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La giostra delle elezioni presidenziali in Perù

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I candidati alle elezioni presidenziali in Perù sono 19, anzi 17. Ad appena quattro settimane dal voto, la Giunta elettorale ha sospeso il candidato outsider, Julio Guzmán, per irregolarità procedurali e farà lo stesso, pare, con un altro leader, César Acuña, per aver distribuito denaro in campagna elettorale.

 

“Il ritiro da parte della Giunta di due candidati sostenuti da un 25% dell’elettorato a un mese dalle elezioni non ha precedenti”, commenta il professore David Sulmont, direttore dell’Istituto per l’Opinione pubblica della Pontificia Universidad de Perú in un’intervista al quotidiano peruviano La República.

“È come se in una partita il gol del 3° minuto fosse annullato dall’arbitro nell’80°. Ciò “potrebbe essere determinante per chi sarà il prossimo governante, mentre dovrebbe essere una prerogativa dei cittadini che votano”. Oggi l’attenzione “non dovrebbe essere puntata su chi partecipa alle elezioni, bensì su chi sarà presidente per i prossimi cinque anni”.

Domenica sera, mentre dall’Estadio Monumental di Lima rimbombava I can get no satisfaction dai Rolling Stones in persona nel loro primo concerto in assoluto in Perù, la società di sondaggi GfK ha rilasciato l’ultimo sondaggio che registra i cambiamenti degli ultimi giorni nella lista dei candidati.

Il primato lo mantiene Keiko Fujimori, con il 34,6%. Figlia del dittatore Alberto Fujimori, che governò impunemente tra il 1990 e il 2000 e che ora sconta in carcere 25 anni per violazioni dei diritti umani e corruzione, è considerata un candidato con esperienza anche se è tra i più giovani.

Nel 2011 è stata battuta dall’attuale presidente Ollanta Humala. Non tralascia alcun mezzo per vincere, la seconda generazione Fujimori, al punto che Keiko è stata richiamata ufficialmente per “acquisto di voti” (faceva regali e potenziali elettori). È un rapporto paradossale quello tra i settori popolari peruviani e i Fujimori. Del padre tendono a ricordare l’assistenzialismo impacchettato nel detto “non importa se ruba pur che faccia delle cose”.

Julio Guzmán, l’outsider di centro neoliberale ora escluso salvo sorprese dell’appello, è in poche settimane passato dal cinque al 16,6% facendo sognare i peruviani affetti dalla sindrome del presidente-imprenditore. Tuttavia, se eletto, l’ex uomo Deloitte darebbe sì una spinta alle imprese e agli investimenti – approfittando tra l’altro dal Trattato di libero scambio con gli Usa – ma incontrerebbe difficoltà a implementare le riforme istituzionali che tutti considerano indispensabili. Guzmán è abituato a trattare grandi affari nei ministeri e non lunghi negoziati in settori critici quali l’istruzione, la sanità e la sicurezza.

Segue terzo Pedro Pablo Kuczynski (Peruanos por el Kambio) con il 6,9%. Ex ministro dell’Economia durante il boom delle materie prime, tenta di combinare il tecnico e il politico mirando al voto di centro e urbano, ma manca di mordente nel dibattito sulle riforme istituzionali.

All’incertezza si aggiunge la noia di volti noti da più di vent’anni, come Alan García (4,3%) e Alejandro Toledo (1,6%), entrambi ex presidenti ed entrambi indagati, uno per riciclaggio, l’altro per narco-indulti. Toledo, che pure ha studiato e insegnato a Stanford, ha sconcertato rilasciando una intervista audio in evidente stato di ubriachezza già alle 8 del mattino.

A sinistra ci sono due candidati seri: Alfredo Barnechea di Acción Popular e Verónika Mendoza di Frente Amplio. Il primo, un uomo colto e misurato, riscuote successo tra la classe media alta nella capitale, ma deve ancora sfondare tra le masse con le sue proposte di una industrializzazione e una ripresa dell’economia nella quale lo Stato sostenga i settori più vulnerabili.

Nel sondaggio , in ogni caso, ha avanzato più degli altri candidati, segno che forse i peruviani sono finalmente entrati nella modalità elezioni.

Le elezioni del 10 aprile sono le prime nel paese “miniera del mondo” dopo il crollo della domanda globale di materie prime. Il Perù, tuttavia, è ricco anche di risorse ittiche e agroalimentari (il settore della pesca è cresciuto nel 2015 del 15,9%) oltre che di metalli e petrolio.

Per crescita, il paese andino è considerato la stella dell’America del Sud – 3,26% contro il 2,39% del 2014 – ma ciò sarà sostenibile, sostengono gli economisti e la Banca Mondiale, se miglioreranno i fattori della produzione. Dopo il decennio di cura Fujimori, l’80% del lavoro è informale e i sindacati sono deboli. Se questo ha attirato finora in Perù molti più capitali internazionali che negli altri paesi latinoamericani, l’altra facciata è che i lavoratori sono poco qualificati e poco produttivi.

Non è facile capire con quali criteri i peruviani nelle città e nelle campagne sceglieranno nell’urna, perché la composizione multietnica e multiculturale del Perù, ma qui viene in aiuto Nicolás Lynch, professore di Sociologia, anche in centri prestigiosi negli Stati Uniti come Johns Hopkins. L’ex ministro dell’Istruzione spiega perché il soffre Perù soffre di ciò che lui chiama frustrazione democratica.

L’esclusione politica imposta dal neoliberalismo dopo il 2000-2001, ha bloccato l’evoluzione della rappresentanza perché ha represso prima la mobilitazione popolare e poi l’accesso alla politica”. Chi protesta è visto come un delinquente e per presentarsi candidato occorrono milioni di firme. “Così si spezza la cinghia di trasmissione tra la società e la politica”.

Salvo qualche eccezione, stando al professore, l’offerta dei candidati non esprime la popolazione. “Il collasso del processo elettorale in questi giorni altro non è che il tracollo dell’egemonia liberale”. È sintomatico che le persone scordino come certi hanno governato e che abbiano nostalgia dell’autoritarismo o delle novità più improvvisate che politiche, aggiunge Lynch.

Se nessun candidato otterrà la maggioranza assoluta, si andrà al ballottaggio a giugno ed è probabile che ciò avvenga perché il “voto degli indecisi” è al 36% e al 45% nelle campagne. Questi livelli riflettono in parte lo smarrimento di molti settori popolari colpiti dal rallentamento dell’economia globale per la prima volta in un decennio e con scarse reti di salvataggio sociali.

Il Perù è il terzo paese al mondo per superficie di foreste tropicali, ma proprio per questo è molto vulnerabile, come quando a febbraio, un oleodotto ha rilasciato nel terreno circostante tonnellate di petrolio contaminando l’acqua di 8000 famiglie e l’ecosistema di un importante affluente del Rio delle Amazzoni. Le soluzioni stanno arrivando con settimane di ritardo.

Così, dopo l’accorato appello a favore dell’Amazzonia di Leonardo Di Caprio la notte degli Oscar, c’è chi, come il giornalista Pedro Canelo, ha proposto di candidare alla presidenza del Perù Di Caprio: “Ha dimostrato di avere molto più a cuore il nostro Paese degli stessi peruviani”.

@GuiomarParada

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