L’insostenibile leggerezza di un’eurozona guidata dalla Bce


Questa non è una storia economica, sebbene tratti di economia. E non è nemmeno una storia finanziaria, nonostante riguardi anche la finanza. Quella che leggerete è una storia che parla di potere e politica. L’ambientazione è l’eurozona. Il protagonista è Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce).

Questa non è una storia economica, sebbene tratti di economia. E non è nemmeno una storia finanziaria, nonostante riguardi anche la finanza. Quella che leggerete è una storia che parla di potere e politica. L’ambientazione è l’eurozona. Il protagonista è Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce).

 REUTERS

 

E gli antagonisti sono tanti, forse troppi. Come in ogni storia di potere, bisogna partire da quella che è la maggior virtù del protagonista: il machiavellismo. Chi scriverà la biografia del banchiere centrale italiano probabilmente lo paragonerà a quel Niccolò di Bernardo dei Machiavelli che nel 1513, 500 anni prima di Draghi, definì i nuovi standard della dottrina politica. Non sarebbe un azzardo. Non tutte le storie, tuttavia, terminano con un lieto fine.

Quando Mario Draghi divenne presidente della Bce, il 1° novembre 2011, gli scettici e i complottisti vedevano in lui il fulcro di un sistema finanziario corrotto e capace di distruggere, invece che innovare. Con buona pace di essi, tuttavia, il banchiere centrale italiano ha saputo mantenere unita un’area economica vicina alla disgregazione. E lo ha fatto più con le parole, che con le azioni. Sia chiaro: non è che tutto quanto messo in campo dalla Bce dal 2011 a oggi per preservare l’euro non ha importanza. Ma in più di una occasione sono state le capacità dialettiche, politiche e diplomatiche di Draghi a risolvere situazioni che sembravano impossibili. Per capirlo, però, bisogna tornare indietro a quei giorni di fuoco che portarono l’Italia vicina all’esclusione dai mercati obbligazionari. Giorni in cui perfino Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), affermava alla comunità finanziaria che senza azioni incisive l’eurozona avrebbe avuto solo altri tre mesi di vita. 

Il temperamento politico di Draghi si è manifestato alla massima potenza in due occasioni. La prima risale al 2012. Nel pieno della tempesta finanziaria che ha investito l’eurozona, Draghi ha usato uno stratagemma per andare oltre i limiti del mandato della Bce. Ha usato la palese rottura del meccanismo di trasmissione della politica monetaria dell’Eurotower per lanciare le Outright monetary transazioni (Omt), il piano di acquisti di titoli di Stato dietro condizionalità che ha abbassato i tassi d’interesse delle nazioni più sotto pressione, Italia e Spagna. Del resto, le armi precedentemente usato – in prevalenza, azioni sui tre tassi principali della Bce, rifinanziamento, Marginal lending facility e depositi – non avevano prodotto quanto sperato. Più la Bce tagliava il costo del denaro, meno gli istituti di credito dell’area euro periferica abbassavano i tassi a cui prestavano alle imprese. Un quadro distruttivo sia nel breve sia nel lungo periodo. Con il cappello protettivo delle Omt, i Paesi hanno potuto riprendere fiato. E vale la pena sottolineare che le Omt non sono mai state utilizzate. La politica dell’annuncio come arma integrante della politica monetaria della Bce, infatti, è stata l’arma in più di Draghi. 

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