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La dimenticata e divisa Repubblica Centrafricana


La guerra civile nella Repubblica Centrafricana è entrata nel suo terzo anno, mentre restano senza risposta le domande su come fermare le violenze in quella che le Nazioni Unite definiscono “la crisi silenziosa”.

La guerra civile nella Repubblica Centrafricana è entrata nel suo terzo anno, mentre restano senza risposta le domande su come fermare le violenze in quella che le Nazioni Unite definiscono “la crisi silenziosa”.

 

Destroyed houses in the village of Boyeli, near Bozoum, Central African Republic, burned by the Séléka in January 2014. Photo: IRIN/Nicholas Long

La situazione nel Paese è ancora molto difficile, come testimonia il rapimento della cooperante francese Claudia Criste e del religioso centrafricano Gustave Reosse membro della Congregazione dello Spirito Santo, impegnati nelle attività umanitarie dell’Ong cattolica Coordination diocesaine de la santé (Codis) e sequestrati lunedì scorso a Bangui, mentre si trovavano a bordo di un veicolo adibito al trasporto di medicinali.

L’azione, che fortunatamente si è conclusa con il rilascio dei due membri della Codis, è stata interpretata come atto di ritorsione per l’arresto operato dalle forze ONU stanziate in Centrafrica di Rodrigue Ngaibona, conosciuto come generale Andjilo, uno dei leader delle locali milizie anti-balaka.

Uno scenario reso ancora più complicato dalle prossime elezioni presidenziali previste per febbraio e rinviate al prossimo agosto, cui si aggiunge il ritiro, fissato per marzo, delle forze di pace dell’operazione militare europea EUFOR RCA con il passaggio di competenze alla missione Onu, denominata MINUSCA e forte di 12mila effettivi.

Nella Stato cerniera dell’Africa Centrale, il 24 marzo 2013, ha assunto il potere un gruppo di ribelli chiamato Séléka (che nella locale lingua sango significa “alleanza”), costituito da varie fazioni e gruppi armati che, sotto la guida dell’ex leader dell’Unione delle Forze Democratiche per l’Unità (UFDR) Michel Djotodia, si sono uniti in una coalizione.

Una ribellione che da tempo covava sotto la cenere, culminata con la destituzione del presidente, François Bozizé, reo di non aver rispettato gli accordi di pace stipulati nel 2007, secondo i quali, le fazioni armate che avevano deposto le armi avrebbero dovuto essere smobilitate e reintegrate nell’esercito regolare.

Bozizé si era impadronito del potere con un colpo di Stato contro Ange-FélixPatassé, esattamente dieci anni prima di essere esautorato dai ribelli di Séléka, che di sicuro non hanno accolto con favore l’intenzione dell’ex presidente di cambiare la Costituzione per farsi rieleggere per la terza volta consecutiva, mentre non si erano ancora spenti gli echi della sua contestata vittoria elettorale del gennaio 2011.

Il conflitto in atto in Centrafrica sta arrecando gravi conseguenze alla popolazione che ha sempre più bisogno di assistenza umanitaria, come prova l’annuncio di pochi giorni fa dalla portavoce del Programma alimentare mondiale (Wfp), Elisabeth Byrs, che sulla base dei dati raccolti in un recente rapporto dell’agenzia Onu ha avvertito come in Centrafrica il 30% della popolazione totale, circa 1,5 milioni di persone, si troverebbe in una “situazione di scarsa o grave insicurezza alimentare”.

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