L’intrigo internazionale che sbaraglia il governo argentino


Un procuratore federale trovato morto: quello che poteva essere un caso di suicidio si è rivelato un vero e proprio intrigo internazionale, anzi, geopolitico, e forse l’inizio di una stagione mani pulite per il paese “della fine del mondo”.

Un procuratore federale trovato morto: quello che poteva essere un caso di suicidio si è rivelato un vero e proprio intrigo internazionale, anzi, geopolitico, e forse l’inizio di una stagione mani pulite per il paese “della fine del mondo”.

Santiago, Chile People hold up signs during a peaceful demonstration honouring late Argentine state investigator Alberto Nisman outside the Argentina Embassy in Santiago February 18, 2015. The signs read,
Il caso coinvolge l’ex governo iraniano, l’Interpol, la presidenza argentina e gli Hezbollah libanesi. È approdato alle Nazioni Unite e sul tavolo del segretario di Stato Usa, John Kerry. Vittime ne sono la giustizia argentina e la giustizia per le vittime di un attentato terroristico costato la vita a 85 persone.

Rewind al primo atto: il coinvolgimento dell’Iran nell’attentato del 1994 all’associazione israelo-argentina Amia a Buenos Aires. “La giustizia argentina [di tutti i gradi, tra cui la Corte Suprema]”, aveva scritto il procuratore deceduto in circostanze poco chiare, “ha determinato che furono le massime autorità iraniane a prendere la decisione di commettere un attentato contro la sede dell’Amia, pianificando l’implementazione dell’attacco e affidando la sua esecuzione all’organizzazione terroristica libanese Hezbollah”.

Il secondo atto, il caso scoppiato a gennaio 2015, riguarda invece l’ultima parte delle indagini del procuratore federale Alberto Nisman presunto suicida: negli ultimi anni aveva indagato sul perché gli attentatori non fossero stati perseguiti, nonostante anche l’Interpol li cercasse. Era arrivato alla conclusione che li aveva coperto il governo argentino e si accingeva ad accusare formalmente la presidenta Cristina Fernández de Kirchner di aver ordito un “piano mirato a garantire l’impunità agli imputati di nazionalità iraniana”.

Non fa in tempo. Quattro giorni dopo la pubblicazione e il giorno prima della sua testimonianza davanti al Congresso, il 18 gennaio Nisman, che temeva per la sicurezza delle figlie, è trovato morto nel bagno del suo appartamento nell’esclusivo quartiere Puerto Madero a Buenos Aires. La scorta si contraddice sulle circostanze della morte.

Ci vorrebbero giorni per leggere le 290 pagine dell’impianto accusatorio del procuratore federale e molti di più per ascoltare le intercettazioni telefoniche postato tutto su Internet che costituiscono le prove che la presidente e il suo entourage hanno tramato per sottrarre alla giustizia gli iraniani responsabili del peggiore attentato terroristico subito dall’Argentina.

La procura di Buenos Aires invece lo conosce a menadito e così si arriva al terzo, ma non l’ultimo atto del caso. Ne sono protagonisti i magistrati, tra cui la moglie di Nisman, che non credono alla versione del suicidio e ora sono sul piede di guerra.

L’11 febbraio, il giudice che ha ereditato l’indagine, Gerardo Pollicita, ha formalmente incriminato la presidenta – ed ha avuto assegnata una scorta. La magistratura non vuole più rischiare.

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