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RETROSCENA

La geopolitica vista dalla Cina: la pagella di Pechino

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Il razzismo anti-africano in Cina, il successo di Taiwan e del Vietnam nella gestione dell’epidemia. Il mondo visto da Pechino

Un ristorante africano chiuso insieme ad altre attività commerciali nella zona di Sanyuanli di Guangzhou, Cina, 13 aprile 2020. REUTERS/David Kirton

Le reazioni anti-africane a Guangzhou incrinano i rapporti sino-africani

La crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 continua ad avere significative ricadute in campo diplomatico e geopolitico. Ma se la guerra verbale fra Pechino e Washington sorprende pochi, la frattura creatasi fra l’Africa e la Cina era del tutto inaspettata. La brutale gestione cinese del coronavirus è direttamente responsabile della situazione: dopo Wuhan, la seconda città più colpita è stata Guangzhou, la principale città del sud cinese. Qui vive la maggiore comunità di immigranti dall’Africa presenti nel Paese: 14.000 secondo le statistiche ufficiali, ma molte volte di più secondo quelle ufficiose, data la difficoltà per molti commercianti di origini africane a ottenere un permesso di soggiorno in Cina, e che vi si trovano dunque con permessi brevi. Dagli inizi di aprile, però, da quando la Cina si è trovata ad affrontare una seconda ondata di contagi dovuti in parte al rientro in patria di cinesi che avevano contratto la malattia all’estero, le autorità hanno deciso di inasprire i controlli nei confronti degli stranieri. Così, tutti gli africani di Guangzhou sono stati costretti a essere sottomessi al tampone. Molti sono stati sfrattati dalle case che affittavano e altri si sono visti rifiutare l’accesso a hotel, ristoranti, negozi. Questo ha suscitato l’ira di molte capitali africane, che hanno cercato di mettere in piedi un programma di rimpatrio dei loro concittadini, e anche una serie d’interrogazioni ai diplomatici cinesi presenti in Africa. Pechino dice di aver richiesto che le politiche discriminatorie cessino, ma molti africani a Guangzhou denunciano che si tratta solo di propaganda. I governi africani continuano dunque a mettere pressione e a richiedere reciprocità di trattamento fra immigrati cinesi in Africa e africani in Cina.

Voto: 4 alle Autorità cinesi: discriminare gli immigrati è sbagliato e disumano.

Taiwan ha affrontato la pandemia meglio di qualunque altro

Malgrado la vicinanza geografica ed economica con la Cina, Taiwan ha saputo gestire la crisi sanitaria meglio di chiunque altro – pur non essendo riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità e non avendo dunque accesso a numerose risorse riservate ai Paesi membri dell’Onu. Il successo taiwanese è dovuto sia alla memoria, ancora molto viva, dello shock della Sars del 2003, ma anche alla diffidenza nei confronti della Cina e alla decisione di bloccare immediatamente l’accesso all’isola da parte del Governo della Presidente Tsai Ing-wen, che non a caso vede la sua popolarità aumentare costantemente. Taiwan non ha imposto un lockdown, ma ha affrontato la situazione con forte trasparenza e comunicazione governativa, tamponi a tappeto, tracciatura dei contatti delle persone contagiate, quarantena per i soggetti a rischio e utilizzo pressoché universale di mascherine e misure igieniche supplementari da parte delle autorità municipali. Ogni cittadino taiwanese è stato fornito di mascherine, che potevano andare a ritirarle mostrando il proprio documento di identità – una tecnica che ha sì dato buoni risultati, ma è stata criticata per non tenere sufficientemente conto delle necessità dei lavoratori migranti, che spesso sono privi di permesso di soggiorno. Malgrado questo punto debole nella gestione complessiva della malattia, agli inizi di maggio, il numero totale di casi a Taiwan è stato di 432, con 6 decessi – in un’isola con 23.7 milioni di abitanti.

Voto: 6 alla premier Ing-Wen. Bene la gestione dell’epidemia, male la discriminazione dei migranti.

Vietnam: low cost, ma efficace

Sia l’Europa che gli Stati Uniti hanno perso settimane preziose non cogliendo l’opportunità di prepararsi all’arrivo del coronavirus che stava mietendo vittime in Cina. Se questo misto di arroganza e incoscienza da parte occidentale resta inspiegabile, ci sono esempi di Paesi poveri che hanno saputo prendere le cose con grande serietà. Fra questi, spicca la risposta del Vietnam: una lunga frontiera con la Cina, città sovrappopolate e ospedali dotati di scarse risorse, eppure, alla fine di maggio il Paese non ha registrato nessun decesso da coronavirus, e solo 268 casi confermati. Come ha fatto? Dichiarando un’emergenza nazionale prima ancora che venissero confermati casi di contagio nazionale. Lockdown, chiusura delle frontiere (anche a vietnamiti di ritorno dall’estero, messi in quarantena agli aeroporti) e martellanti informazioni preventive. Low cost, ma efficace.

Voto: 8 al Vietnam. Misure umanamente dure, ma efficaci.

Finalmente ci saranno i parchi nazionali in Cina

Se il coronavirus non ritarda i lavori, la Cina sarà finalmente in grado di istituire 10 Parchi Nazionali per proteggere alcuni dei paesaggi naturali più belli e minacciati. Al momento infatti il Paese dispone di alcune aree protette e di zone designate come parchi naturali, ma quello che sta per essere lanciato è ispirato alla rete dei Parchi Nazionali statunitensi, ovvero un’unica entità amministrativa e un personale specializzato formato sia alla protezione che al monitoraggio delle specie protette e degli effetti dovuti al cambiamento climatico. Il primo parco dovrebbe aprire già l’anno prossimo, sul plateau tibetano, in una zona chiamata Sanjiangyuan, nella provincia del Qinghai. Qui nascono tre fiumi capitali: il Fiume Giallo, lo Yangtze, e il Mekong (chiamato Lancang in Cina) – dove l’attività umana ha già infragilito degli ecosistemi delicati e vitali.

Voto: 7 alla creazione di parchi nazionali, simbolo di una società ecosostenibile.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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@IlariaMariaSala

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