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Pakistan, proteste contro Imran Khan

Il partito religioso Jamiat Ulema-i-Islam e la sinistra laica bloccano le strade e chiedono ai militari di non intromettersi nelle questioni politiche

I sostenitori del partito religioso e politico Jamiat Ulema-i-Islam-Fazal (JUI-F) cantano slogan mentre cavalcano in bici con le bandiere del partito e dello Stato di Azad Kashmir, durante il cosiddetto Azadi March (Freedom March), la protesta contro il Governo del Primo Ministro Imran Khan a Islamabad, Pakistan, 11 novembre 2019. REUTERS/Akhtar Soomro
I sostenitori del partito religioso e politico Jamiat Ulema-i-Islam-Fazal (JUI-F) cantano slogan mentre cavalcano in bici con le bandiere del partito e dello Stato di Azad Kashmir, durante il cosiddetto Azadi March (Freedom March), la protesta contro il Governo del Primo Ministro Imran Khan a Islamabad, Pakistan, 11 novembre 2019. REUTERS/Akhtar Soomro

Le proteste iniziate alla fine del mese di ottobre in Pakistan proseguono in quella che gli organizzatori chiamano “seconda fase” del processo che, nelle loro intenzioni, porterà il Primo Ministro Imran Khan alle dimissioni. Le opposizioni lamentano non solo il dilagare della corruzione e l’incapacità nella gestione economica delle casse del Paese, ma anche la forte presenza dei militari, che avrebbero influito nell’elezione di Khan dello scorso anno.

I militari hanno preso il potere in Pakistan in diverse occasioni nella storia recente del Paese, resosi indipendente nel 1947. L’estromissione dell’ex Primo Ministro Nawaz Sharif è stata vista da più parti come causa dell’ingerenza dell’esercito negli affari dello Stato, colluso col potere giudiziario. I seggi elettorali nelle elezioni del 2018 sono stati presidiati dai militari, motivo ulteriore perché le opposizioni dubitino della regolarità delle consultazioni dello scorso anno. Imran Khan ha recentemente affermato di avere i militari dalla sua parte: “Le relazioni civili-militari si basano sulla reciproca fiducia. L’esercito” — ha affermato il Primo Ministro — “appoggia la mia agenda di Governo: solo uno sforzo comune permetterà al Pakistan di superare le difficoltà.”

E le difficoltà del Pakistan sono numerose: i poveri faticano a essere inseriti nel mondo del lavoro, l’economia è stagnante e recentemente Islamabad ha dovuto chiedere un prestito di 6 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale, in linea con i bisogni già avuti dai precedenti Governi. L’esercito fatica sempre più a mantenere il potere sulle istituzioni pakistane: proprio la militarizzazione della politica, insieme al crescente costo della vita, hanno portato a una rabbia generalizzata che si è trasformata nelle manifestazioni delle ultime settimane.

Nella giornata di ieri è stata letteralmente bloccata un’arteria stradale importantissima, che collega il Pakistan con l’Afghanistan. Già il 31 ottobre decine di migliaia di persone raggiunsero Islamabad in un grande corteo partito dalla città di Karachi il 27 del mese scorso, chiedendo le dimissioni di Khan, in quella ribattezzata Azadi March, la marcia per la libertà. 

@melonimatteo

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