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L’educazione sconfigge la disuguaglianza?

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Ormai quasi un anno fa, scrivevamo delle università in cima alle classifiche per qualità dell’insegnamento e opportunità di lavoro (quasi tutte americane) e del parallelo sforzo economico non indifferente che gli studenti devono affrontare per frequentarne i corsi. Oggi, analizziamo invece quanto queste università rappresentino in realtà una minoranza rispetto alle università totali, negli Stati Uniti e non solo: è vero che l’accesso all’università è un privilegio riservato a pochi? Quanto è determinante la scelta universitaria per lo sviluppo di competenze e professionalità?

Negli ultimi anni, la competizione tra università è divenuta sempre più intensa, perché la scelta per i ragazzi è diventata globale. Dove vado a studiare? Oggi, si ha a disposizione il mondo. Ogni università cerca di fare meglio delle altre e questo crea una scalata verso l’alto irrefrenabile. I cosiddetti “ranking” conferiscono prestigio all’istituzione e vengono consultati regolarmente da un liceale che si appresta a fare la scelta universitaria o da uno studente undergraduate che ha intenzione di proseguire gli studi.

Secondo il World Economic Forum, però, c’è una differenza sostanziale tra le migliori università del mondo, divise per paese, e la porzione di queste università in un singolo paese, rispetto alle università totali in quello stesso paese. Per quanto riguarda gli USA, ad esempio, il paese occupa il primo posto con 92 università tra le prime 200 al mondo. Tuttavia, questo numero rappresenta solo il 2,8% delle università statunitensi, portando giù gli USA al 13esimo posto nella classifica della percentuale delle università che primeggiano rispetto al totale. La Germania si posiziona al quarto posto con 14 università tra le prime 200 al mondo e scala quindi al 12esimo perché le università tedesche rappresentano solo il 3.1% del totale degli atenei presenti sul territorio. Allo stesso modo, l’Italia da ottava (con 5 università) passa a 16esima (con una percentuale del 2.1%). Risulta quindi chiaro che la grande maggioranza degli studenti non frequentano le “top ranked universities”.

 

 

Quanto conta ricevere un’educazione di “élite”? Gli economisti di Princeton Alan Krueger e Stacy Dale Berg sostengono che ragazzi capaci che frequentano università meno selettive non sono svantaggiati nella vita professionale, in quanto a soddisfazione e salari. Questo non significa però che studenti di famiglie meno agiate non possano trarre beneficio dalla frequenza di università prestigiose, che tendono a non prendere in considerazione per motivi di carattere economico.

Ecco che da qualche anno, negli Stati Uniti, si applica una politica di diritto allo studio fondata sul binomio “alte tasse-alti aiuti”. Ad Harvard, per esempio (e parliamo di un’università privata delle più costose), gli studenti con reddito familiare inferiore ai 40 000 dollari annui ricevono una borsa di studio che copre l’intera fee e gran parte del costo di mantenimento. Solo gli studenti di famiglie molto benestanti devono pagarsi l’intera rata. Agli aiuti da parte delle università, si aggiungono varie forme di sostegno finanziario dagli Stati e da fondazioni private: il 74% degli studenti riceve un qualunque tipo di contributo, che ricopre in media il 54% del costo totale (mantenimento compreso).

Organizzazioni come the Education Commission lavorano per il raggiungimento del quarto United Nations Sustainable Development Goal che punta, entro il 2030, a “garantire un’educazione di qualità, inclusiva ed equa e promuovere le opportunità di apprendimento lungo tutto l’arco della vita”.

Come afferma la Presidente di Harvard, Drew Faust: “opportunity and prosperity are the hallmarks of any truly just society”. I responsabili politici devono fare in modo che l’istruzione terziaria sia di alta qualità e accessibile a tutti.

@manu_scogna10

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