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L’Hotel Baron di Aleppo: da simbolo dello splendore della Siria a quello della sua dissoluzione


Nelle stanze che per un secolo hanno ospitato i potenti del mondo oggi l’ultimo erede dei proprietari armeni accoglie gli sfollati della guerra.

Nelle stanze che per un secolo hanno ospitato i potenti del mondo oggi l’ultimo erede dei proprietari armeni accoglie gli sfollati della guerra.


BEIRUT. “Aleppo è morta, la Siria è finita. Non credo che questa tragedia si concluderà presto, ci vorranno decenni.” Armen Mazloumian si interrompe, dal telefono arriva chiaro il rumore secco di alcune raffiche di mitragliatrice. “Ormai questi sono i soli rumori che si sentono qui a Baron’s Street.”

Vicina al suq, considerato il più grande mercato coperto del mondo, è la strada dove sorge lo storico Hotel Baron, nel cuore di Aleppo. Fino a quattro anni fa era quasi impraticabile per il traffico e la folla dei passanti, solo la notte il rumore diventava sopportabile. Oggi in quella strada, in sostanza sulla linea che separa le forze governative dai miliziani, regna il silenzio rotto solo dai colpi dei cecchini e dal fracasso dei cingolati.

In questo silenzio innaturale resiste l’Hotel Baron, l’albergo aperto nel 1911 da Krikor Mazloumian e cerca di resistere anche l’ultimo erede della famiglia. “Non fu la strada a dare il nome al nostro albergo, ma viceversa. Un omaggio, perché la storia del Baron è la storia della Siria moderna.”

Aleppo è una città antichissima, abitata ininterrottamente da circa 4.000 anni. Con più di un milione di abitanti prima della guerra era la seconda città della Siria e la sua capitale economica. Oggi è una città fantasma. I morti si contano a migliaia, in decine di migliaia l’hanno abbandonata. La guerra sta cancellando anche la memoria storica di Aleppo. Bombardata la moschea degli Omayyadi e distrutto lo splendido minareto eretto nel 705 d.c. e gli scontri armati hanno danneggiato la cittadella fortificata del XII secolo.

Gli incendi hanno devastato la città vecchia e l’antico suq, che dal secondo millennio a.c. rappresentavano uno dei più importante centri commerciali della regione.

L’Hotel Baron da oltre un secolo fa parte a pieno titolo di questa storia. Nelle sue stanze lussuose e confortevoli, arredate con tappeti e mobili pregiati collezionati dagli inizi del ’900, hanno soggiornato i potenti e le celebrità del secolo scorso. Nei suoi saloni si sono tenuti incontri, più o meno segreti, tra i politici che decidevano il futuro del Medio Oriente.

Centoventi anni fa Krikor e la sua famiglia arrivavano ad Aleppo, venivano dell’Anatolia e fuggivano dalle prime persecuzioni contro gli armeni perpetrate dall’impero ottomano. Anni prima era già passato per la città diretto a Gerusalemme in pellegrinaggio. Allora trovò alloggio solo in un khan (caravanserraglio), insieme agli animali e alle mercanzie.

Tornato ad Aleppo Krikor pensò di realizzare un albergo degno di questo nome e aprì l’Hotel Ararat. Il successo e l’impegno dei figli portarono ben presto alla costruzione dell’Hotel Baron, destinato a diventare un luogo d’incontro di politici, diplomatici, generali, spie e scrittori.

Ogni camera dell’hotel è per sempre legata a un ospite famoso che l’ha occupata. La 201 era quella di Lawrence D’Arabia, che non sarebbe mai andato a dormire altrove durante le sue missioni a metà tra l’archeologia e lo spionaggio. Nella stessa stanza alloggiò Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, mentre la 215 ospitò re Faisal I di Iraq e Siria. Agatha Christie, un’abituè dell’albergo, nella camera 203 scrisse “Assassinio sull’Orient Express”. Nella Presidential Suite del Baron hanno soggiornato il maresciallo Montgomery, il generale Allenby e Sheik Zayed bin Sultan, il fondatore degli Emirati Arabi Uniti. Il libro d’Oro dell’albergo porta le firme di De Gaulle, Nasser, Ceausescu e Tito. Nel 1968 Pierpaolo Pasolini, impegnato nelle riprese di “Medea”, è l’ultimo a firmare quel libro, dove il miliardario David Rockfeller aveva scritto “Questo è l’albergo del mio cuore.”

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