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RETROSCENA

I popoli sono tutti in piazza

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Dopo una tempesta rivoluzionaria è fondamentale dare seguito concretamente agli ideali che l’hanno provocata, per evitare involuzione anziché progresso

La manifestazione delle Sardine contro il leader della Lega di estrema destra Matteo Salvini, a Bologna, 19 gennaio 2020. REUTERS/Guglielmo Mangiapane

Ci volle poco per scatenare in Tunisia la prima delle primavere arabe. Bastò il suicidio di un piccolo negoziante che non riusciva più a mettere insieme il pranzo con la cena. Quel suicidio si trasformò però rapidamente in una scintilla destinata a dar fuoco alle polveri di un malcontento latente −  inespresso e per molti aspetti anche confuso − che si avvalse del tramite delle generazioni più giovani per coinvolgere in una intensa e momentanea fiammata pressoché tutto il mondo arabo prima di dilagare oltre.

Come spesso succede in occasioni del genere, i dimostranti sapevano molto bene cosa fosse ciò che non amavano, vale a dire la prospettiva di una vita che si annunciava povera e pressoché priva di occasioni e di sbocchi. Vissuta per di più in Paesi in cui la speranza individuale di una possibile ascesa sociale si faceva di giorno in giorno più illusoria e dove l’azione di Governo era condizionata da regimi dittatoriali e incompetenti. Nel contempo però le masse di giovani che animavano le dimostrazioni non erano né in condizione di definire con precisione ciò che volevano, né di dare un indirizzo positivo al successo delle loro rivolte. Nel medio termine esse finirono perciò con l’arenarsi, riuscendo soltanto a evidenziare la vulnerabilità dei regimi al potere e ad abbattere quelli che per differenti motivi non erano in condizione di opporre ai manifestanti una risposta ormai immediata, spesso violenta e in ogni caso del tutto priva di scrupoli.

Si arrivò così all’assurdo che nel mondo arabo i regimi eliminati dalla prima ondata delle primavere arabe furono in un certo senso i migliori, quelli che avevano da tempo recepito molti elementi di democrazia, e non i peggiori, vale a dire le dittature familiari, magari anche intrise di teocrazia.

Un altro effetto negativo derivò poi dal fatto che nei Paesi ove i dimostranti erano riusciti a distruggere senza però essere in grado di costruire, come ad esempio in Egitto e in Tunisia, si installarono immediatamente, approfittando del vuoto di potere che si era creato, forze che avevano operato sino a quel momento nella clandestinità e che, pur volendo lasciare da parte ogni altra considerazione di valore, certo non disponevano dell’esperienza che consentisse ai Paesi di compiere quel salto di qualità che le masse richiedevano a gran voce, pur non riuscendo a definirne con precisione le linee. La conclusione fu in più di un caso quella di una rapida reazione, che riportò magari l’ordine momentaneamente sparito ma non riuscì neanche essa né a individuare nuove strade verso il futuro né a far dimenticare ai manifestanti i momenti in cui per una volta nella loro vita si erano sentiti arbitri dei propri destini.

Il momentaneo, parziale, successo delle primavere arabe aveva comunque nel contempo fatto comprendere a tutto il mondo come in realtà non esistesse nessun potere realmente inattaccabile. E che fosse per di più in condizione di resistere di fronte a una mobilitazione di masse di cittadini cui tra l’altro lo sviluppo dell’informatica aveva fornito tutti gli strumenti di informazione e comunicazione necessari per contrastare con efficacia le azioni di repressione, che non venivano spinte sino all’utilizzazione di mezzi estremi. Si trattava di una lezione di cui forse avremmo dovuto far tesoro già più di venti anni prima, allorché in rapida successione il Muro di Berlino, il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica caddero come castelli di carta di fronte agli tsunami popolari. Allora pensammo, erroneamente, che si trattasse di un fenomeno destinato a restare confinato nel mondo ex comunista e non destinato a coinvolgere in tempi successivi altri paesi e differenti forme di Governo.

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso inoltre, da un lato l’informatica non offriva certo tutte le possibilità che sono attualmente disponibili, mentre dall’altro la globalizzazione non aveva ancora del tutto trasformato il nostro mondo in un sistema di vasi pressoché istantaneamente comunicanti. Venti anni e passa dopo, allorché partirono le Primavere arabe, i progressi avvenuti e prontamente recepiti dalla popolazione giovanile di tutto il mondo, fecero sì che l’incendio accesosi inizialmente in area mediterranea generasse quasi una pioggia di scintille destinate a infiammare in ogni continente − benché in tempi diversi e in modi che in buona parte risentivano di condizioni e caratteristiche locali − Paesi caratterizzati da un alto livello di insoddisfazione sociale diffusa. In alcuni casi i movimenti spontanei di piazza hanno tra l’altro interessato, fra la generale sorpresa, Stati gestiti da regimi la cui durezza nelle repressioni aveva posto sino ad ora al riparo da avvenimenti del genere. È quanto è accaduto in Sudan e in Bolivia, dove tra l’altro i movimenti spontanei hanno in breve tempo portato alla caduta dei dittatori di un tempo.

È ciò che è avvenuto a Hong Kong, dove soltanto la paura del coronavirus ha imposto ora una pausa a dimostrazioni di giorno in giorno più dure e meglio organizzate.

È quanto sta interessando anche l’Iran, in cui per la prima volta è realmente posto discussione il pesante controllo del Paese esercitato da Pasdaran e Ayatollah. È ciò che succede infine anche in altri Stati, tanti che sarebbe troppo lungo elencarli. In comune con le primavere arabe, che di tanto in tanto qua e là ripartono o rischiano di ripartire, i movimenti continuano ad avere in comune il fatto che i dimostranti sanno benissimo che cosa non vogliono più, vale a dire forme di Governo, o comunque situazioni, di palese ingiustizia e abuso e di mancanza assoluta di differenti prospettive per il futuro. Ciò li porta ad agire con efficacia allorché si tratta di combattere ed eventualmente di distruggere l’esistente. Difetta però quasi ovunque la capacità di individuare qualcosa che riesca ad allineare le nostre forme di Governo e di convivenza, che sono il frutto di tempi ormai irrevocabilmente passati, con un mondo radicalmente cambiato e proiettato verso un futuro difficile o impossibile da gestire con le regole attuali.

Rimane quindi sempre e ovunque presente il rischio che i vuoti di potere, in Paesi in cui esistono forze che, come avvenuto a suo tempo in Egitto con la Fratellanza Islamica, cercano la soluzione dei problemi nel passato anziché nel futuro, generano pericolose situazioni di involuzione anziché di progresso.

È un problema che interessa soltanto gli altri e certo non la civilissima Europa? Vi è da dubitarne, considerato come anche il fenomeno della Brexit e del recente “ritorno al passato” del Regno Unito si apparentino per molti versi al fenomeno. E pure nella nostra Italia, Paese che è stato sempre incapace di generare vere rivoluzioni, che cosa altro è il movimento delle Sardine se non il tintinnio del primo campanello d’allarme di una insoddisfazione largamente diffusa resa pubblica con garbo e moderazione straordinari ma che potrebbe, se trascurata, assumere rapidamente ben diverse forme?

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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