L’Afghanistan guarda a Est


L’ISAF sta gradualmente uscendo dall’Afghanistan, che punta ora verso i vicini giganti asiatici. All’orizzonte le elezioni presidenziali del 2014. 

L’ISAF sta gradualmente uscendo dall’Afghanistan, che punta ora verso i vicini giganti asiatici. All’orizzonte le elezioni presidenziali del 2014. 

Appena la stanchezza e la demotivazione hanno preso il sopravvento tra i Paesi occidentali che appoggiano il governo del Presidente Hamid Karzai, l’Afghanistan si è visto costretto a cercare aiuti più a est; dall’India, dalla Cina e dal Giappone; per portare avanti i suoi progetti economici e militari. Finora i Cinesi non hanno fornito gran sostegno per i programmi di addestramento della polizia afgana e alle operazioni di sminamento, preferendo concentrare il loro impegno sugli accordi economici bilaterali. Di recente però, le società China Metallurgical Group Corporation, Jianxi Cooper Corporation e Zijin Mining Group Company hanno concluso un accordo da tre miliardi e mezzo di dollari per lo sviluppo del più grande giacimento di rame sotto sfruttato al mondo.

L’esperto di strategie afgane Davood Moradian, nel commentare la riluttanza dei Cinesi a farsi coinvolgere troppo nel Paese, spiega: “Hanno un atteggiamento ambiguo. Non vogliono che i Talebani ritornino al potere e temono che, dopo il 2014, si crei un vuoto di potere che questi potrebbero riempire. Però non amano neanche avere truppe statunitensi in zona”.

Come la Cina, anche il Giappone si è occupata di operazioni di sminamento e addestramento della polizia nazionale, oltre a concorrere al ritiro degli armamenti pesanti, Tokyo però ha anche il merito di aver già assegnato aiuti per quasi la metà dei 3 miliardi di dollari stanziati a valere dal 2012.

L’India invece ha garantito un pacchetto da 2 miliardi di dollari che comprende sì aiuti per l’addestramento dell’esercito afgano ma quanto a fornire l’equipaggiamento militare richiesto da Kabul, Nuova Delhi sta tergiversando. Per ora, dal punto di vista della sicurezza e finanziario, gli Afgani dipendono fortemente dai Paesi membri della missione ISAF (International Security Assistance Force), avallata dall’ONU e guidata dagli Stati Uniti ma che comprende i sostenitori più disparati: dalla Gran Bretagna, all’Olanda, dalla Malesia alle Isole Tonga.

Tuttavia, con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali di aprile 2014, l’ISAF intende ridurre il suo contingente. Le forze impegnate sono già diminuite da 130.000 a circa 100.000 militari, di cui la maggior parte, 65.000 uomini, sono Americani. L’inizio di una contrazione delle forze in campo è già evidente. Lo scorso agosto il portavoce dell’ISAF, il Generale Heinz Feldmann, ha confermato che il numero delle basi è stato portato da ottocento a meno di cento.

Questo contenuto è riservato agli abbonati

Abbonati per un anno a tutti i contenuti del sito e all'edizione cartacea + digitale della rivista di geopolitica

Abbonati ora €45

Abbonati per un anno alla versione digitale della rivista di geopolitica

Abbonati ora €20

- Advertisement -spot_img

Marocco e Israele, ecco l’accordo sulla difesa

Nucleare: a Vienna riaprono i colloqui con l’Iran

La variante sudafricana non esiste!

La Pop Art e la critica del sistema