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Elezioni presidenziali in Afghanistan: la posta in gioco

I talebani minacciano attentati e scoraggiano la partecipazione al voto. I candidati principali sono Ghani e Abdullah. C’è chi teme uno stallo come quello del 2014

Bambini e ragazzi trasportano materiale elettorale verso i seggi elettorali non accessibili su strada, a Shutul, provincia di Panjshir, Afghanistan, 27 settembre 2019.REUTERS/Mohammad Ismail
Bambini e ragazzi trasportano materiale elettorale verso i seggi elettorali non accessibili su strada, a Shutul, provincia di Panjshir, Afghanistan, 27 settembre 2019.REUTERS/Mohammad Ismail

Circa nove milioni e mezzo di persone, su una popolazione che ne conta oltre 30, si sono registrate per votare alle elezioni presidenziali in Afghanistan, tenutesi sabato 28 ottobre. La partecipazione sarà probabilmente bassa, scoraggiata soprattutto dalle parole dei talebani, in guerra con il Governo di Kabul, che hanno minacciato di attaccare i seggi. Attacchi che effettivamente si sono verificati già dalle prime ore di ieri, senza contare i numerosi attentati terroristici – rivendicati dai talebani – avvenuti nelle settimane precedenti.

Date le difficoltà relative al conteggio dei voti, i risultati non saranno diffusi prima di novembre. I candidati favoriti sono l’attuale Presidente Ashraf Ghani, in carica dal 2014 e alla ricerca di un secondo mandato, e il suo rivale – nonché capo dell’esecutivo – Abdullah Abdullah. Ghani e Abdullah sono le due figure principali del cosiddetto Governo di unità nazionale, nato dietro sollecitazione degli Stati Uniti e fondato su un compromesso, ritenuto necessario per risolvere lo stallo post-elettorale del 2014: un Governo insomma “bicefalo”, che però non si è rivelato un successo e non gode pertanto di larghi consensi. Ecco perché, come spiega Giuliano Battiston, queste elezioni metteranno alla prova la legittimità stessa del sistema politico afghano.

I tanti attacchi contro i civili compiuti nei mesi scorsi dai talebani, che non riconoscono il Governo, rispondono all’obiettivo di indebolire la figura di Ghani – favorito per alcuni; testa a testa con Abdullah per altri – e di scoraggiare la partecipazione al voto, sia per poter poi contestare la legittimità del risultato che per cercare di ricreare la crisi politica del 2014. 

@marcodellaguzzo

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