L’Italia fa affari con il regime militare di al-Sisi


Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha concluso la sua visita di quattro giorni in Europa. Con i colloqui a Roma e Parigi, l'ex generale ha ottenuto il riconoscimento delle cancellerie europee dopo la visita a Mosca dello scorso inverno e i colloqui con il presidente Usa, Barack Obama, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni unite a settembre.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha concluso la sua visita di quattro giorni in Europa. Con i colloqui a Roma e Parigi, l’ex generale ha ottenuto il riconoscimento delle cancellerie europee dopo la visita a Mosca dello scorso inverno e i colloqui con il presidente Usa, Barack Obama, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni unite a settembre.

Pope Francis and Egypt's President Abdel Fattah al-Sisi shake hands during a private audience at the Vatican November 24, 2014. REUTERS/Gabriel Bouys

Il suo obiettivo è stato di rafforzare le relazioni economiche, in particolare con l’Italia. Sisi era accompagnato da una task force di imprenditori e ha siglato una serie rilevante di accordi commerciali bilaterali. I contratti sottoscritti raggiungono i 500 milioni di dollari e prevedono nuovi investimenti italiani nell’economia egiziana. Il ministro degli Investimenti, Ashraf Salman ha parlato in particolare di un contratto con Italcementi, già ampiamente presente sul territorio egiziano, per progetti del valore di 150 milioni in innovazione nel settore energetico e 45 milioni per la costruzione di una fabbrica di pannelli solari. Lo scopo è di produrre 8 mila MW da fonti rinnovabili.

Tra terrorismo e Israele

Per due motivi verrà ricordata la tappa del viaggio di Sisi in Italia. Prima di tutto, negli incontri con Papa Bergoglio, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il premier Matteo Renzi, Sisi ha parlato di lotta al terrorismo. «Il terrorismo nella regione non va indebolendosi, ma fortificandosi e questo richiede una maggiore cooperazione con l’Italia», ha detto Sisi. In realtà, la responsabilità più grave di Sisi è proprio aver creato un modello, ideato da George Bush jr, di lotta dello Stato contro il terrorismo, secondo il quale gli islamisti sono tutti terroristi. Questo schema forzato ha motivato anche il golpe di Khalifa Haftar in Libia, la repressione di Netanyahu su Hamas, l’offensiva dei baathisti con lo Stato islamico (Isis) in Iraq contro il governo eletto di al-Maliki. Per questo, Sisi è la principale causa della nuova ondata terroristica che attraversa il Mediterraneo e non garantisce la stabilità, come invece le cancellerie di mezzo mondo fingono di credere.

La seconda notizia degna di nota è l’intervista rilasciata alla vigilia del suo viaggio alla stampa italiana in cui Sisi dice di voler «garantire la sicurezza di Israele», inviando forze di polizia in Palestina. L’uso strumentale della causa palestinese per allineare il Cairo sulle posizioni di Israele è ormai una costante della politica estera di Sisi che in patria ha falcidiato il tradizionale sostegno egiziano alla causa palestinese. In realtà, Sisi la scorsa settimana ha imposto per decreto la demolizione di case al confine con Gaza per stabilire una zona cuscinetto.

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