L’aritmetica della repressione 2.0


Chi si occupa di Cina, in molti casi, prova a chiedere un trattamento da «paese normale» del gigante asiatico, ovvero il tentativo di considerare la Cina senza puntare sull'esotismo, sulle stranezze e senza ricorrere alle consuete «etichette»; spesso però è molto difficile anche per chi la Cina la frequenta da anni, trattarla e considerarla tale. Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad una chiamata alle armi da parte del Presidente Xi Jinping e il Partito contro i rumors on line. Una scusa come un'altra per provare a bloccare la dirompente forza dell'internet nazionale, per quanto riguarda la diffusione di un'opinione pubblica on line.

Chi si occupa di Cina, in molti casi, prova a chiedere un trattamento da «paese normale» del gigante asiatico, ovvero il tentativo di considerare la Cina senza puntare sull’esotismo, sulle stranezze e senza ricorrere alle consuete «etichette»; spesso però è molto difficile anche per chi la Cina la frequenta da anni, trattarla e considerarla tale. Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad una chiamata alle armi da parte del Presidente Xi Jinping e il Partito contro i rumors on line. Una scusa come un’altra per provare a bloccare la dirompente forza dell’internet nazionale, per quanto riguarda la diffusione di un’opinione pubblica on line.

 

Anzi proprio da oggi, «gli utenti internet che condividono informazioni false o che possano nuocere agli interessi nazionali rischiano fino a tre anni di galera se i loro commenti sono visti 5mila volte o condivisi e ripubblicati 500 volte». La Cina – dopo la polvere da sparo – inventa anche l’aritmetica della repressione 2.0

E nei giorni scorsi è stato liberato, con un anno e mezzo circa di anticipo, Shi Tao (nella foto), giornalista cinese arrestato e condannato a 10 anni di carcere nel 2005, a seguito di un suo post on line, nel quale avrebbe rivelato «segreti di stato». Shi Tao per altro, venne pizzicato con la complicità di Yahoo!, molto solerte – all’epoca – nel rivelare ai poliziotti cinesi la sua mail. All’epoca si parlò di connivenze delle grandi aziende straniere dell’internet con il sistema repressivo cinese, ma poi tutto venne dimenticato.

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