EN

eastwest challenge banner leaderboard

L’arrivo della primavera nella valle del Kashmir

Indietro    Avanti

Celebrata da millenni per lo splendore dei suoi paesaggi, oggetto di contesa tra India e Pakistan dal 1947, nella valle del Kashmir la situazione politica si è fatta piuttosto incandescente negli ultimi 15 giorni.

 

Il 12 aprile forti proteste esplodono ad Handwara, nel territorio indiano, a ridosso del confine con il Pakistan. La notizia di una presunta violenza sessuale commessa da un militare indiano su una minorenne fa scattare la scintilla. Circa 200 giovani si radunano nel centro e, intonando slogan anti-india e pro-indipendenza, tentano l’assalto di un bunker dove probabilmente il soldato ha trovato rifugio. I Rashtriya Rifles – truppe speciali create appositamente per combattere l’insurrezione armata kashmiri degli anni ’90- e la Jammu & Kashmir Police non esitano ad aprire il fuoco sulla folla che ha iniziato a lanciare pietre.

Al termine della protesta il sangue di tre vittime bagna l’asfalto di Handwara: Raja Begun, una donna di 70 anni, colpita dalle pallottole vaganti mentre lavora nell’orto dietro casa. Iqbal Farroq Peer, 21 anni, probabilmente coinvolto nella sassaiola. Infine, colui che è diventato un po’ il simbolo della mattanza di questi giorni: Nayeem Bhat, 19 anni, giovane promessa del cricket. Si trova a casa quando suo fratello giornalista lo chiama chiedendogli di portare la sua macchina fotografica per documentare gli avvenimenti.

  La fotografia di Nayeem circolata sui social network accompagnata da messaggi di cordoglio.

 

Le dichiarazioni dei familiari gettano un velo ancora più crudele sulla vicenda. Lo zio: «stavamo tornando a casa quando un poliziotto ci ha sparato. Era in servizio nella nostra zona da anni. Ci conosceva bene entrambi. L’ho guardato e pensavo che non avrebbe sparato. Il proiettile ha colpito Nayeem nell’addome»

Il circolo vizioso di morte che alimenta il risentimento kashmiri traspare nelle parole del cugino: «uno dei fratelli di Nayeem è un agente di polizia. Suo zio era un membro della National Conference – partito locale sostenitore dell’annessione all’India – ed è stato ucciso dai militanti nel 1996. Abbiamo servito lo stato e la patria. Ma ora i miei figli sono indignati. Vogliono andare in strada a tirare le pietre»

In poco tempo la protesta dilaga in tutta la valle. Le sassaiole contro l’esercito infuriano e nel giro di 48 ore il numero delle vittime sale a 5. I leader separatisti accusano l’ingiustificata condotta delle forze armate, definendola “terrorismo di stato”. Indicono un hartal (“sciopero” in urdu) e un corteo di protesta dopo la preghiera del venerdì. Per una settimana intera il clima rimane teso e la vita della popolazione cade ostaggio di un susseguirsi, ormai familiare, di scioperi, coprifuoco e sassaiole.

A complicare ulteriormente il quadro, c’è un video fatto circolare dalla polizia in cui la vittima afferma di essere stata aggredita da due giovani locali. Non è chiaro chi abbia girato il video. Di certo però, questo ha favorito la mobilitazione delle due narrative attorno alle quali tutto ciò che succede nella valle viene polarizzato. Da un lato, il video sarebbe la prova dell’estraneità dei Rashtriya Rifles alla vicenda e dell’ennesima messinscena cospiratoria kashmiri contro l’esercito per distorcere la retorica indiana che presenta la valle come una zona ormai pacificata, o una splendida meta turistica per la middle class di Delhi; dall’altro invece, alcuni membri della Jammu & Kashmir Coalition of Civil Society sono riusciti ad incontrare la minorenne, scoprendo che fin dal 12 aprile lei e la famiglia si trovano fuori città sotto stretta sorveglianza. Il sospetto che la dichiarazione sia quindi stata forzata è un’opinione piuttosto diffusa tra la popolazione che considera l’evento come l’ennesimo atto di violenza intimidatoria di una forza occupante illegittima. Del resto, le donne spesso sono state bersaglio di brutali soprusi nell’ultimo ventennio – Kunan Poshpora e Shopian, per citare solo due episodi di questo drammatico capitolo.

Tuttavia, al di là della controversia riguardo i veri colpevoli della molestia, le successive uccisioni hanno riportato al centro del dibattito la smilitarizzazione della zona – quasi la metà dell’esercitò indiano è dispiegato in Kashmir – e un tristemente noto acronimo, l’AFSPA (Armed Force Special Power Act), grazie al quale i corpi militari in Kashmir godono di totale impunità per le proprie azioni.

Intanto ogni anno il freddo pungente dell’inverno immobilizza la vita nella valle. Ecco però che l’arrivo della primavera risveglia gli abitanti dal letargo. Gli animi si riscaldano. Le pietre ricompaiono, e un’altra stagione di proteste può cominciare nella speranza che stavolta metta fine al lungo inverno di sofferenze a cui i kashmiri sono sottoposti da ormai 69 anni.

“I am not missing you.

these tears are from tear-gas shelling.

get a life.

-tears have different flavours in Kashmir”

Poesia di Mohsin Mushtaq @zikrejaana dedicata alle vittime.

 

@cam_pasquarelli

Continua a leggere questo articolo e tutti gli altri contenuti di eastwest e eastwest.eu.

Abbonati per un anno a tutti i contenuti del sito e all'edizione cartacea + digitale della rivista di geopolitica a € 45.
Se desideri solo l’accesso al sito e l’abbonamento alla rivista digitale, il costo per un anno è € 20

Abbonati


Hai già un abbonamento PREMIUM oppure DIGITAL+WEB? Accedi al tuo account




GUALA