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L’India si prepara a fare ostruzione all’arbitrato dei marò

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Per ora si tratta solo di indiscrezioni, ma sull’Economic Times due giorni fa è uscito un pezzo che racconta come si sta preparando il governo federale di New Delhi ad affrontare l’arbitrato internazionale, dopo che la Corte suprema non aveva opposto obiezioni alla “collaborazione” indiana. Se confermate, la “svolta” dell’arbitrato rischia di diventare un ennesimo labirinto legale.

 

Il pezzo pubblicato dall’ET è a firma di Aman Sharma, che già in passato aveva diffuso per primo indiscrezioni fatte filtrare dall’esecutivo di Narendra Modi, e delinea la strategia legale che l’India si appresta a percorrere davanti ai giudici della Corte internazionale (presumibilmente al Tribunale internazionale dell’Aja).

Secondo le fonti governative di Sharma, il ministero degli interni di New Delhi chiederà a quello degli esteri di contestare immediatamente, in sede legale internazionale, il ricorso all’arbitrato annunciato dall’Italia l’ultima settimana di giugno. E lo farà ricorrendo a un articolo contenuto all’interno della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, quella stessa Unclos che entrambi gli stati hanno firmato e ratificato, e che l’Italia accusa l’India di non rispettare.

L’India intende accusare l’Italia di, letteralmente, “abuso del processo legale”, ovvero di aver fatto ricorso a un tribunale internazionale prima che la legge locale indiana abbia raggiunto un verdetto. I tempi dilatati del processo legale indiano potrebbero giocare a favore di un eventuale respingimento dell’obiezione indiana, ma New Delhi citera a difesa della sua posizione l’articolo 295 della Unclos che recita:

Esaurimento dei rimedi locali – Qualsiasi disputa tra stati firmatari rispetto all’interpretazione o al’applicazione di questa Convenzione potrà essere sottoposta alle procedure offerte in questa sezione (quella per la risoluzione delle disupte tra stati attraverso il giudizio di un organo giuridico terzo, ndr) solo quando i rimedi locali saranno esauriti, ove questo sia richiesto secondo la legge internazionale.

 

Per “rimedi locali” New Delhi intende il procedimento legale in corso in Corte suprema, che l’Italia ha di fatto accettato presentandosi in tribunale sin dal 2012 e continuando a farlo anche dopo aver annunciato il ricorso all’arbitrato internazionale, nel caso dell’ultima udienza della Corte indiana che ha prolungato la licenza di Massimiliano Latorre per altri sei mesi.

Se l’obiezione non dovesse essere accolta dal pool di giudici terzi, sempre secondo le fonti di Sharma, l’India difenderà la propria giurisdizione esclusiva del caso (ri-ri-ri-ricordiamo, l’arbitrato deve decidere chi tra India e Italia abbia la giurisdizione per occuparsi dell’accusa di omicidio mossa contro i due fucilieri Girone e Latorre, non si occuperà del merito del caso) rifacendosi all’unico precedente vagamente simile nella storia del diritto internazionale: il caso Lotus.

Il riferimento al caso Lotus non è nuovo: era contenuto esplicitamente nella sentenza emessa dalla Corte suprema indiana nel gennaio del 2013, quando il caso Enrica Lexie veniva tolto alle autorità del Kerala e spostato a New Delhi, affidato a una Corte speciale sotto la stessa Corte suprema (la massima Corte indiana; per chi ancora paragona la Corte speciale indiana ai Tribunali speciali di epoca fascista, ricordiamo che in India si nominano Corti speciali a ripetizione, secondo un criterio di tutela degli imputati, garantendo il giudizio dei giudici più esperti del sistema giuridico indiano per quanto riguarda casi particolarmente complessi o di interesse nazionale: se ne sono aperte per casi di stupro, corruzione, truffa ai danni dello stato, terrorismo etc.).

Nel gennaio del 2013 avevo analizzato nel dettaglio i contenuti di quella sentenza su un post molto lungo e dettagliato pubblicato su Giap, il blog del collettivo Wu Ming.

Ne riporto qui sotto una porzione dedicata al caso Lotus.

 

Nel 1926 il battello a vapore Lotus, battente bandiera francese, si scontrò col battello a vapore Boz-Court, battente bandiera turca. La collisione causò l’affondamento di quest’ultimo e la morte di otto turchi che si trovavano a bordo. Entrambe le imbarcazioni si trovavano in alto mare, in acque internazionali, e quando il Lotus attraccò al porto di Costantinopoli, le autorità turche arrestarono il comandante della vedetta francese e lo condannarono ad una pena detentiva.
La Francia fece ricorso, sostenendo che essendo l’incidente avvenuto in acque internazionali, la Turchia non aveva giurisdizione su un atto compiuto da un cittadino straniero su un’imbarcazione battente bandiera straniera.
All’epoca dei fatti la Corte Permanente di Giustizia Internazionale, che nel 1946 diventò la Corte Internazionale di Giustizia, giudicò lecita l’azione legale della Turchia in virtù del fatto che l’atto commesso a bordo del Lotus aveva avuto compimento ed effetto a bordo del Boz-Court turco.
Secondo questo precedente, gli spari partiti dall’Enrica Lexie italiana avrebbero avuto effetto e compimento a bordo della St. Antony, uccidendo due cittadini indiani.
Se la Corte speciale giudicherà la giurisdizione basandosi su questo precedente internazionale, Latorre e Girone potrebbero venire processati in India. In verità la sentenza riconosce anche il distinguo del caso, ovvero che la St. Antony non batteva bandiera indiana, il che potrebbe complicare la lettura del precedente legale. Ma la questione verrà affrontata, appunto, in altra sede.

 

Se queste indiscrezioni saranno confermate da un annuncio ufficiale dell’esecutivo di Modi (a questo proposito, ricordiamo che la Cote suprema ha chiesto al governo un rapporto dettagliato della situazione da consegnare entro la data della prossima udienza, fissata per fine agosto), i dubbi circa l’effettiva “svolta” dell’arbitrato internazionale si farebbero sempre più concreti. L’India, accettando di “collaborare” con l’Italia in sede legale internazionale, per difendere la propria posizione metterà in campo tutto il repertorio di cavilli e risorse legali all’interno della Unclos. La stessa legge internazionale che troppi, in Italia, hanno accusato l’India di non rispettare, agendo “in spregio al diritto internazionale”.

Punti di vista, diciamo.

@majunteo

 

 

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