EN

eastwest challenge banner leaderboard

La borsa di Shanghai e il dilemma del Partito comunista

Indietro

La politica cinese e i suoi leader, secondo alcuni osservatori internazionali, sarebbero di fronte ad un nuovo e storico dilemma: continuare a pensare di essere onnipotenti e provare a sistemare ancora una volta le cose, il che significa tappare un buco per aprirne un altro, oppure lasciare andare le cose, sperando si sistemino da sole, o al peggio venga fuori il fatto che nessuno pare poter essere in grado di porre rimedio di fronte a certi fenomeni. Il crollo della borsa di Shanghai di ieri, meno 8,5 per cento, comunque la si pensi, costituisce un grattacapo non da poco per il partito comunista.

 

La prima caduta di alcune settimane fa era stata addebitata alla natura del mercato azionario cinese, controllato, anzi animato per lo più dagli ormai famosi in tutto il mondo, «piccoli investitori» (circa 90 milioni), il cui sentimento di panico a seguito di poca fiducia nelle politiche governative unite alla perdita dei prestiti con cui erano soliti investire, aveva provocato il primo scossone.

Il governo cinese aveva reagito a suo modo: aveva promesso che avrebbe portato le aziende di stato a comprare anziché vendere, chiudendo per un periodo alcune contrattazioni. Di fatto era intervenuto per congelare – di fatto-  il mercato azionario. Il rimbalzo dei giorni successivi era stato buono, facendo pensare che, benché precaria, la toppa di Pechino potesse funzionare.

Poi cosa è successo? È successo che i piccoli investitori tengono parecchio alla borsa, dove hanno finito per investire tutti i propri risparmi e vivono il mondo delle promesse in modo piuttosto emotivo. E più di tutto sembrano non fidarsi granché dei propri governanti.
Quando alle «promesse» del governo, dunque, non sono seguite comunicazioni ufficiali e soprattutto «gesti» come erano stati indicati, sono tornati nella loro situazione di panico, creando la caduta più clamorosa in otto anni della borsa di Shanghai.
La causa principale del tonfo di ieri e dell’attuale situazione di incertezza della borsa di Shanghai sembra essere propriamente politica: dopo la prima caduta di due settimane fa, si era parlato, non a caso, di «quantitative easing alla cinese», un modo come un altro per metterci una toppa. 

Non erano mancate anche speculazioni politiche, che volevano un Xi Jinping particolarmente irritato, con un premier Li Keqiang appena tornato da un difficile viaggio in Europa. E a causare il capitombolo di ieri, potrebbe essere proprio il poco grado di fiducia nei confronti delle azioni che il governo ha promesso di intraprendere per bloccare il danno delle settimane scorse.

Gira con molta insistenza l’idea che il governo potrebbe tornare sui suoi passi e vedere se il mercato è in grado di riprendersi, più o meno, in autonomia. E questo avrebbe nuovamente terrorizzato il sentimento collettivo degli azionisti portando ad un nuovo crollo (il peggiore negli ultimi 8 anni).

Non è un caso, come viene sottolineato dai media finanziari internazionali, che le prime aziende quotate a riprendersi siano state le banche, le assicurazioni e le agenzie di intermediazione finanziaria. Si tratta di quei settori che – in teoria – dovrebbero ottenere un beneficio dalla politica di intervento del governo.  
Gli altri operatori che  invece non ne usufruiranno, rimarranno appesi al proprio destino e alle scelte future di Pechino.
@simopieranni

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA