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L’11 settembre dell’Europa

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Contro il terrorismo che si firma “islamico”, azione politica, economica e militare. Una soluzione alla crisi siriana non si può più rimandare, ed è necessaria una lettura intelligente del fenomeno europeo dei foreign fighters.

Parigi si scopre nuovamente fragile di fronte alla furia cieca del terrorismo di matrice islamica: ma Parigi, in questo caso, non è solo la capitale francese, ma di tutta Europa, in quanto simbolo e punto di riferimento per generazioni: giovani di ben 14 differenti nazionalità sono stati colpiti a morte la sera del 13 novembre!

Dopo i giorni del dolore e della solidarietà, ogni paese sembra essere tornato a concentrarsi sui propri interessi. Come sempre, noi proviamo innanzitutto a fare chiarezza sui fatti.

Gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico (Is), hanno realizzato in meno di due anni una macchina organizzativa e propagandistica efficace. Per la comprensione del fenomeno terroristico che sta funestando le nostre vite, dobbiamo prendere coscienza che non stiamo più fronteggiando i cosiddetti “lupi solitari” ma una struttura pseudo-statuale che strumentalizza sbandati ed emarginati, ma non solo. Le file dell’Is sono piene di persone giunte da ogni parte del mondo il cui numero, in tre anni, si è quasi decuplicato, passando da 3.000 a 25.000 combattenti (stime ufficiali Usa). Di questi, più di 1.550 sono francesi (è francese la comunità islamica più grande d’Europa, 6 milioni), 700 arrivano dal Regno Unito e altrettanti dalla Germania, mentre il Belgio detiene il primato in percentuale agli abitanti (40 combattenti per milione): migliaia di cittadini europei, dunque, sono in grado di tornare in Europa, addestrati e radicalizzati, e colpire.

Per il Califfato (che ha aperto a Mosul una sua banca), la prima fonte di ricavi è il contrabbando di petrolio (un milione di dollari al giorno); la seconda sono le donazioni da parte di alcuni paesi sunniti del Golfo (Doha e Riyad in testa, scese poi in campo contro Is) e da charity islamiche e privati (secondo Newsweek, ben 40 milioni di dollari negli ultimi due anni, difficilmente tracciabili). Vanno aggiunti i saccheggi ai danni di istituzioni e il contrabbando di beni archeologici, più un mix di tasse ed estorsioni imposte a commercianti, imprenditori e camionisti (otto milioni di dollari al mese dalle sole tasse nei territori controllati), che fanno di Isis il gruppo terroristico più finanziato al mondo. Con i proventi, vengono pagati i salari dei combattenti (500/650 dollari al mese) e pasti giornalieri alle popolazioni sottomesse. Siamo tutti d’accordo sulla necessità di una reazione a questa costruzione sanguinaria di uno Stato che squarta e decapita in nome di Dio, ma quale? Qui cominciano i distinguo. Prima di Parigi, ogni paese ha rimandato il problema, nell’errata convinzione che tutto sarebbe rimasto circoscritto all’area mediorientale, tranne la Francia, che era già impegnata in Mali e nella guerra a bassa intensità contro Isis.

Oggi, due tipologie di misure sembrano indispensabili: alcune urgenti, altre di medio periodo.

È urgentissimo un intervento militare in Siria e in Iraq, non solo con i bombardamenti, che possono addirittura essere controproducenti (colpendo anche civili), ma con un esercito di terra. Nessuno di noi è guerrafondaio, ma è evidente che bisogna eliminare il simbolo del Califfato e i suoi “non valori”, con un’azione militare che, secondo gli esperti, non prenderebbe più di poche settimane, vista l’impreparazione di un esercito non professionista e lo scarso sostegno delle popolazioni locali. È stata invocata per la prima volta nella storia, dalla Francia, la “clausola di difesa collettiva”(art.42 del Trattato di Lisbona), che implica l’obbligo dei Paesi membri Ue di fornire aiuto a uno Stato europeo vittima di un’aggressione armata. È fondamentale però coinvolgere anche le potenze arabe mediorientali, in difesa dell’islam moderato, che rischia di essere un altro perdente nel confronto con l’Is; e bisogna interrompere drasticamente tutti i flussi di finanziamento.

È giusto avere pronto anche un piano per il dopoguerra (occupandoci anche di Libia), evitando gli errori compiuti dagli Americani in quelle stesse terre, che hanno poi prodotto il vuoto di potere che è stato occupato dal farneticante progetto dello Stato islamico. Ma sbrighiamoci, se non vogliamo avere altri morti tra i nostri giovani sulla coscienza! Finché il Califfato continuerà a fungere da altoparlante di propaganda e campo di addestramento per gli aspiranti jihadisti, la spirale non potrà essere fermata. Dovremo quindi allestire un vero e proprio piano Marshall in favore delle popolazioni martoriate da Isis e guerra civile, affidandolo non ai militari, che a questo stadio dovranno passare la mano, ma a professionisti della politica e della diplomazia. Il regime di Assad non potrà non essere rimosso (in Siria ha ucciso più di Isis), con tempi e modi che Bruxelles in prima battuta dovrebbe negoziare intelligentemente con Mosca e con Teheran.

Seconda misura urgente è creare un’Agenzia di intelligence europea. È risultato evidente che la strategia dell’Isis di usare cellule dormienti o foreign fighters in un paese europeo da esportare in uno vicino ha consentito di aggirare i servizi nazionali. Se si aggiunge che ben l’80% dei dati di intelligence sul nostro Paese provengono dagli Usa e solo piccole percentuali da Francia, Uk, Israele e Italia stessa, è dunque ancora più evidente l’urgenza di fare massa almeno tra noi europei, per poter prevenire adeguatamente gli attentati a casa nostra. Recentemente, la Commissione evidenziava che dei 740 milioni di euro stanziati per la costruzione di una strategia europea antiterrore, una percentuale bassissima era stata richiesta, per la reticenza degli Stati membri a condividere le proprie banche dati e a collaborare con la SitCen (Situation Centre), un embrione di intelligence europea, penalizzata dal fatto di doversi basare ancora sui contributi volontari nazionali.

Dobbiamo poi pianificare misure di medio periodo, che consentano di andare alle radici dei problemi connessi al terrorismo: conferenza di pace che ridisegni i confini nazionali della regione mediorientale, con al tavolo tutti i 19 membri della coalizione anti-Isis, in primis i Paesi arabi.

Affrontare la crisi socio-economicoculturale delle minoranze confinate nelle periferie delle grandi metropoli europee, che non sono riuscite evidentemente a sostenere il costo della lunga depressione economica e finanziaria di questi anni; Accelerare il percorso per un’Unione europea della politica estera e della difesa, senza le quali i Paesi membri, che si chiamino Francia o Germania, Regno Unito o Spagna, non riusciranno più a gestire processi e crisi, a influenzare negoziati e scelte strategiche. Se le nostre leadership nazionali decideranno di sacrificare una rielezione a questi obiettivi, alla costruzione dell’Europa federale, forse potremo e sapremo costituire un’attrazione visionaria per tanti giovani oggi sbandati, anche per quelli funestati da emarginazione e plagio ideologico… 

@GiuScognamiglio

 

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