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L’economia russa in discesa

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[caption id="attachment_32844" align="alignnone" width=""]REUTERS[/caption]

Il rublo precipita mentre la popolarità di Putin va alle stelle.

Stando alle ultime dichiarazioni e stime di economisti sia occidentali che russi, e di prestigiose istituzioni, il futuro dell’economia russa sarà tutt’altro che roseo. Le previsioni economiche per il 2015 pubblicate il 13 marzo scorso dall’Istituto di Studi economici internazionali di Vienna tracciano una linea di demarcazione netta tra la Russia e i paesi ex comunisti dell’Europa orientale entrati nell’Ue.

Mentre per questi stati si prevede una crescita annua complessiva del 3%, con pronostici simili per il 2016-17, le prospettive di crescita della Russia sono sconfortanti. Anche se l’Occidente non imporrà nuove sanzioni e il prezzo del greggio si assesterà attorno ai 60 dollari al barile, gli esperti di Vienna prevedono che nel 2015 il Pil russo, l’anno scorso cresciuto dello 0,6%, subirà come minimo un crollo del 3,9%.

Le fonti russe sono ancora più pessimiste. Già la scorsa settimana la Banca nazionale russa prevedeva un calo del 5% e i commentatori economici prefigurano addirittura una contrazione del 7% del Pil. È stato inoltre precisato che l’andamento economico del Paese sarebbe stato negativo a prescindere dai costi della guerra in Ucraina e dalle sanzioni imposte dagli Usa e dall’Ue. 

Va ricordato che dal 1999 al 2008 l’economia russa ha mantenuto un tasso di crescita impressionante del 7% annuo, riuscendo così a raddoppiare il Pil (calcolato in rubli). Ma l’incapacità di attuare riforme e di combattere la corruzione rampante, unita alle spese militari forsennate e al crollo dei prezzi del petrolio, ha fatto ripiombare la Russia nel ristagno economico e nell’inflazione alta. La produttività è ancora troppo bassa e il sistema sanitario e quello scolastico sono notevolmente peggiorati.

L’inevitabile e tempestiva svalutazione del rublo ha avuto gravi ripercussioni sul budget del governo centrale, sull’intero sistema bancario e sui consumi, che avevano registrato un aumento superiore al 5% negli ultimi anni. A soffrirne è soprattutto la nuova classe media: circa 30 milioni di persone che godono della possibilità di viaggiare e fare acquisti all’estero, ma che hanno anche profittato degli investimenti esteri e del mercato azionario in forte espansione.

L’aggressione della vicina Ucraina, l’annessione della Crimea e le operazioni segrete in sostegno dei separatisti nell’Ucraina orientale hanno isolato la Russia e danneggiato irreparabilmente gli importanti rapporti con la Germania e l’Ue. Le tanto attese riforme strutturali, i tagli alla burocrazia e i contributi alle imprese hanno scatenato un’ondata di nazionalismo votata al concetto di una Grande Russia.

Come spiega il Professor Stephen Kotkin della Princeton University, autore di una nuova biografia di Stalin, “il paese sta rivivendo un’esperienza familiare, la concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo. La strategia di Putin per sanare lo Stato postsovietico corrotto e disfunzionale ha prodotto un nuovo Stato corrotto e disfunzionale. Lo stesso Putin ha reclamato pubblicamente che solo il 20% delle sue decisioni viene implementato, mentre il resto viene ignorato o eluso a meno che lui non intervenga con forza presso i gruppi d’interesse e i funzionari interessati” (Foreign Affairs, marzo-aprile 2015).

L’assenza temporanea di Putin a inizio marzo ha suscitato un fiume di speculazioni insensate, ma è importante ricordare ciò che affermò allora un cronista russo: “Sappiamo che se il Presidente viene meno si avvia un processo costituzionale, ma Putin ha lasciato un’impronta indelebile sull’apparato russo, tanto che la sua temporanea scomparsa ha messo tutti in subbuglio. Questo dimostra che il sistema si regge su un’unica colonna” (Financial Times, 14- 15 marzo 2015).

Finora la risposta del governo alla crisi economico- finanziaria dilagante è stata modesta. Putin ha ordinato tagli del 10% agli stipendi dell’amministrazione presidenziale e il viceministro delle Finanze Tatyana Nesterenko ha annunciato tagli alle spese statali per 16,2 miliardi di euro. Le riserve liquide sono calate da un tetto di 550 miliardi di euro nel 2008 a 348 miliardi nel febbraio 2015.

Negli ultimi 12 mesi il rublo ha perso il 44% del suo valore sul dollaro. A gennaio il tasso d’inflazione ha raggiunto il 15%. Non a caso, le principali agenzie di rating hanno abbassato drasticamente il rating finanziario della Russia.

Un risvolto inaspettato delle sanzioni occidentali è la crescente popolarità del Presidente, che svetta per la prima volta oltre il 90%. Data la massiccia copertura mediatica pro regime del conflitto, il cittadino medio biasima l’Occidente e soprattutto gli Usa per la crisi domestica. Per ora il regime di Putin è riuscito a scaricare la responsabilità dei problemi economici su governi e compagnie esteri.

È possibile che le sanzioni finiscano per ritorcersi contro gli interessi dell’Occidente? Stando a un commento pubblicato di recente su New York Times Opinion Pages, “le sanzioni potrebbero risultare assai più dannose per gli interessi americani che l’aggressione dell’Ucraina da parte del Cremlino”. Con il 6% delle riserve mondiali comprovate di greggio, la Russia è il maggiore produttore mondiale di petrolio accanto all’Arabia Saudita, e la diatriba in materia di future sanzioni genera un clima d’incertezza che potrebbe rivelarsi gravoso tanto quanto le sanzioni stesse.

I grandi sconfitti del momento sono i consumatori russi. Resta da vedere se e quando si rivolteranno contro l’espansionismo di Putin, sostenuto finora dalla maggior parte dei 142 milioni di abitanti, sottoposti a un poderoso lavaggio del cervello da parte della TV e della radio di Stato. Resta anche da vedere se la pressione esercitata dai consumatori russi e soprattutto dai maggiori imprenditori sia in Russia che nell’Occidente spingerà entrambe le parti a cercare un compromesso, di sicuro inerente alla questione ucraina. 

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