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L’ISIS minaccia Tokyo: fino a che punto Abe può spingere il “pacifismo proattivo” giapponese?

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Era da quasi dieci anni che un governo giapponese non doveva affrontare una simile crisi diplomatica. Con un video postato su Internet è arrivata da parte dello Stato islamico (IS) la richiesta di un pesante riscatto (200 milioni di dollari) per due cittadini giapponesi – identificati come il giornalista Kenji Goto e il contractor militare Haruna Yukawa.

 

 

Il primo era in Siria per documentare la guerra civile ed era partito proprio seguendo le tracce del secondo, un uomo che la stampa definisce un “autoproclamatosi contractor militare”, sequestrato in Siria ad agosto del 2014.

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Le immagini dei due uomini, in divisa arancione con il loro carceriere in tenuta nera integrale con un coltello in mano, riporta alla mente le foto del 24enne giapponese Shōsei Kōda, fatto prigioniero e decapitato da uomini afferenti ad Al Qaeda in Iraq nel 2004 mentre si trovava in visita nel paese sconvolto dalla guerra. 

 
 
Per il rilascio del giovane i sequestratori avevano chiesto il ritiro delle truppe nipponiche dall’Iraq

Oggi, nel 2015, l’IS chiede un riscatto equivalente alla somma di denaro che Tokyo ha promesso ai paesi interessati dall’avanzata del Califfato.

Una richiesta su cui l’attuale governo, per bocca dello stesso Abe, non vede margini di trattativa. Anche perché, al momento, secondo quanto confermato dal governo giapponese, non c’è nessun canale diplomatico tra Tokyo e IS. Dieci anni fa, il capo del governo era un altro, Jun’ichiro Koizumi, ma la linea di azione fu la stessa. Nessuna mediazione con i “terroristi”.

Allora l’impegno giapponese era in nome dello smantellamento dell’arsenale di “armi di distruzione di massa” dell’Iraq di Saddam Hussein e l’instaurazione di una “democrazia” in uno degli snodi cruciali del Medio Oriente per il commercio mondiale di petrolio. Oggi è invece centrale nella dialettica euro-americana la minaccia sempre più globale, ora che vede coinvolti anche paesi come Giappone e Corea del Sud, dello Stato islamico.

Nel 2003, per sostenere lo sforzo americano nell’area, Koizumi fece uno strappo alla costituzione giapponese – che all’articolo 9 impedisce al Giappone di ricorrere alla guerra come metodo di soluzione delle controversie e pertanto di inviare all’estero le sue forze armate, che, non a caso, si chiamano “forze di autodifesa” – inviando in Iraq 500 militari con compiti di supporto e logistica.

Oggi a poco più di un decennio di distanza, Shinzo Abe non invia militari, ma promette impegno nella regione all’insegna del “pacifismo proattivo” promossa dalla sua amministrazione. Duecento milioni di dollari è la somma che il governo giapponese si è impegnato fornire ai Paesi mediorientali impegnati nella lotta allo Stato islamico. Esattamente la stessa somma richiesta dai sequestratori di Goto e Yukawa.

Una piccola parte, in realtà dello sforzo del Giappone in termini di aiuti alla regione. In totale saranno infatti 2,5 i miliardi di dollari stanziati dal governo Abe in progetti umanitari e infrastrutturali nel tentativo di contribuire alla sicurezza e stabilità del Medioriente. L’interesse giapponese nella regione è forte dato che da qui – in particolare da Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Qatar e Kuwait – arriva la maggior parte delle importazioni giapponesi di greggio.

 

Tokyo ha preso una posizione netta nella “guerra globale al terrorismo” a fianco del Vecchio continente e degli Stati Uniti, finendo così nella lista dei nemici dell’IS. Anche se, in realtà, è altrettanto concreto il rischio che l’IS diventi la nuova minaccia giurata su cui costruire castelli di retorica e giustificare nuove politiche aggressive in politica estera (il governo Abe ha da poco approvato il budget per la difesa più alto dal 1945) e restrittive sui movimenti di cittadini da e verso il Giappone.

In questo senso può essere letto il “riarmo” giapponese, il cui momento apicale è stato raggiunto nell’estate del 2014, con la reinterpretazione dell’articolo su cui il già citato Koizumi aveva effettuato lo strappo nel 2003.

Ora, in base alla risoluzione adottata dal governo conservatore di Abe, le forze militari giapponesi potranno contribuire attivamente alla “autodifesa collettiva”; in altre parole, potranno intervenire a fianco degli Stati Uniti o di altri alleati in caso di minacce sensibili alla sicurezza comune.

E la guerra allo Stato islamico e, su scala più vasta, al terrorismo internazionale, potrebbe essere il teatro ideale del ritorno alle armi per il Giappone.

 

@Ondariva 

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