L’Irlanda è tornata


Ma le cicatrici della sua crisi sono lente a scomparire.

Ma le cicatrici della sua crisi sono lente a scomparire.

 

Dopo un malanno durato 7 anni l’Irlanda rialza la testa e si lascia alle spalle l’austerity. L’intervento della Troika (Fmi, Ue e Bce) ha rimesso i conti in ordine, l’economia ha ripreso a crescere e il debito a scendere, ma la cura imposta ha segnato profondamente gli irlandesi.

Era il 2008 quando lo scoppio della bolla immobiliare mise sotto stress il sistema bancario e portò l’isola in forte recessione. Nei due anni successivi la disoccupazione passò dal 5 a quasi il 15%, la capitalizzazione della Borsa di Dublino si ridusse del 75% rispetto ai massimi e il deficit s’impennò fino a oltre il 30% del PIL.

Nonostante l’introduzione di nuove tasse e il varo di misure impopolari su educazione e sanità, nel 2010 il paese fu costretto a uscire dal mercato dei titoli di Stato. Nel novembre dello stesso anno l’allora Taoiseach (Primo Ministro) – il leader del Fianna Fáil Brian Cowen – annunciò in diretta tv l’ormai evidente necessità di ricorrere agli aiuti di Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

“Non dobbiamo sottovalutare la portata dei nostri problemi economici, ma avere fede nella nostra capacità, come popolo, di recuperare e tornare a prosperare”, disse Cowen spiegando l’urgenza di una ristrutturazione del sistema bancario ormai prossimo al collasso.

Come già in Grecia, la Troika predispose un pacchetto di finanziamenti consistente e in cambio impose una dura agenda di riforme. Linee di credito per 85 Mld di euro servirono a nazionalizzare i maggiori istituti bancari che furono pesantemente ridimensionati. Come primo risultato il debito pubblico salì fino a raggiungere il 126,9% del Pil.

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