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La primavera egiziana rigurgita

La società civile egiziana non ci sta a tornare allo status quo militare come se nulla fosse successo

Un soldato della polizia militare osserva i sostenitori del Presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi che cantano slogan e alzano bandiere al Cairo, Egitto, 27 settembre 2019. REUTERS/Mohamed Abd El Ghany
Un soldato della polizia militare osserva i sostenitori del Presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi che cantano slogan e alzano bandiere al Cairo, Egitto, 27 settembre 2019. REUTERS/Mohamed Abd El Ghany

Le piazze egiziane sono tornate a far sentire la propria voce. Piazza Tahrir al Cairo, dove nel 2011 nacque la rivoluzione, oggi è presidiata dai militari. Eppure anche lì gli studenti sono riusciti a organizzare venerdì 20 una protesta. Solo nella capitale, si parla di 350 arresti, quasi 1500 contando anche le altre città del Paese: Suez, Alessandria, Damietta e El-Mahalla El-Kubra. Venerdì 27 settembre, hanno manifestato anche a Qena, Luxor e l’isola di al-Warraq.

L’Egitto considera "inaccettabile" la dichiarazione diffusa nei giorni scorsi dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, che ha espresso "seria preoccupazione" per gli arresti di massa. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Ahmed Hafez, ha dichiarato: "Nessun cittadino egiziano è arrestato o perseguito per aver svolto attività legittime o criticato il Governo egiziano, ma per aver commesso reati punibili dalla legge.”

Figura chiave delle proteste, Mohamed Ali, un imprenditore che vive in Spagna e che, tramite la rete, è riuscito a lanciare un appello, invitando gli egiziani a uscire per le strade e a manifestare. "Il tuo tempo è scaduto", ha detto Ali, rivolgendosi a Abdel Fattah al-Sisi in un video con tantissime visualizzazioni.

L'Egitto ha messo fuorilegge tutte le manifestazioni non autorizzate dal 2013 dopo che al-Sisi, Presidente della Repubblica dal 2014, ha guidato il colpo di stato contro il Presidente Mohammed Morsi, eletto l'anno precedente.

Dalla presa di potere di al-Sisi, la repressione si è ulteriormente inasprita, estendendosi a tutti i critici del regime, anche attraverso detenzioni arbitrarie e interrogatori sotto tortura.

Ad aprile 2016, il Governo italiano ha richiamato in patria il proprio ambasciatore al Cairo, interrompendo temporaneamente tutti i rapporti diplomatici con l’Egitto (poi ripresi nell’estate del 2017), dopo la barbara uccisione di Giulio Regeni, un dottorando di Cambridge che si trovava nel Paese per motivi di studio e che è stato prima torturato e ucciso, e poi abbandonato sul ciglio di una strada.

All’attuale Presidente, la piazza contesta, oltre alla repressione del dissenso, la corruzione e l’incapacità di fare fronte alla grave crisi economica che attraversa il Paese. Secondo le statistiche ufficiali rilasciate a luglio, una persona su tre in Egitto, un Paese di circa 100 milioni di persone, vive in condizioni di povertà, cioè con circa 1,40 dollari al giorno (e si parla di stime al ribasso).   

Non è facile rimettere il dentifricio nel tubetto, una volta uscito. La società civile egiziana ha assaporato democrazia e libertà. Per quanto tempo la nuova dittatura riuscirà a tenere sotto controllo qualsiasi idea o dissenso?

@GiuScognamiglio

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