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L’Argentina al voto: le sette vite del peronismo

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I principali candidati alle elezioni del 25 ottobre sono tutti peronisti – Scioli, Macri, Massa. Il primo, avallato dall’attuale presidente, Cristina Kirchner, e favorito nei sondaggi, vuole mantenere il sistema di sussidi del regime uscente e il forte controllo dello Stato sull’economia. Il secondo intende liberalizzare l’economia e lasciare fluttuare il cambio peso- dollaro. Il terzo vuole anch’esso nuovi posti di lavoro invece di sussidi, ma annuncia tolleranza zero con la violenza, la corruzione e l’insicurezza giuridica. Generico? Lo è, ma nemmeno gli argentini hanno avuto accesso a programmi concreti, soprattutto nel caso dell’ufficialista Scioli. Uno zoccolo duro e forte dell’elettorato argentino non vuole sentire parlare di misure che implichino “aggiustamenti” e così, è probabile che ancora una volta votino più con il cuore che secondo considerazioni economiche o politiche.

 

I compiti del prossimo presidente sono erculei: alleviare la povertà che colpisce un terzo della popolazione; dare una spinta alla produzione agricola e industriale nonostante i controlli di capitale scoraggino gli investimenti; riguadagnare l’accesso a finanziamenti esterni per continuare a ripagare i fondi statunitensi che non hanno accettato le condizioni del default del 2001 e rimpolpare le ormai magrissime riserve internazionali; dare un deciso giro di vite alla corruzione che attanaglia le attività nel paese a ogni livello; e infine garantire una maggiore certezza giuridica e sicurezza contro il narcotraffico.

Il tutto è da realizzarsi sullo sfondo globale di un crollo dei prezzi delle materie prime, mentre l’economia nazionale è deteriorata da un’inflazione che tocca il 30%, dall’indebitamento interno, dalla scarsità di valuta estera e dalla perdita di competitività verso gli altri paesi della regione.

In Brasile ciò è stato in parte fatto. In Argentina invece gli ostacoli sono politici. I candidati principali si sono guardati bene dallo spaventare gli elettori con qualunque proposta che implichi sangue, sudore e lacrime e si sono invece impegnati a mantenere i programmi sociali parlando di “medicine gratis per gli anziani” o altre isolate misure su scuola, abitazione, ecc. Anche l’opposizione peronista è succube del “breve-terminismo”. Alla trappola sfuggono l’unica candidata donna, Margarita Stolbizer dei Progressisti e Nicolás del Caño del Fronte di sinistra che hanno però chance quasi nulle.

Dopo il decennio nero delle dittature, la ritrovata democrazia argentina è vissuta dominata dal peronismo ad eccezione di due brevi periodi negli anni ’80-’90. Il giustizialismo è rinato ogni volta dalle proprie ceneri: da quello socialdemocratico degli anni ’40-’50 con Perón, da quello rivoluzionario degli anni ’70 e infine da quello neoliberista degli anni ’90. Persino lo scontro destra-sinistra si è prodotto quasi sempre all’interno del grande schieramento peronista. La possibilità di travasi elettorali all’interno di questo movimento unico nel mondo spiega in parte la difficoltà a concepire e implementare politiche e strategie di medio-lungo termine.

Néstor Kirchner prima e la moglie negli ultimi 10 anni, lasciano con il kirchnerismo una eredità apprezzata da molti – anche un buon numero di intellettuali per l’audacia di certe posizioni di principio – che è invece un macigno per altri. “La povertà e l’insicurezza di oggi sono sconosciute a chi ha più di quarant’anni”, dice Beatriz Sarlo, una pensatrice che insegna a Berkeley e che appoggia i Progressisti di Stolbizer, in un’intervista a El País.

Cristina Kirchner, con il suo stile tra l’autoritario e il materno, ha affrontato il problema nascondendo le cifre della povertà ma approvando misure popolari come il Contributo universale per ogni figlio. Il drammatico fenomeno dell’Argentina diventata laboratorio e consumatrice di cocaina ed efedrine, e non più solo paese di passaggio, è stato affrontato analogamente: ignorandone la portata. Manipolando le risorse pubbliche, Cristina ha colpito pesantemente i mezzi di comunicazione che non le sono favorevoli, ma è considerata una paladina dei diritti civili per aver approvato la legge sul matrimonio ugualitario.

Ha finanziato la cultura, ma su di lei pesa l’accusa di una presunta complicità nella morte di un procuratore che indagava sul sanguinoso attentato all’Associazione israeliana di Buenos Aires per mano di terroristi iraniani – l’Iran ha negli ultimi anni fornito all’Argentina petrolio a basso costo. Cristina Kirchner ha usato e abusato dei discorsi a reti unificate, ma mantenuto in totale opacità le cifre economiche.

Bontà del default, il debito estero dell’Argentina è al 13% del Pil, ma quello pubblico è salito al 42,8%. A ottobre ha ripagato in un solo giorno 5,9 miliardi di dollari di obbligazioni in scadenza, ma grazie anche alle dichiarazioni di adesione all’asse Russia–Cina.

Cristina ha polarizzato la società e il bilancio economico è negativo, seppure solo per il paese perché la coppia Kirchner ha incrementato il proprio patrimonio in otto anni di uno stupefacente 3540%. “La fortuna dei Kirchner è inspiegabile se non come motivo del loro sogno di eternità”, dice Stolbizer. L’attore argentino vincitore di un Oscar, Ricardo Darín, è tagliente: “Com’è che [ai Kirchner] non casca la faccia dalla vergogna? … L’Argentina è un “paese bambino”, dichiara alla rivista Brando, perché ha bisogno di “un papà che le dica come devono essere fatte le cose”.

… E che non la spaventi menzionando, per esempio, la probabile incombente svalutazione o “l’inflazione che sale con l’ascensore mentre gli stipendi fanno le scale”.

Il peronismo nelle sue infinite mutazioni lungo sette decenni è stato sicuramente il “papà” del quale la vita politica non ha potuto fare a meno. Néstor Kirchner è stato lucido nel capire la profondità della sua crisi identitaria e ideologica e l’ha giocata a suo favore perpetuandone l’immagine ma approfondendo la frammentazione. L’Argentina ora sceglie tra tre versioni senza che la parola “peronismo” compaia accanto a nessun candidato. O forse, come dicono molti analisti, vota già nel post peronismo.

 

 

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