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La bufala coronavirus

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Se paragoniamo contagiati e decessi con precedenti casi di malattie infettive, siamo a rischio quasi zero. Eppure la gente sta impazzendo. Perché?

Una bambina indossa una maschera a Pechino, Cina. 2 febbraio 2020. REUTERS/Jason Lee
Una bambina indossa una maschera a Pechino, Cina. 2 febbraio 2020. REUTERS/Jason Lee

Nel quarto giorno di emergenza sanitaria nazionale per il coronavirus, arrivano due buone notizie: i casi accertati nel nostro Paese restano solo due (e in buone condizioni) e i ricercatori dell’ospedale Spallanzani sono riusciti a isolare il virus.

I coronavirus fanno parte di una famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal semplice raffreddore a infezioni più aggressive, come la Sindrome Respiratoria del Medio Oriente (Mers) e la Sindrome Respiratoria Acuta Grave (Sars).

Il nuovo ceppo, denominato “2019-nCoV”, è apparso nel dicembre del 2019 a Wuhan. Dal capoluogo della provincia di Hubei, il contagio si è allargato in gran parte del territorio cinese e in oltre venti Paesi nel mondo. Sebbene il numero di persone contagiate sia elevato, il tasso di mortalità è contenuto rispetto ad altre pandemie e si attesta intorno al 3%. La Sars, partita nel 2002 dalla Cina, ha causato 774 decessi, con un tasso di mortalità del 9,6%; la cosiddetta influenza suina, originata in Messico e causata da un virus dell’influenza A, ha contagiato oltre 1,6 milioni di persone, causando 285mila morti, con un tasso di mortalità del 17,6%.

Le vittime del 2019-nCoV, a oggi, sono 305 (una sola fuori dalla Cina), mentre i contagiati circa 10.000. Nonostante i numeri al momento sembrino indicare che questo virus sia meno pericoloso di altri, perché ha appunto una mortalità più bassa, l’Italia è in piena psicosi. In molte città, i negozi e soprattutto i ristoranti cinesi sono vuoti, perché si è anche diffusa l’idea che il contagio parta dal cibo (la notizia è stata smentita dallo stesso Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro).

Oltre all’allarmismo, la paura dell’epidemia ha scatenato ogni tipo di dietrologia, a partire dai vaccini e dal sospetto che dietro la pandemia ci siano gli interessi loschi delle case farmaceutiche.

I vaccini, in realtà, rappresentano solo il 2-3% della spesa mondiale per i farmaci, mentre il costo per il Servizio Sanitario Nazionale per i trattamenti necessari per la terapia delle malattie, anche di quelle ritenute più leggere, può essere assai superiore al costo del vaccino per la loro prevenzione. Ai costi dei farmaci per la cura delle malattie insorte per mancata vaccinazione si deve poi aggiungere il costo globale della malattia, con le sue implicazioni socio-economiche e di sofferenza personale. 

Se entriamo poi nello specifico caso del coronavirus, la cospirazione della case farmaceutiche risulta davvero poco credibile, perché i tempi di un vaccino potrebbero essere lunghissimi (e quindi c’è il rischio che possa arrivare quando gran parte della popolazione, almeno in Cina, avrà già avuto l’esposizione). Sono trascorsi 17 anni e un vaccino certificato contro la Sars ancora non c’è e ciò dimostra quanto siano rigidi i protocolli e i test prima che un vaccino possa essere messo sul mercato. 

Ancora una volta, pensare di risolvere problemi globali con ricette autarchiche non è solo un errore ma può rivelarsi molto dannoso. In questo caso, dannoso per i rapporti economici, politici e per la psiche delle persone, che ormai non ricevono più filtri da una classe dirigente razionale, che anzi asseconda gli istinti più bassi e i timori più ingiustificati, senza spiegare e anzi cavalcando irresponsabilmente le ansie dell’opinione pubblica

E i media (televisioni e stampa) hanno responsabilità almeno condivise con una politica dilettantesca.

@GiuScognamiglio

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