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Kerbala e la resistenza allo Stato Islamico

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La città santa di Kerbala, in Iraq, quest’anno è diventata il simbolo della resistenza sciita contro lo Stato Islamico. Un numero impressionante, quasi venti milioni infatti sono stati i pellegrini che si sono radunati per celebrare la festa dell’Arbaeen, che avviene 40 giorni dopo l’Ashura e segna la fine del periodo di lutto per il martirio di Hussein bin Ali, pronipote di Maometto.

 Shi'ite Muslim pilgrims reach out to touch the tomb of Imam al-Abbas located inside the Imam al-Abbas shrine to mark Arbain in the holy city of Kerbala, southwest of Baghdad December 13, 2014. Iraqi officials say millions of Shi'ite pilgrims from across Iraq and neighbouring countries are expected in Kerbala for Saturday's Arbain ritual, which marks the last of 40 days mourning for the death 1,300 years ago of Imam Hussein. REUTERS/Stringer

Il Ministero della Difesa iracheno ne ha ufficialmente conteggiati 17,5 milioni, di cui 13 milioni iracheni e 4,5 milioni provenienti da 60 Paesi diversi (un milione solo dal vicino Iran).

 

Il numero più elevato mai registrato nella storia dei pellegrinaggi.

Una momento di raccoglimento e di festa che non è stato turbato da attentati grazie anche all’imponente servizio di sicurezza messo in piedi dal governo iracheno e dalle milizie sciite.

Si è registrato solo un attacco con colpi di mortaio (un morto) in una località situata a circa sette chilometri da Kerbala.

Quest’anno il pellegrinaggio ha assunto anche valenze politiche. E’ il primo a svolgersi sotto la diretta minaccia dello Stato Islamico, il quale ha più volte, nei suoi messaggi di propaganda e nei fatti, invitato a uccidere e a far terra bruciata intorno al mondo sciita, definito eretico o Safawida (dal nome della dinastia islamica sciita che regnò in Persia tra il 1501 e il 1736).

Se a Kerbala si è svolto tutto senza particolari incidenti, l’Isis ha comunque compiuto attentati in altre zone, soprattutto in alcune località nei dintorni di Samarra (120 chilometri a nord di Baghdad), nei distretti di Mikashifa e di Al Mutassem. Prosegue intanto con alterne fortune la battaglia sul terreno che vede contrapposte, a seconda delle zone, i peshmerga curdi, le Forze di Sicurezza Irachene, le milizie yazide, sciite e gruppi tribali contro le milizie dello Stato Islamico.

Pur avendo perso alcune città nel novembre scorso e restando impantanata nella battaglia di Kobane, che sta costando anche molto in termini di uomini, mezzi e reputazione, l’Isis continua a condurre offensive in profondità nel territorio iracheno.

Se nel distretto di Diyala, 60 km  a nordest di Baquba, le forze irachene insieme a milizie tribali hanno liberato otto villaggi e ripulito da elementi terroristi la zona di Jalawla, nella provincia di Salah al-Din e in quella di Anbar le cose non stanno andando molto bene: lo Statoi Islamico ha riconquistato terreno nell’area ovest della città di Hit, a nordovest di Ramadi, sul fiume Eufrate, accerchiando anche circa 450 elementi delle milizie tribali della tribù di Albu Nimr. Il tutto in seguito ad un fallito tentativo di avanzata dei governativi lo scorso undici dicembre. La tribù Albu Nimr, sunnita (un sottogruppo della tribù Dulaim), è formata da circa diecimila persone e dal 2007 era entrata a far parte di Sawha, la milizia sunnita anti al-Qaida sostenuta dagli americani e attiva fino al 2013. Lo scorso ottobre, durante la conquista di Hit da parte dell’Isis, almeno 200 membri della tribù sono stati giustiziati e sepolti in fosse comuni.

 

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