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Scozzesi e Irlandesi: bye bye London 

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La vittoria di BoJo dà finalmente certezza sull’uscita dell'Uk dall’Europa. E segna probabilmente anche la fine del Regno Unito

La leader del Partito Nazionale Scozzese Nicola Sturgeon esulta con i sostenitori in un centro di conteggio per le elezioni generali della Gran Bretagna a Glasgow, Gran Bretagna, 13 dicembre 2019. REUTERS/Russell Cheyne
La leader del Partito Nazionale Scozzese Nicola Sturgeon esulta con i sostenitori in un centro di conteggio per le elezioni generali della Gran Bretagna a Glasgow, Gran Bretagna, 13 dicembre 2019. REUTERS/Russell Cheyne

“Il popolo scozzese ha parlato, è tempo che decida il proprio futuro.”

Con queste parole, la premier scozzese Nicola Sturgeon ha commentato la vittoria dello Scottish National Party alle ultime elezioni. L’Snp ha ottenuto il 45% dei voti, aumentando i propri consensi di 8 punti e arrivando a occupare 48 seggi (su un totale di 59), 13 in più rispetto allo scorsa tornata elettorale.

Per gli indipendentisti scozzesi, la vittoria di Boris Johnson e della sua compagine di Brexiters vuol dire una cosa sola: un nuovo referendum per l’indipendenza.

Ancora più eclatante forse il risultato irlandese: per la prima volta nella sua storia, i partiti repubblicani dell’Irlanda del Nord (che appoggiano la riunificazione con l’Irlanda) hanno ottenuto più seggi di quelli Unionisti, che invece sono pro Uk. Sinn Féin ha mantenuto i 7 seggi vinti nel 2017 (sebbene non li occupi perché si rifiuta di giurare lealtà alla Corona) a cui si sono aggiunti i tre vinti dall'Alliance Party e dai socialdemocratici, mentre il Dup, alleato di Boris Johnson, ha perso due seggi passando da 10 a 8. Il Democratic Unionist Party ha pagato il sostegno al Governo conservatore e la sua posizione anti-Ue perché gli elettori nordirlandesi, così come gli scozzesi, hanno ribadito la loro contrarietà alla Brexit.

Il trionfo di Boris Johnson rappresenta in realtà l’ultimo tassello del suicidio di massa che avevamo previsto due anni fa, quando a David Cameron venne la brillante idea di indire il referendum sulla Brexit, pretendendo di gestirlo. Il premier, protagonista del mainstream politico culturale del momento, ha condotto una battaglia identitaria e nazionalista, vincente nell’immediato, ma perdente per gli interessi di lungo periodo: si ritrova infatti alla guida di un Regno molto poco Unito e potrebbe restare a breve con la sola Inghilterra.

La Brexit ha rinvigorito le speranze d’indipendenza dello Snp, che aveva perso la propria battaglia nel referendum 2014, ma che adesso gode di un nuovo sostegno. E ha riacceso la fiamma del nazionalismo irlandese: la prospettiva della riunificazione delle due Irlande non appare più così remota, anche se comunque dovrebbe prima passare per un referendum popolare.

La deriva dell’effetto Singapore prende lentamente forma: Queen Elizabeth rischia responsabilmente di ritrovarsi a breve con un Regno dimezzato, impoverito, un centro servizi non dell’Unione Europea (che sta già spostando i propri service ad Amsterdam, Francoforte e Parigi), ma della Casa Bianca e dei suoi inaffidabili inquilini, dal cui umore dipenderà sempre più...

Triste...

@GiuScognamiglio

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