dell’offensiva di matrice jihadista in Africa orientale, soprattutto dopo che i miliziani somali, lo scorso giugno, l’hanno dichiarato zona di guerra, accusando Nairobi di aver inviato soldati in Somalia nell’ottobre del 2011, in sostegno dell’AMISOM (African Mission to Somalia).

Secondo Oliver Guitta, direttore generale di GlobalStrat, l’obiettivo dei jihadisti somali appare piuttosto chiaro e punta alla destabilizzazione del tessuto economico del Kenya, che peraltro risente di diversi fattori congiunturali e strutturali negativi. Per questo, al Shabaab cerca di creare proselitismo tra le fasce più deboli e più esposte alle difficoltà economiche per utilizzarle contro il governo locale.

In effetti, l’offensiva dell’AMISOM ha inflitto gravi danni ad al Shabaab, che è stato costretto ad abbandonare Mogadiscio e diverse altre città del sud del paese, tra cui l’importante porto di Chisimaio. Fino ad arrivare all’inizio dello scorso ottobre, quando i suoi membri sono stati costretti a ritirarsi anche da Barawe (200 chilometri a sudovest della capitale), l’ultimo grande porto controllato dai fondamentalisti islamici, tornato dopo ventitré anni sotto il controllo di Mogadiscio.

Nuovi spazi operativi per il gruppo islamista

La perdita di questi luoghi strategici sul territorio somalo ha contribuito a indurre i radicali islamici a spingere la loro azione al di fuori dei confini della Somalia, estendendola anche all’Uganda in ritorsione del fatto che i suoi soldati, insieme con quelli di Kenya e Burundi, costituiscono l’ossatura della missione di peacekeeping dell’Unione africana.

Nel 2012, gli estremisti islamici hanno giurato obbedienza ad al Qaeda e tale adesione ha provocato pesanti contrasti all’interno del movimento, già in difficoltà a causa dell’arresto e dell’eliminazione di alcuni dei suoi capi come Ahmed Abdi Godane, Aden Hashi Farah Ayro e Tahliil Abdishakur, tutti uccisi da attacchi aerei statunitensi.

E’ evidente che con l’eliminazione di molti dei suoi leader e la cacciata da Mogadiscio e da Chisimayo, l’organizzazione ha subito un forte contraccolpo organizzativo e logistico, anche per il venir meno delle sue risorse economiche. Tutto ciò ha costretto gli estremisti somali al ritiro in aree periferiche di scarso valore strategico. 

Al Shabaab è comunque riuscita a ricavarsi nuovamente uno spazio lungo la costa, a metà tra Mogadiscio e Kisimayo, da dove il movimento ha potuto ancora una volta alimentare i propri traffici illeciti e il saccheggio degli aiuti umanitari, oltre a portare a termine nuovi e sanguinosi attacchi anche nella zona costiera del Kenia, dove il gruppo islamista è riuscito a reclutare numerosi giovani nelle sue fila.

E la carneficina consumata nel campus universitario di Garissa prova che, seppur ridimensionato, al Shabaab continua a costituire una seria minaccia per la Somalia, per le truppe dell’AMISOM e per la sicurezza dell’intera Africa orientale.

@afrofocus

 

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