EN

eastwest challenge banner leaderboard

La lunga scalata dell’Africapitalismo

Indietro    Avanti

La nuova filosofia del banchiere-filantropo Tony Elumelu promette di portare ricchezza combinando profitto e impresa sociale.

Vestito scuro, camicia bianca e cravatta rossa che spicca in tutte le fotografie ufficiali: è la divisa d’ordinanza di Tony Elumelu, 52 anni, l’uomo d’affari che promette sviluppo e investimenti in Africa. Nigeriano, tra i più ricchi del Continente, è il padre di una nuova filosofia di fare affari, l’Africapitalismo, il capitalismo in versione afro, dove profitto e bene sociale viaggiano (o almeno dovrebbero) sullo stesso binario, attraverso investimenti a lungo termine.

L’idea è quella di “mettere il settore privato in prima linea nello sviluppo del Continente”, si legge a caratteri cubitali sul sito della Heirs Holding, società di investimento di cui Elumelu è presidente. Subito sotto c’è la definizione: “L’Africapitalismo è una filosofia economica secondo la quale il settore privato africano ha il potere di trasformare il Continente attraverso investimenti a lungo termine, creando sia prosperità economica che ricchezza sociale”.

L’obiettivo è a dir poco ambizioso, creare ricchezza a lungo termine. È una “chiamata all’azione per gli Africani affinché si assumano la responsabilità dello sviluppo del Continente”. Elumelu, che è anche padre da quattro anni della fondazione Onlus che porta il suo nome, ha annunciato il primo dicembre 2014 a Lagos l’avvio di un programma da 100 milioni di dollari, per finanziare 10mila start-up nei 54 paesi del Continente e sostenere le nuove leve dell’imprenditoria locale. Ha promesso la creazione di un milione di posti di lavoro e 10 miliardi di dollari di fatturato annuo.

“L’Africa ha fatto di me ciò che sono. Sono stato fortunato”, ha detto Elumelu al giornale Jeune Afrique, lasciando intendere che la sua ricetta che mescola impresa sociale e investimento è un modo per ripagare la sua terra e restituirle le possibilità che gli sono state offerte. Il refrain da African self-made man è lo stesso da tempo nei suoi discorsi pubblici. Alla conferenza annuale dell’African Development Bank del 2013, colui che ormai in tanti nel mondo degli affari celebrano come il banchiere filantropo, disse: “Nessuno può fare sviluppare l’Africa meglio di noi. Sono nato in Africa, sono cresciuto in Africa, ho studiato in Africa”. Lo ha ribadito ancora nella prima edizione internazionale del 2015 dalle colonne del settimanale britannico The Economist, aggiungendo: “Se l’Africa vuole realizzare il suo potenziale economico, deve prima diventare autosufficiente e il settore privato è fondamentale per questo processo. Immaginate lo stesso Continente pieno di aziende in grado di raffinare il greggio, capaci di trasformare baccelli di cacao in cioccolato e cotone in tessuto, mantenendo i benefici senza inviare ricchezza all’estero”.

Elumelu ha di certo la stoffa dell’oratore e il suo passato nelle alte poltrone della United Bank for Africa rivela destrezza negli ambienti del business. Ma il banchiere nigeriano, finora solo a parole, promette di risolvere i problemi del Continente e sembra volersi piazzare tra gli eroi del nuovo sviluppo sostenibile. Dunque, l’Africapitalismo è davvero un modello economico alternativo in grado di creare ricchezza diffusa e crescita costante nel Continente?

L’equazione Africapitalismo uguale capitalismo nelle mani degli imprenditori africani sarebbe troppo semplice. Elumelu aspira a superarla, andando a colmare le lacune del capitalismo stesso. La sfida da affrontare è combinare il profitto al benessere sociale in un terreno economico che è basato, per tradizione, su estrazione delle materie prime ed esportazione. L’intento sarebbe quello di fare soldi e ridistribuirli in Africa, “istituzionalizzando la fortuna”, come dice con toni trionfalistici Elumelu sull’Economist.

Eppure il percorso decennale del piano dell’imprenditore e banchiere è lungo. Come ha fatto notare Emily Darko, ricercatrice all’Overseas Development Institute, durante un panel organizzato lo scorso anno dal quotidiano inglese The Guardian proprio sull’Africapitalismo, “Il capitalismo neoliberista non è riuscito a fornire benefici sufficienti per la gran parte della popolazione mondiale”. E anche nel caso di un nuovo modello africano, ha continuato Darko, “il sospetto è che senza un cambiamento agli incentivi, la maggior parte degli imprenditori continueranno a seguire la logica della ricerca del profitto come al solito, e gli approcci socioeconomici di supporto alla comunità e alla famiglia si ridurranno come in Occidente”.

Il vero punto di svolta sarebbe l’impresa sociale. Per esempio, ha fatto notare ancora la ricercatrice, “in Kenya le imprese sociali stanno fornendo beni e servizi che lo Stato non ha mai fornito. Questo apre grandi interrogativi riguardo al futuro”.

Il rischio è quello di promuovere sì imprese sociali dal basso, ma spesso senza coinvolgere davvero la popolazione locale. Così facendo non si riuscirebbe a raggiungere l’obiettivo di portare ricchezza reale alle fasce più povere.

Ecco perché la call-to-action di Elumelu è rivolta agli imprenditori africani, anello fondamentale della catena. Nel manifesto dell’Africapitalismo si legge chiaro: “Le élite di affari africane hanno la responsabilità primaria di attuare questa filosofia economica”. E ancora: “L’Africapitalismo è sulle loro spalle”.

Ma, al momento, risulta difficile immaginare grandi svolte senza un chiaro ruolo dei governi e senza coinvolgere davvero le comunità locali. Solo i numeri, nel futuro prossimo e nel lungo periodo, dimostreranno se questo nuovo modello funziona. 

Continua a leggere questo articolo e tutti gli altri contenuti di eastwest e eastwest.eu.

Abbonati per un anno a tutti i contenuti del sito e all'edizione cartacea + digitale della rivista di geopolitica a € 45.
Se desideri solo l’accesso al sito e l’abbonamento alla rivista digitale, il costo per un anno è € 20

Abbonati


Hai già un abbonamento PREMIUM oppure DIGITAL+WEB? Accedi al tuo account




GUALA