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La leadership gemella

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[caption id="attachment_32814" align="alignnone" width=""]REUTERS[/caption]

Merkel e Draghi: strana coppia ben assortita. Affinità di stile e rispetto reciproco nello scontro. Archetipo di leadership possibile?

 Mai fermarsi alle apparenze quando si parla di un banchiere centrale. E mai fermarsi alle apparenze quando si studia un Capo di governo impegnato in un considerevole cambio di rotta. A maggior ragione se i due sono Mario Draghi e Angela Merkel.

Il presidente della Banca centrale europea ha ormai dimostrato di avere una straordinaria capacità di posizionamento politico, quando si tratta di guidare le decisioni del Consiglio dei governatori della Bce: anche di fronte all’opposizione e alle critiche pubbliche della Bundesbank e del suo presidente Jens Weidmann. Se le sue intenzioni in fatto di politica monetaria sono rese esplicite – anche in termini di forward guidance per i mercati – la strada che segue per ottenere il consenso interno ed esterno resta nel regno delle sue strategie e delle sue tattiche, non sempre rese esplicite.

La Cancelliera tedesca, impermeabile ai grandi gesti e alle indelebili dichiarazioni di principio, d’altra parte si muove da sempre senza offrire una forward guidance di lungo periodo sulle sue scelte: ancora di più negli ultimi tempi in cui ha deciso di abbandonare la politica dei piccoli passi e di fare assumere alla Germania un ruolo di maggiore leadership negli affari internazionali. Il risultato è che, quando si viene al rapporto tra il Signor Draghi e Frau Merkel niente è ovvio.

Che ci sia una divaricazione tra la politica della Bce e l’ortodossia monetaria tedesca è un fatto. Quest’ultima è fondata su un’idea di stabilità finanziaria di cui la Bundesbank è custode – e quasi oracolo nella percezione dei Tedeschi – ma è basata anche su interessi e modi di operare tipici della Germania, dalla necessità di avere un sistema del risparmio remunerato con tassi d’interesse non troppo bassi, per garantire ritorni decenti in un Paese a veloce invecchiamento, fino all’avere una moneta forte che costringe le imprese a essere efficienti.

La Bce, al contrario, in questa fase è impegnata nell’operazione di Quantitative Easing da 1.100 miliardi che dovrebbe, attraverso tassi bassissimi e iniezioni di capitali nell’economia, fermare il pericolo di deflazione di lunga durata e dare uno stimolo all’economia dell’eurozona.

In questa divergenza, ci si dovrebbe aspettare dalla Signora Merkel un’opposizione alle scelte della Bce. È infatti certo che, nella lettura della crisi dell’euro, la Cancelliera e l’establishment tedesco siano più vicini alle posizioni di Weidmann che a quelle di Draghi. L’opposizione di Berlino all’acquisto di 1.100 miliardi di titoli da parte della Bce, però, non c’è stata. Frau Merkel si è limitata – a gennaio, in un discorso a Francoforte, con Draghi in platea – ad ammonire i governi dell’eurozona a non approfittare della liquidità fornita dalla Banca centrale per smettere di fare le riforme strutturali delle quali tutti i 19 Paesi dell’euro hanno bisogno. Per il resto, si è attenuta alla regola di rispettare l’indipendenza della Bce. Lo stesso, anche se in modo più evidente, aveva fatto nell’estate del 2012, quando di fatto diede a Draghi il via libera politico per pronunciare il famoso “whatever it takes” nella difesa dell’unitarietà dell’euro.

Rispetto dell’indipendenza della Banca centrale di Francoforte, certo. Ma c’è di più. In questo passaggio, la politica monetaria di Draghi probabilmente non dispiace alla Signora Merkel e al ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. L’enorme stimolo monetario della Bce alleggerisce in misura consistente la pressione che altri paesi europei, ma anche gli Stati Uniti, esercitano su Berlino affinché adotti una politica economica più espansiva all’interno e più accomodante in Europa. Qualche passo in questa direzione – maggiori investimenti nelle infrastrutture tedesche, per esempio – Schäuble lo effettuerà (con i suoi tempi).

Il dato di fatto, però, è che la manovra fortemente espansiva della Bce permette a Berlino di restare sulla strada del pareggio del bilancio pubblico anche se molti vorrebbero che spendesse di più. D’altra parte – notano al Ministero delle Finanze berlinese – la crescita della Germania è già oggi spinta più dai consumi interni che dalle esportazioni, quindi ulteriori stimoli (di bilancio) sarebbero ingiustificati. Per dirla in maniera forte: Draghi sta facendo il “lavoro sporco” che Merkel e Schäuble non vogliono fare e alla Cancelliera va in fondo bene che sia così.

Doktor Merkel e il Dottor Draghi si incontrano piuttosto spesso, a Berlino. Colloqui informativi sulla situazione – dicono i portavoce. Probabilmente, c’è qualcosa di più: perlomeno una verifica degli spazi di agibilità politica reciproci.

Ambedue, infatti, hanno dimostrato una grande capacità di leadership nel momento dell’annuncio da parte della Bce dell’operazione di Quantitative Easing: Draghi andando per la strada scelta, la Cancelliera rimanendo in silenzio e così assicurando che anche il resto dell’eurozona sarebbe rimasto unito (lavorare per l’unità tra europei è probabilmente oggi il primo compito di un leader). Questa capacità di guida a due dell’Europa è stata possibile perché Draghi e Merkel si parlano e capiscono i confini di quel che si può fare in un dato momento. Finora, dunque, un rapporto virtuoso.

Questo è lo stato dei fatti a oggi. Non è detto che sarà sempre così. I dubbi sul Quantita tive Easing europeo sono mol – to diffusi nei mondi politico, economico, finanziario e intellettuale tedeschi. Non solo perché tolgono uno stimolo ai governi per fare le riforme – concetto sempre ribadito – ma perché molti credono – come sostiene Weidmann – che la situazione economica non fosse, già a gennaio, così grave da giustificarlo.

Il recente miglioramento delle prospettive di crescita dell’eurozona rafforza queste convinzioni. In prospettiva, un buon numero di economisti prevede che l’economia tedesca sia destinata a surriscaldarsi (anche se non necessariamente in misura insostenibile) in ragione del cambio dell’euro indebolito, del prezzo del petrolio caduto e della politica monetaria non convenzionale della Bce. Se queste tendenze rafforzassero l’opposizione della società tedesca al Quantitative Easing, con la richiesta di terminarlo più in fretta del previsto (settembre 2016), anche il governo di Berlino potrebbe risentire del cattivo umore diffuso. La crisi della Grecia, inoltre, rimane una fonte di tensioni e, dal momento che la Bce e la Germania sono in prima fila nei negoziati, potrebbe riverberare in modo inaspettato anche su di loro.

Immaginare un futuro scontro pubblico tra Draghi e Merkel è però difficile. Non è nel loro modo di fare politica. E, soprattutto, finora hanno visto che la “collaborazione implicita” funziona. Nella crisi interna all’eurozona, si è trattato di una leadership gemella che ha tenuto insieme tutti i paesi e le istituzioni europee. Non c’è ragione per abbandonarla. Anzi. Frau Merkel, impegnata su numerosi altri fronti, sarebbe probabilmente felice di avere al fianco un Draghi anche – per dire – quando parla con il Cremlino. 

@danilotaino

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