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La Russia accusa gli Stati Uniti di colonialismo energetico

Washington e Mosca si scontrano per esportare più energia in Europa. La guerra commerciale Usa-Cina rende instabile il prezzo del petrolio

Un dipendente della società Rosneft nella regione di Krasnoyarsk, Russia, 23 luglio 2018. REUTERS/Ilya Naymushin
Un dipendente della società Rosneft nella regione di Krasnoyarsk, Russia, 23 luglio 2018. REUTERS/Ilya Naymushin

Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft – la compagnia petrolifera controllata dal Governo della Russia –, ha accusato gli Stati Uniti di utilizzare l’energia come un’arma politica, per fini “colonialisti”.

Sechin faceva riferimento alle sanzioni imposte da Washington sui settori petroliferi di Iran e Venezuela, due importanti produttori di greggio pesante e tra i membri fondatori dell’Opec. Ma le sue parole vanno interpretate anche alla luce della contaminazione del petrolio russo trasportato dall’oleodotto Druzhba, che ha costretto Mosca a interrompere i flussi in uscita da questa pipeline.

Un passo indietro. Druzhba è un importante oleodotto – possiede una capacità di oltre un milione di barili al giorno – che trasporta petrolio dalla Russia all’Europa (Germania, Polonia). A causa di un grave problema di contaminazione del petrolio che vi passava attraverso, lo scorso aprile Druzhba è stato chiuso, causando ovviamente danni all’output russo.

Washington e Mosca sono in competizione per espandere la propria presenza sul mercato europeo. Gli Stati Uniti insistono molto sul fattore “libertà”: dicono di voler liberare l’Europa dalla dipendenza energetica dalla Russia e hanno approfittato dell’incidente a Druzhba per ribadire che Mosca non è un partner affidabile. La Russia punta invece sul fattore “convenienza”: non a caso, ieri Sechin ha precisato che l’energia russa è del 30% più economica di quella americana.

Il prezzo del petrolio, intanto, sta attraversando una fase di notevole instabilità. I prezzi sono scesi del 20% rispetto alla fine di aprile a causa del clima di incertezza generato dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e dalla decisione di Donald Trump di imporre dei dazi al Messico, che potrebbero provocare una diminuzione della domanda. Le sanzioni americane all’Iran e al Venezuela, unite alla crisi in Libia e al disastro in Russia, destavano invece preoccupazioni contrarie, ovvero di un calo eccessivo dell’offerta di greggio sui mercati. 

@marcodellaguzzo

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