L’Ulster dopo Ian Paisley: tra eredità del conflitto e crisi economica


Martedì scorso Charles Flanagan, Ministro degli Esteri della Repubblica d’Irlanda, ha salutato il nuovo ambasciatore statunitense Kevin O’ Malley auspicando che il coinvolgimento americano nella soluzione del nuovo stallo nella politica nordirlandese continui.

Martedì scorso Charles Flanagan, Ministro degli Esteri della Repubblica d’Irlanda, ha salutato il nuovo ambasciatore statunitense Kevin O’ Malley auspicando che il coinvolgimento americano nella soluzione del nuovo stallo nella politica nordirlandese continui.

 

A woman cycles past a mural with the Red hand of Ulster and a Scottish Thistle on the Lower Newtownards Road in East Belfast July 5, 2014. REUTERS/Cathal McNaughton

La minaccia più evidente che pende sul processo di pace in Ulster è la crisi economica, il superamento dei problemi sociali che sono tra le basi del conflitto è necessario alla sua risoluzione e quindi in molti sono d’accordo con l’esponente dello Sinn Féin Martin McGuinness (vice primo ministro dell’Irlanda del Nord) che all’inizio della scorsa settimana ha dichiarato: “i tagli al welfare e le misure di austerity del governo britannico stanno creando enormi difficoltà all’amministrazione dell’Ulster.”

Il segretario per l’Irlanda del Nord, Theresa Villiers, intervenendo domenica all’apertura della conferenza dei Conservatori inglesi a Birmingham, ha sottolineato l’importanza del dialogo tra partiti che a Belfast si sono combattuti per decenni e che ora condividono il governo della provincia nordirlandese. Ma l’assemblea di Stormont, sede del governo autonomo della provincia, sta inciampando su un sasso venuto da Londra: duecentoventi milioni di sterline da tagliare nel budget di settori sociali delicatissimi nel quadro della pacificazione.

Non vanno sottovalutati gli ostacoli che forze politiche venute dalle battaglie sulle strade di Belfast trovano nella propria base: ciò vale per i protestanti lealisti che intravvedono in tutte le iniziative di power sharing che coinvolgono la Repubblica d’Irlanda una svendita della propria comunità alla riunificazione con il Sud e vale per i nazionalisti nordirlandesi che individuano nei tagli al sociale un ennesimo colpo sferrato dal capitalismo britannico. Gerry Adams, presidente dello Sinn Féin, ha sottolineato che nel richiedere una contrazione del bilancio i rappresentanti dell’esecutivo britannico non considerano il fatto che la comunità dell’Ulster “esce da un conflitto ed è soprattutto la classe disagiata dei lavoratori che ne ha sofferto di più”.

C’è tensione anche nel Democratic Unionist Party (protestanti filo-britannici), infatti il Primo Ministro Peter Robinson ha dovuto smentire voci di un suo imminente ritiro. Fa parte dell’esecutivo anche lo Sinn Féin (partito repubblicano irlandese), nel difficile equilibrio voluto da Repubblica d’Irlanda e Regno Unito per colmare le divisioni. La scomparsa dei leader storici che hanno traghettato i gruppi più riluttanti attraverso il processo di pace ne mette a rischio gli esiti, sebbene questi leader fossero rimasti, nelle prime fasi degli accordi, i più accaniti avversari della distensione.

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