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Condanne a morte per l’omicidio Khashoggi

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Secondo il Pubblico Ministero non ci fu premeditazione. Per l’Onu il verdetto è una beffa

Hatice Cengiz, la fidanzata del defunto giornalista saudita Jamal Khashoggi parla ai giornalisti dopo aver partecipato a una sottocommissione per i Diritti Umani riunita al Parlamento europeo a Bruxelles, Belgio, 19 febbraio 2019. REUTERS/Yves Herman
Hatice Cengiz, la fidanzata del defunto giornalista saudita Jamal Khashoggi parla ai giornalisti dopo aver partecipato a una sottocommissione per i Diritti Umani riunita al Parlamento europeo a Bruxelles, Belgio, 19 febbraio 2019. REUTERS/Yves Herman

“I sicari sono colpevoli, condannati a morte. Gli ideatori dell’assassinio sono a piede libero e a malapena sono stati toccati dalle indagini e dal processo.” Le dichiarazioni di Agnes CallamardSpecial Rapporteur dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, pesano come macigni e stigmatizzano le indagini svolte dalle autorità saudite sull’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi.

Su undici persone accusate di aver commesso o aver preso parte all’omicidio, cinque sono state condannate a morte, tre sconteranno la pena detentiva per un totale di ventiquattro anni, altre tre sono state del tutto prosciolte. Al momento non si conoscono i nomi degli imputati. A leggere le condanne, il Pubblico Ministero Shalaan al-Shalaan che ha dichiarato: “Le investigazioni hanno dimostrato che l’assassinio non è stato premeditato: la decisione è stata presa sul momento”.

Callamard aveva fin da subito espresso le sue perplessità sull’estraneità della famiglia reale saudita nell’omicidio del giornalista, spiegando a febbraio 2019, pochi mesi dopo l’uccisione di Khashoggi, che “le prove acquisite in Turchia mostrano che è stato vittima di una morte brutale e premeditata, pianificata e perpetrata da membri dello Stato dell’Arabia Saudita”.

Nel mese di giugno, al termine dei sei mesi di indagini condotte dalle Nazioni Unite, la Special Rapporteur spiegò che la morte di Khashoggi è “il risultato di un piano elaborato che implica un imponente coordinamento e lo sfruttamento di significative risorse umane e finanziarie” e che le circostanze che portarono alla sua fine “non modificano la responsabilità dello Stato dell’Arabia Saudita”, del quale “quindici agenti hanno operato sotto copertura, utilizzando i mezzi dello Stato” per giustiziarlo. E attaccò frontalmente il principe Mohammad bin Salman: “Il crimine commesso è un omicidio di Stato” e le accuse contro le persone coinvolte nell’uccisione del giornalista “sono una copertura che spostano l’attenzione dalle responsabilità dell’Arabia Saudita”.

La comunità internazionale reagì con sdegno al barbaro assassinio di Khashoggi, fatto a pezzi nella sede dell’Ambasciata dell’Arabia Saudita a Istanbul. A febbraio l’Unione Europea inserì Riad nella lista nera dei Paesi con carenze strategiche nella lotta al riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. L’Arabia Saudita, nel tentativo di riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti, a inizio anno nominò Ambasciatrice a Washington Reema Bint Bandar al-Saud, prima donna a rivestire l’incarico e profonda conoscitrice degli ambienti della capitale.

@melonimatteo

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