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La grande anomalia pakistana


“La ghazwa-e-Hind è inevitabile, il Kashmir verrà liberato, il 1971 sarà vendicato e le vittime di Ahmedabad riceveranno giustizia, in-sha'-Allah”.

“La ghazwa-e-Hind è inevitabile, il Kashmir verrà liberato, il 1971 sarà vendicato e le vittime di Ahmedabad riceveranno giustizia, in-sha’-Allah”.

A supporter wearing a mask of India's Prime Minister Narendra Modi arrives to attend an election campaign rally addressed by Modi in Srinagar December 8, 2014. Modi on Monday took his political campaign to the troubled northern state of Jammu and Kashmir, promising jobs and water supplies to win support in a region at the heart of nearly seven decades of hostility with Pakistan. REUTERS/Danish Ismail

Sono le parole pronunciate il 4 dicembre da Hafiz Said, leader di Jamaat-ud-Dawa (JuD), durante un discorso tenuto davanti a migliaia di persone nel centro della città di Lahore, sotto il Minar-e-Pakistan, monumento simbolo del Paese – il luogo in cui, per la prima volta, venne ufficialmente espressa la volontà di dare vita a una nazione pakistana divisa dall’India. JuD è una sostanziale ridenominazione di Lashkar-e-Taiba (LeT), gruppo responsabile di numerosi attentati, tra cui quelli di Mumbai, nel 2008, che provocarono oltre 160 vittime.

L’espressione “Ghazwa-e-Hind” si riferisce a una dottrina, promossa da al-Qaeda, sulla guerra santa contro l’India. Il 1971 è l’anno in cui l’allora Pakistan orientale si separò dal resto del Paese, anche grazie all’aiuto indiano, dando vita al Bangladesh. Le vittime di Ahmedabad sono quelle degli scontri settari che ebbero luogo nella capitale del Gujarat nel 2002, quando al governo vi era l’attuale ministro indiano Narendra Modi. Sul Kashmir non c’è bisogno di aggiungere altro.

È forse questo il simbolo della grande anomalia pakistana, una controversa e multi-sfaccettata realtà, inaccessibile con il solo strumento della logica, persino con quello potente della Realpolitik: il leader di uno dei più temibili gruppi terroristici al mondo, che incita alla guerra santa contro l’India (e Israele), circondato dalle forze dell’ordine pakistane, impiegate affinché l’evento, pubblicizzato in tutto il Paese e diretto via streaming sul web, si svolgesse senza intoppi.

Hafiz Said è tra i più fidati partner dell’intelligence pakistana (Inter-Services Intelligence, ISI): una relazione nata in Afghanistan nei primi anni ’90 (dove LeT operava al fianco dei talebani, contro le milizie della cosiddetta “alleanza del Nord”) e rafforzata negli anni dalla comune ostilità nei confronti dell’India. Rispetto ad altre formazioni attive nel Paese, JuD non ha mai compiuto attacchi contro obiettivi pakistani, ritenendo di fondamentale importanza il principio della massimizzazione delle risorse derivante da una chiara e sempre rispettata scala delle priorità: prima l’India, poi tutto il resto. Gli obiettivi del gruppo, per principio contrario agli attacchi contro i musulmani (sia sunniti sia sciiti), sono sempre stati in linea con gli interessi delle autorità pakistane, e ciò ha consentito il consolidarsi di una partnership che si è sinora dimostrata più forte delle pressioni esercitate dalla comunità internazionale. Troppo importante, per il Pakistan, il ruolo di Hafiz Said e dei suoi seguaci nella infinita disputa sui territori del Kashmir.

Il gruppo dispone di numerose cellule all’estero, in particolare in altri Paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale, ma anche in realtà più distanti (in passato, cellule dormienti sono state individuate in Germania, Stati Uniti e Australia). Per livello di organizzazione, LeT viene da molti paragonato al movimento sciita libanese Hizballah. Il suo quartier generale, il complesso di Muridke, si trova a pochi chilometri da Lahore, capoluogo del Punjab, cuore politico e militare del Pakistan. In tutto il Paese, il gruppo gestisce ospedali, scuole, cliniche, moschee e altri servizi. LeT può contare su migliaia di sostenitori, provenienti soprattutto dal Punjab. Si tratta spesso di persone con un livello di istruzione superiore rispetto alla media nazionale e con importanti contatti con le più alte sfere politiche e militari nazionali. Hafiz Said è stato più volte arrestato dalle autorità pakistane, per poi essere sempre rilasciato per mancanza di prove. Egli gode di ampia libertà di movimento nel Paese, un po’ meno sul web, dove il suo account ufficiale su Twitter è stato disattivato il 7 dicembre, a causa della retorica fortemente anti-indiana dei suoi messaggi. Pochi mesi fa aveva rivolto alle autorità di Nuova Delhi l’accusa di “terrorismo idrico”, imputando loro la responsabilità delle alluvioni verificatesi in alcune province pakistane, che hanno provocato numerose vittime.

Alla luce di quanto detto sopra, definire semplicemente un’anomalia il rapporto delle autorità pakistane con il gruppo di Hafiz Said, e più in generale con il terrorismo, potrebbe sembrare riduttivo e forse persino errato, trattandosi in realtà di una vera e propria costante nella breve storia della nazione pakistana. Eppure, per quanto incompleti e parziali, gli sforzi nella lotta al terrorismo compiuti dal Paese negli ultimi mesi non possono essere trascurati.

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