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La Cina è finalmente diventata maggiorenne (anche se lo era da anni)

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La Cina è cresciuta. Con l’inclusione dello yuan, da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi), nel paniere delle valute di riserva a livello globale, Beijing è finalmente diventata grande. Ma la scelta del Fmi arriva però in ritardo. Proprio alla vigilia di quello che sarà forse il periodo più duro per l’economia cinese, arriva il riconoscimento formale da parte della comunità internazionale. L’obiettivo di Pechino era ed è uno solo: gestire il ribilanciamento dei fattori produttivi a livello domestico.

 

Christine Lagarde, direttore generale del Fmi, ha definito “una pietra miliare” l’inclusione dello yuan nel basket delle valute di riserva. Ed è vero. Si tratta della fine di un processo durato anni. Ma che lascia aperti diversi interrogativi. Il primo di essi riguarda lo status della Cina a livello globale. Ancora oggi molti analisti parlano di Beijing come uno dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), quindi come uno dei Paesi emergenti. Inutile dire che la definizione dell’economia cinese come “emergente” andava bene nel 2001, quando l’allora numero uno di Goldman Sachs Asset Management, Jim O’Neill, coniò questo acronimo nel paper Building Better Global Economic BRICs (il Sudafrica fu inserito nel 2010, ndr). Ora questo acronimo non serve più. Dal primo ottobre del prossimo anno, il peso del dollaro nel paniere degli Special drawing rights (Sdr) sarà pari al 41,73%, contro l’attuale 41,9 per cento. Quello dell’euro passa invece dal 37,4% al 30,93 per cento. La valuta nipponica, lo yen, invece passa dal 9,4% all’8,33%, mentre la sterlina dall’11,3% all’8,09 per cento. Ne consegue che il peso dello yuan sarà pari al 10,92 per cento. In altre parole, la terza valuta al mondo. E non è riconoscimento da poco, seppure tardivo.

Per comprendere da dove arriva questa decisione, e la sua importanza, bisogna guardare la struttura dell’economia cinese e la sua evoluzione negli ultimi 25 anni. Non va dimenticato infatti che la Cina si è recentemente impegnata ad adottare un lungo programma di liberalizzazioni, economiche e finanziarie, sia nel medio sia nel lungo termine. Il tutto in modo da evitare un’estate come quella del 2015, quando la volatilità sul mercato azionario è stata tale da costringere le autorità cinesi a intervenire in modo massivo, bloccando la vendita di azioni e riducendo la libertà degli operatori istituzionali e non. Non è un caso che in ottobre il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen abbia dichiarato che “un incremento delle preoccupazioni riguardo alla crescita in Cina e nelle economie degli altri mercati emergenti ha portato a una volatilità considerevole sui mercati finanziari”. Anche la Fed era preoccupata. E la mossa del Fmi non fa che ricordare a Beijing che deve mantenere gli impegni presi. O riforme o riforme, non c’è altra via se non si vuole urtare l’economia globale, che rimane disomogenea e instabile, con diversi rischi al ribasso che possono materializzarsi, specie grazie agli squilibri a livello sia finanziario sia macroeconomico.  

Come ha spiegato nelle settimane scorse Christopher Chu di Union bancaire privée (Ubp), “per gran parte del 2015, gli investitori si sono focalizzati su due temi chiave: la tempistica sul primo rialzo dei tassi della Fed e l’intensità del rallentamento dell’economia cinese”. Ed è proprio questo secondo tema che deve far riflettere. Come ricorda Chu, “sulla base della prima metà del decennio, il plenum cinese ha suggerito un tasso di crescita annuo minimo del 6,5%, che appare raggiungibile”. Ma questo come è possibile senza minare il processo di riforma interno che sta avvenendo? È quella che gli analisti di Goldman Sachs chiamano La grande rivoluzione industriale cinese, che dovrebbe permettere all’economia di Beijing di poter mutare i fattori produttivi domestici tramite l’introduzione di nuove tecnologie. Ma si riuscirà a portare avanti la transizione? Non è ancora chiaro, nonostante gli sforzi delle autorità cinesi. Solo il tempo confermerà il pieno completamento di questa operazione.

E ancora, cosa ne sarà della battaglia valutaria? Secondo Alan Cauberghs di Schroders le decisioni della People’s bank of China (Pboc), la banca centrale cinese, sono state fondamentali per l’inclusione dello yuan nel basket del Fmi. “Dal 1994, la Cina ha legato la sua valuta al dollaro americano, salvo un’interruzione di tre anni dal 2005 al 2008, durante la quale era permesso l’apprezzamento del renminbi”, spiega Cauberghs. Poi, dopo il terremoto di giugno e luglio, il cambiamento di strategia. Nell’agosto scorso, la Pboc ha portato il tasso di riferimento in linea con il tasso del mercato. L’inclusione era nell’aria. Infatti, secondo le normative del Fmi, affinché una valuta entri a far parte del paniere delle riserve, bisogna che il tasso di cambio sia dettato dal mercato e non da una istituzione monetaria. Il preludio di oggi quindi è figlio sia della super correzione estiva dell’azionario cinese sia delle liberalizzazioni programmate da Beijing sia della volontà della comunità internazionale a riconoscere la Cina come proprio pari. Il tutto con la speranza che mantenga la parola data sulle riforme strutturali. Una situazione che ricorda, almeno a parole, quanto vissuto dall’Europa negli ultimi cinque anni.

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